Il cambio di politiche per i rifugiati in Danimarca

La Danimarca ha cominciato e revocare i permessi di soggiorno dei rifugiati provenienti dalla Siria. La notizia giunge ad aprile, dopo un periodo che ha visto il graduale cambiamento dell’atteggiamento in materia di accoglienza. La Prima Ministra Mette Frederiksen (partito Socialdemocratico), a gennaio,  ha dichiarato di tendere all’obiettivo di avere “zero richiedenti asilo”, altrimenti, aggiunge, “la nostra coesione sociale non può esistere: è già minacciata”.

La possibilità di rimpatrio riguarda le persone che provengono da determinate aree. Damasco è ora sotto il regime di Bashar al Assad e in quell’area  non si combatte da tre anni, dunque un ritorno nella città è considerato sicuro per Copenaghen. Valutazione però non condivisa da nessun altro paese membro dell’Unione Europea e dall’ONU. Le valutazioni riportano casi passati e rischi reali di detenzione arbitraria, tortura, sparizioni di coloro che erano tornati in Siria. Inoltre, numerosi quartieri sono stati distrutti e la possibilità che non ci sia più una casa in cui tornare è alta, oltre alla carenza di servizi base come l’elettricità.

Nel gennaio 2021 l’UNHCR – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – ha esposto le sue preoccupazioni riguardo alle politiche danesi messe in atto negli ultimi due anni. Dopo il grande impegno e la sensibilità mostrata per questo tema , adesso il Paese si trova ad ospitare un numero inferiore alla media e, fatto che più ha interessato la Commissione, con il “cambio di paradigma” sulla legislazione per i rifugiati, dal 2019 i permessi per i rifugiati sono diventati sempre più rivolti a un periodo temporaneo e non a lungo termine. In una lettera i rappresentanti regionali dell’UNHCR hanno chiesto alla Danimarca di rientrare nelle linee comuni realizzate nei paesi dell’Unione Europea in materia di migrazione.

Il rimpatrio può riguardare persone che sono in Danimarca da anni, che si sono integrate, lavorano e studiano. Riesaminando i casi volta per volta, può succedere che vengano divisi i genitori dai loro figli. Per gli uomini i rischi  di un possibile ritorno riguardano anche la possibilità di essere arruolati forzatamente e subire la pena per averlo evitato precedentemente uscendo dal Paese. Questa eventualità è riconosciuta dal governo danese, che infatti permette agli uomini di rimanere, rendendo i rimpatri prevalentemente un problema per donne e anziani.

Danimarca e Siria non sono legate da rapporti diplomatici, di conseguenza il rimpatrio forzato non è attuabile. Le 200 persone (su 35000 rifugiati) cui è stata tolta la protezione temporanea finora e gli altri che si troveranno nella stessa situazione devono scegliere se partire “volontariamente” o abitare in centri di rimpatrio danesi, in attesa che i rapporti vengano riallacciati e possano essere trasferiti. I centri, però, sono luoghi assimilabili a delle prigioni: non c’è possibilità di lavorare o di studiare e questo è particolarmente grave per i bambini, come dichiara il Direttore Europeo di Amnesty international Nils Muižnieks.

Il timore comune riguarda anche il precedente che potrebbe costituire una simile decisione. La Danimarca, in quanto paese ricco e membro dell’Unione Europea, fornisce una possibile giustificazione agli altri paesi che ospitano sul loro territorio persone provenienti dalla Siria. I paesi europei si potrebbero trovare a dover accogliere coloro che, per non tornare in Siria, si spostano negli stati confinanti, mentre Paesi come il Libano e la Turchia, meno ricchi della Danimarca e tra quelli che accolgono il maggior numero di rifugiati siriani, potrebbero seguire l’esempio danese.

Anna Franzutti

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