Riflessioni su Torino Porta Nuova, 21 dicembre

Come probabilmente ben saprete grazie alla diffusione del video sulla rete, il 21 dicembre scorso, presso la stazione di Torino Porta Nuova, ha avuto luogo un fermo di un cittadino nigeriano. Episodi simili si verificano quotidianamente in ogni città, e quanto accaduto a Porta Nuova si differenzia unicamente per la presenza di un video girato da una ragazza e per la risonanza avuta dallo stesso.

Secondo quanto spiegato dalla questura di Torino, l’uomo (26 anni), notato presso la stazione metropolitana, ha rifiutato di esibire i propri documenti e ha aggredito gli agenti. A quel punto le forze dell’ordine hanno immobilizzato il soggetto – sul quale è risultato pendente un ordine di espulsione – che, a terra, ha morsicato la gamba di uno degli agenti. Diverso è, tuttavia, il racconto su come sia iniziata l’azione che fa il Centro Sociale Gabrio (che ha condiviso il video diventato poi virale): “Noi alla scena abbiamo assistito fin dall’inizio quando due poliziotti, mezzi nascosti dietro una colonna della stazione di Porta Nuova, urlavano ad un ragazzo africano di andarsene provando a togliergli il cappuccio della giacca e immobilizzandolo al muro. Sentendosi osservati dai passanti i poliziotti hanno provato ad allontanarsi insieme al ragazzo il quale, provando a divincolarsi, è stato atterrato da cinque agenti in servizio fra polizia e esercito. Il resto emerge evidente e chiaro dalle immagini registrate.

Di conseguenza cosa sia successo realmente, non ci è dato saperlo: possiamo solo fare una riflessione sulle informazioni che abbiamo a disposizione tramite il video.

Da una parte abbiamo persone che ci tengono a ricordare che: «E’ un essere umano anche lui». Può sembrare una frase sciocca o banale, ma è un monito sempre più urgente in un contesto di dilagante xenofobia che sta prendendo piede non solo in Italia, ma in tutta Europa (se non in tutto il mondo). “Non sono razzista… ma devono stare a casa loro”. “Non sono razzista… ma guarda caso chi delinque nel nostro Paese sono proprio loro.” Poco importa la totale ignoranza di quello che accade “a casa loro” (interi Paesi in confusione e guerra civile, gruppi terroristici, povertà, scarsità di risorse idriche, tratte di persone). Quella che si sta creando in questi anni nella mente delle persone è una divisione tra esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B, i quali godrebbero dei diritti dei primi in maniera residuale. Possono essere respinti in mare anche se bisognosi di soccorso, possono essere trattenuti nei CPR per sei mesi dal loro ingresso in Italia, sono sempre ritenuti colpevoli fino a prova contraria. Questa è una deriva di pensiero a cui è necessario opporsi ogni volta ne capiti l’occasione.

Dall’altra parte abbiamo un poliziotto che chiede: «E a noi chi ci pensa?». E poi aggiunge: «Perché non riprende i morsi, invece di difenderli sempre? Siate coerenti, per una volta!». Possiamo ben immaginare che, per chi fa un mestiere nel quale mette potenzialmente in pericolo la propria incolumità fisica ogni giorno per proteggere la sicurezza pubblica, sia frustrante – se non addirittura doloroso – non solo non essere ringraziato, ma essere guardato con sospetto e diffidenza. Quasi fosse lui il criminale, e non le persone con cui ha a che fare quotidianamente. La coerenza invocata dall’agente – stessa coerenza che sostiene di avere chi si mette nei panni dei migranti – implica che si empatizzi per tutte le persone, non solo verso quelle che fanno comodo a un pensiero assolutista.

Quanto capitato a Torino Porta Nuova ci sembra uno specchio dell’Italia spaccata di oggi: da una parte persone che invocano diritti e libertà, dall’altra persone che chiedono e hanno bisogno di sicurezza e protezione. Mentre alcune forze politiche sembrano voler sfruttare e allargare questa spaccatura per accrescere il proprio consenso, probabilmente un dialogo sincero sarebbe sufficiente per comprendere fino in fondo le reciproche ragioni e le esigenze.

Silvia Gemme

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