Camera Pop. La Pop art fotografata in mostra a Torino

Tra le offerte culturali della città di Torino il centro Italiano della fotografia Camera, con Camera POP, offre la possibilità di scoprire, riscoprire, ma soprattutto ammirare le opere della Pop art, quel movimento artistico nato negli Stati Uniti e successivamente sviluppatosi anche in Europa a cavallo degli anni Settanta. L’esposizione è aperta dal 21 settembre 2018 fino al 13 gennaio 2019, curata dallo stesso direttore del Centro Walter Guadagnini.

Lo spettatore capisce sin da subito come l’esposizione offra un ampio sguardo su tutto il movimento, avendo grandi e spaziose camere che danno la possibilità ai fruitori di immergersi completamente nelle opere. Partendo dalla prima sala, infatti, abbiamo a che fare con artisti del calibro di Ken Heyman, Tony Evans e Richard Hamilton, autore quest’ ultimo della primissima opera che si possa definire “pop”. A seguire si possono ammirare collage fotografici appartenenti ad autori come Joe Tilson e Wolf Vostell, le quali opere grazie anche al caratteristico uso di elementi di vita quotidiana, riescono a veicolare anche dei forti valori risalenti alla fervida lotta politica che caratterizzò quegli anni.

Proseguendo con l’ esposizione, lo spettatore rimarrà decisamente stupido ammirando l’imponente serigrafia dedicata a Marylin Monroe che ha reso il suo autore Andy Warhol famoso al grande pubblico e inserendolo nell’Olimpo degli artisti non solo del movimento Pop ma dell’ intero XX secolo. Si prosegue per arrivare ad esaminare le fotografie, ormai passate alla storia, di Ugo Mulas, che con il suo lavoro racconta da dietro le quinte il percorso artistico dello stesso Warhol prima che raggiungesse la sua fama. Non è solo il nostro fotografo connazionale a meritare uno sguardo più attento, ma anche lavori di artisti internazionali che l’esposizione può vantare, a partire dall’iconica composizione di ben 7 metri di Ed Rusha, ovvero “Every building on the Sunset Strip”. L’autore riesce, con questa opera atipica e del tutto inaspettata, a commentare – con una semplice ma efficace serie di fotografie incastonate una dopo l’altra – la monotonia dell’ architettura losangelina dei suoi tempi.

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La Pop art si dimostra ancora una volta un ottimo strumento per veicolare ideali e valori. In una delle sale possiamo infatti ammirare come due esponenti come Allen Jones e Brian Duffy abbiano usato, curandone l’edizione del 1973, il popolare Calendario Pirelli usando immagini femminili (un perfetto connubio tra fotografia e pittura) che riescano ad essere sia sensuali che in grado di prendersi gioco del desiderio maschile, in linea con quella rivoluzione sessuale per la parità di genere che ferveva in quegli anni.

 

L’ultima sala ospita una serie di opere di autori meno conosciuti, ma non meno interessanti, che riescono a combinare le due tecniche di fotografia e pittura ottenendo risultati impressionanti, tra tutte si ricorda il “Futurismo rivisitato” di Schifano, per concludere poi con un’ imponente opera del già citato Warhol, la serie di serigrafie dal potente valore significativo “Electric Chair”.

La mostra, con i suoi allestimenti, riesce a far immergere lo spettatore nel periodo a cui appartiene la Pop art. Passeggiando per le sale infatti e notando tutti i riferimenti presenti nelle opere, si riesce a percepire il reale messaggio che gli artisti intendono veicolare attraverso le loro creazioni. Ciò che traspare è un messaggio che si trova a metà tra la denuncia politico-sociale (si guardi ad esempio il “Che Guevara” di Tilson) ed un tentativo di rendere più interessanti i semplici oggetti della vita quotidiana, rivisitandoli o ricompondendoli in iconici collage. Le opere riescono, come obiettivo ultimo, a rendere anche lo spettatore meno esperto partecipe e consapevole del percorso intrapreso dagli artisti, un percorso con il fine di denunciare, a volte anche ridicolizzandoli, gli eccessi e le contraddizioni della fine del secolo scorso.

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Antonio Ruggiero

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