I turisti sono troppi

A fine maggio, i lavoratori del Louvre di Parigi sono usciti dal museo in segno di protesta, lamentando che l’eccessivo numero di visitatori aveva reso le sale pericolose e impossibili da gestire. “Il Louvre soffoca”, ha scritto il sindacato nel comunicato in cui ha segnalato la “totale inadeguatezza” delle infrastrutture del museo per la gestione dell’immensa quantità di visitatori. Dall’altra parte del mondo, un gran numero di scalatori ha atteso di raggiungere la cima dell’Everest in fila indiana, in bilico tra i due precipizi. Una dozzina di questi montanari sono morti, ma a nulla sono valse le proteste delle guide e dei sopravvissuti, che hanno fatto notare come il sovraffollamento della vetta fosse la causa primaria (se non l’unica) di tali decessi.

Incidenti come questi non costituiscono casi isolati: a Maiorca, l’estrema crisi ambientale ha provocato un’intera estate di proteste contro i turisti. Barcellona, Venezia, Reykjavík, Dubrovnik hanno subìto danni ambientali di vario genere per via delle navi turistiche. Spettacoli naturali, dalla Sierra Nevada alle Ande, sono stati danneggiati irrimediabilmente. Siti religiosi cambogiani, indiani e romani hanno subìto la stessa sorte. Il fenomeno è conosciuto come “sovraturismo” e – come un bacaro a Venezia – lo si può trovare un po’ ovunque: è il risultato di un cocktail di mutamenti economici in atto su larga e piccola scala, che ha spinto i turisti verso poche popolarissime mete. Ciò ha portato a un degrado ambientale, una minore sicurezza e – fattore troppo importante e complicato per essere analizzato qui in modo esaustivo – prezzi troppo alti per essere sostenuti dalla popolazione indigena o da chi abita quei posti per lavorare e/o studiare (complici anche l’ascesa di Airbnb, Booking et similia). Ciò ha costretto le amministrazioni di queste città a domandarsi se ne valesse la pena e si potesse fare qualcosa per risolvere il problema dell’eccessiva popolarità. 

Il turismo per come lo conosciamo – peraltro – fino a pochi decenni fa era un affare di piccole proporzioni; durante il XIX secolo era riservato alla classe aristocratica e a quella alto borghese, che lo praticavano come espressione dimostrativa del loro status socioeconomico privilegiato. Poi, con il lento passare del tempo e con l’ingrandirsi della classe media, il turismo si è allargato anche a quest’ultima. Se il turismo era ed è legato profondamente al capitalismo, il sovraturismo è legato alla degenerazione tardo-capitalista che stiamo ancora vivendo. 

La causa alla radice dell’ascesa del turismo è macroeconomica: la classe media ormai è cresciuta a dismisura, facendo aumentare di decine di milioni il numero di persone dotate delle risorse per viaggiare. Negli ultimi vent’anni, la Cina ha visto incrementare da 10 a 155 milioni i viaggi all’estero dei suoi cittadini, dato che fa della nazione asiatica la maggior responsabile dell’ingrossamento delle schiere di turisti, ma non certo l’unica. I turisti internazionali dal resto del mondo sono aumentati da settanta milioni a un miliardo e mezzo negli ultimi sessant’anni, a dimostrazione che il turismo di massa è un fatto recente oltreché enorme. 

Altri fattori hanno contribuito alla trasformazione dei paradisi terrestri in paradisi perduti: le crociere sono diventate molto più popolari, disseminando i mari di navi-città stracariche di cittadini scaricati sulla terraferma giusto il tempo di spendere un sacco di soldi, cadere in qualche truffa e sporcare senza ritegno, mentre l’immane vascello ammazza il tempo alterando le maree e mettendo rischio ecosistemi e fragili equilibri ambientali. Le compagnie aeree ultra-economiche hanno anch’esse avuto un ruolo preponderante, spingendo i cittadini del mondo a comprare più di un miliardo di voli delle compagnie low cost all’anno. Le piattaforme per i bed and breakfast hanno invaso le città, aumentando incredibilmente la quantità di turisti che esse sono in grado di contenere e semplificando ai visitatori la ricerca di un alloggio. Tra le novità che hanno inciso non potevano mancare i soliti social media, che incentivando la ricerca della foto perfetta hanno fatto aumentare il turismo; in questo campo sono compresi i siti per le recensioni dei ristoranti e dei luoghi culturali o ricreativi in generale, che hanno aiutato i turisti a scoprire e quindi a rovinare posti sempre nuovi. Il sovraturismo, come tutto, è un fenomeno mediatico, e infatti è sempre grazie ai media che le singole proteste anti-turismo si sono aiutate, confrontate e unite.

Alcune apprensioni riguardanti il sovra-turismo sono state talvolta gonfiate o farcite con argomentazioni xenofobe o classiste ed esso rimane una fonte di guadagno per moltissime persone. Molte grandi città – inoltre – non hanno problemi nel sopportare il turismo di massa. Per tante località italiane, per i grandi parchi nazionali americani, come per numerose vie di mezzo, il turismo rimane indispensabile. Sebbene molti luoghi siano decisamente sovraffollati, relativamente pochi lo sono in modo insostenibile. Le amministrazioni di molti posti meravigliosi sono coscienti della bellezza imperdibile delle loro località e pertanto hanno preso provvedimenti diretti tanto a una limitazione (non eccessiva) del turismo quanto al suo massimo sfruttamento, per esempio tramite l’aumento delle tasse per i turisti. Le imposte sugli alberghi o quelle le visite in giornata, per esempio, diminuiscono il numero di visitatori e – allo stesso tempo – forniscono fondi per il potenziamento delle infrastrutture e per la limitazione o riparazione dei danni che il turismo irrimediabilmente produce. Dal momento che i viaggi saranno sempre più economici, i social sempre più onnipresenti e la classe media sempre più numerosa, negli anni a venire provvedimenti simili diventeranno sempre più frequenti e importanti. 

Ora come ora, tuttavia, ci sono troppe persone in troppe poche destinazioni popolari: a Venezia, per esempio, il rapporto abitanti-visitatori annuali è di 1 a 400. La sopportazione demografica delle città colpite non è affatto infinita, ma ogni anno che passa la gara per superare quel limite si fa più competitiva che mai. Sovraturismo significa proteste (spesso legittime) degli abitanti, danneggiamenti, code infinite e altre noie; comportano anche conseguenze positive come la maggior conoscenza delle culture locali da parte di esterni, maggiori investimenti, maggiori connessioni globali, maggiore possibilità di viaggiare anche per i non-ricchi, più stupore e più meraviglia. Se gestito con intelligenza, infatti, anche il sovraturismo ha i suoi lati positivi, ma il rischio resta comunque enorme.

Filippo Minonzio

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