Giro del mondo in 26 articoli – Il Kanun in Albania

L’Albania è ancora una repubblica piuttosto giovane, impegnata in un faticoso processo di avvicinamento, nelle leggi e nei valori, agli Stati dell’Unione Europea.

In questo percorso accidentato, lo Stato albanese è spesso costretto a scontrarsi con la difficoltà a rendere le proprie leggi capillari ed effettive su tutto il territorio nazionale. A ben guardare, questo è un problema vecchio quanto l’Albania e con il quale hanno dovuto fare i conti, nel corso dei secoli, conquistatori turchi, mercanti veneziani, missionari cattolici e occupanti italiani, nonché gli albanesi stessi.

Nei vasti frangenti della vita associata che i vari regimi non sono riusciti a controllare, si è fatto strada e si è consolidato, in particolare sulle montagne del Nord del paese, il cosiddetto Kanun.

Le alpi albanesi

Il Kanun dell’altopiano albanese è un codice di comportamento fondato sull’onore e sulla “fede giurata” (besa) che abbraccia quasi ogni aspetto della vita. Nei primi decenni del secolo scorso il prete kosovaro Gjecovi tentò di ricostruire e di cristallizzare su carta l’antico codice orale, riuscendoci però soltanto in parte. Da lì a pochi anni, in ogni caso, le pratiche secolari del Kanun saranno proibite e represse durante la dittatura di Enver Hoxha.

Si assisterà però ad una recrudescenza del fenomeno – unicamente nella parte che riguarda la vendetta di sangue– a partire dalla dissoluzione del regime comunista prima e del cosiddetto “crollo dei sistemi piramidali” dopo, a fine anni novanta.

Seppur poco conosciuto dalle ultime generazioni, in tempi più recenti il Kanun è stato utilizzato di frequente come schermo dietro il quale rifugiarsi per legittimare dei delitti comuni.

Ma per comprendere l’effettivo raggio d’azione del codice è meglio affidarsi alle parole dello scrittore albanese Ismail Kadare: “Molto presto Gjorg aveva compreso che le regole dell’omicidio erano solo una piccola parte del Kanun. L’altra, quella che riguardava la vita quotidiana, era decisamente più estesa. Eppure le due parti erano indissolubilmente legate, tanto che i loro confini non erano netti. Piuttosto scaturivano l’una dall’altra : da quella immacolata nasceva quella cruenta e da quella cruenta nasceva quella immacolata, dai tempi dei tempi e di generazione in generazione.”1

Il Kanun, infatti, in assenza di apparati statali, ha regolato per secoli gli aspetti principali della vita dei montanari: l’organizzazione famigliare, il matrimonio, l’assegnazione delle terre, le riscomposizioni in danaro, ma anche l’ospitalità e la presa del sangue . Questi ultimi due elementi in particolare, riprendendo le parole di Kadare, possono apparire come gli estremi delle due anime del Kanun: la parte immacolata (l’ospitalità) e la parte cruenta (la presa del sangue). Un’opposizione però solo apparente: l’ospitalità e la vendetta, infatti, rischiano non di rado di divenire complementari.

L’Ospitalità (Mikpritja) per l’albanese assume tratti quasi sacri e ha un ruolo centrale nei rapporti sociali. Da essa scaturisce anche la protezione (Ndorja), garantita a chi è ospitato. Non bisogna cedere però a facili idealizzazioni: l’ospitalità è vissuta innanzitutto come un dovere. Nel caso in cui un individuo invochi la protezione di qualcuno, in quel momento riconosce l’onore dell’invocato ed intende affidarsi alla sua fede; a questo punto, negare la protezione significherebbe mettere in discussione la propria integrità morale.

La presa del sangue (gjakmarrja), invece, è a tutti gli effetti una forma di vendetta privata. Chi commette un omicidio “cade in sangue” con la famiglia dell’ucciso, obbligata a pareggiare il sangue versato. La gjakmarrja riguardava unicamente gli uomini e non si rivolgeva soltanto all’uccisore, bensì a tutta la famiglia e a tutto il gruppo a cui apparteneva. Una volta compiuta la vendetta, si doveva avvisare la famiglia del nuovo ucciso, affinché non cercasse ulteriormente il colpevole, dopodichè si era tenuti a pagare una multa, e l’obbligo di presa del sangue ricadeva così sull’altra famiglia. Un continuo scambio di ruoli che, in assenza di pacificazioni, poteva protarsi per anni. Erano risparmiati i bambini, i preti e gli anziani. La presa del sangue non poteva avvenire in casa propria (la vittima sarebbe stata ospite) né tantomeno in casa d’altri (l’uccisore altrimenti sarebbe caduto in sangue anche con questi).

Tipica kulla del Nord dell’Albania, luogo buio in cui l’uccisore si nascondeva, in attesa della tregua

L’incrociarsi di tali dinamiche ha portato al fenomeno degli “inchiodati” (ngujuar), vale a dire persone recluse in casa, anche per anni, per sottrarsi alla presa del sangue. Una realtà presente ancora oggi in Albania ma che, ormai lontana dai rigidi rituali delle montagne e dalle ragioni che potevano giustificarli, si manifesta come il frutto di cieche spirali di vendetta che del Kanun conservano il nome e poco altro.

Fonti:

  1. Ismail Kadare, Aprile Spezzato (1978), la Nave di Teseo, 2020

2. Donato Martucci, I Kanun delle montagne albanesi, edizioni pagina,2010

Alessio Civita

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