Irlanda, indossava intimo “troppo sexy”, non è violenza sessuale. Dal Parlamento alle strade scoppia la polemica contro il pregiudizio

Lo scorso 6 novembre il mondo intero è stato scosso da una notizia che ha fatto molto discutere: il tribunale di Cork ha assolto un uomo di 27 anni sotto processo per un caso di stupro ai danni di una minorenne, esito aggravato da un movente vergognoso. La difesa dell’imputato ha infatti ottenuto l’assoluzione del cliente mostrando a tutta la corte l’intimo che la ragazza indossava al momento della violenza adottandolo come prova del fatto che la giovane, in un modo o nell’altro, fosse consenziente all’atto o non avrebbe indossato dell’intimo provocante. La causa della violenza è stata quindi addossata non al carnefice ma alla sua vittima.                                                                                                            Il vero giudice del processo è stato un pregiudizio, forse il più comune e diffuso: «a vestirsi così se l’è solo andata a cercare».

Il caso è poi uscito dall’aula del tribunale ed ha fatto il giro del mondo. Sono tantissime le donne che hanno fatto sentire la propria disapprovazione per quanto accaduto ad una giovanissima, e al metaforico grido #ThisIsNotConsent hanno espresso ogni turbamento per una sentenza ingiusta.

I principali moti di questa “lotta rosa” hanno scosso l’Irlanda dove, in difesa della connazionale, sono scese in piazza migliaia di donne per protestare contro questo ennesimo caso in cui non si è fatta giustizia per una vittima doppiamente mortificata. Nei cortei che hanno sfilato lungo le strade di molte città dell’Isola di Smeraldo le manifestanti hanno esibito, oltre a numerosi cartelli, un gran numero di mutandine di tutti i formati e colori che poi hanno lasciato sulle scale dei tribunali in segno di protesta.181115-ireland-protest-mc-1016_61166fe60ce1fc19d96bd5c8f3ede8da.fit-760w

Gesto simile è stato proposto dalla deputata Ruth Coppinger che ha  mostrato in Parlamento un tanga in pizzo blu per esporre la questione. «Potrebbe sembrare imbarazzante mostrare un tanga qui ma come pensate che si senta una vittima di stupro o una donna, quando in maniera inappropriata la sua biancheria intima viene mostrata in un tribunale?» ha detto Coppinger per chiedere massicce modifiche legislative in tutela delle vittime.

Non è la prima volta che si verifica un caso del genere, ed è ancora molto diffuso il pregiudizio che l’abbigliamento o qualche presunto atteggiamento provocatorio implichino una corresponsabilità della vittima nella violenza subita. Proprio nel nostro Paese un’indagine svolta presso un’università ha rivelato che uno studente su cinque attribuisca la colpa alla parte lesa. Il risultato è sconcertante.

Una domanda sorge spontanea: siamo nel 2018, perché dobbiamo ancora scontrarci contro certi stereotipi tanto duri a morire? E com’è possibile pensare che sia ciò che si indossa la causa scatenante di un atto di stupro?

La moda rilancia ogni mese tendenze diverse, basta guardarsi intorno per veder sfilare pantaloni aderenti, ombelichi in bella vista oppure capi ad affetto vedo non vedo, ma questo non deve essere visto come un invito lampante a farseli strappare di dosso in un vicolo appartato, né tanto meno possono essere usati come mezzo per “giustificare” un atto deplorevole e immorale.                                                                                                              E se non bastano le battaglie legali o le campagne per la sensibilizzazione pubblica ad un tema tanto delicato – come l’esposizione “What Were You Wearing?” che presenta gli abiti indossati da donne di tutte le età al consumarsi di una violenza sessuale-, per ribaltare questa prospettiva stereotipata dovremmo essere noi a fare la differenza e batterci in nome della giustizia ed evitare che altri vengano lasciati impuniti anche di fronte ad un ammissione di colpa.

Le manifestazioni in Irlanda sono solo un esempio dei tanti movimenti che negli ultimi anni  hanno sollevato un polverone intorno alla questione dei diritti delle donne per i quali si combatte da più di un secolo, e la voce del #ThisIsNotConsent non può rimanere inascoltata.

Maschili o femminili, gli abiti rappresentano solo una parte della nostra personalità, ed il fatto che una donna di qualsiasi età decida di indossare uno slip in cotone oppure un perizoma in pizzo non deve essere visto come un incentivo per abusare di lei.

Ilaria Cavallo

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