Tiziano Terzani: 17 anni dopo la sua scomparsa.

L’unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi.”.

Tiziano Terzani

Oggi, 28 luglio, ricorre l’anniversario della scomparsa di uno dei reporter di guerra più famosi al mondo, Tiziano Terzani.

Terzani nasce il 14 Settembre 1938 nel quartiere popolare Monticelli, a Firenze. E’ stato autore di reportage e libri raccontati e tradotti in tutto il mondo. Corrispondente di guerra per il settimanale tedesco Der Spiegel dal 1971, collaboratore del Corriere della Sera e autore, trascorre in Asia gran parte della sua vita. La studia, la scopre, la ama per vent’anni. Tornato in Italia, muore il 28 luglio 2004.

In giro per l’Europa

Nel corso della sua vita, Terzani lavora per cinque anni all’Olivetti. Lo pagavano bene, viaggiava spesso ma non era felice. Vi rimane perché ha bisogno di guadagnare, ma descrive spesso quel periodo come il più buio della sua vita.

Quando riesce finalmente a scappare da quella vita opprimente e priva di gioia professionale, fa il giro di tutti i giornali d’Europa a chiedere un impiego poiché parlava già l’inglese, il tedesco e il portoghese.

La verità è che Terzani era un giornalista tedesco. In Italia non lo voleva nessuno, tanti complimenti ma nessuna proposta, finché un giorno bussa alla porta del Der Spiegel dove, impressionati da questa figura particolare, lo assumono.

Nel corso degli anni riesce a imparare il cinese, grazie ad una borsa di studio in America, a viaggiare, a diventare corrispondente dall’estero, finché non arriva il grande sogno, la Cina.

Vive la Cina da cinese, manda i figli alla scuola cinese, va in giro in bicicletta come facevano loro, mangiava cibo cinese e vestiva con abiti cinesi. Ne scrive bene, ne scrive male, ne scrive continuamente, studiandola in ogni suo aspetto, fino a quando non ne viene espulso nel 1984, per attività controrivoluzionarie, dopo aver criticato aspramente il regime di Deng Xiaoping.

“Non sono mai stato un intellettuale.”.

Così dichiara in una delle ultime interviste “Andavo a scuola, ero bravo.. Ma il mondo intellettuale non era fatto per me. Io vivevo in questo posto che non aveva niente di intellettuale, che era fatto di pastori con cui io preferivo parlare, invece che con i professori, scrittori… Questo posto aveva la magia, che è quello che ho sempre cercato nella vita.”.

Tiziano Terzani è stato uno dei più grandi giornalisti del nostro secolo. Ha visto la cacciata degli americani nel Vietnam, l’ingresso dei vietcong a Saigon. Ha scampato per un soffio la fucilazione in Cambogia da parte dei Kmer Rossi e ha visto la caduta dell’Unione Sovietica.

Nel corso dei trent’anni trascorsi in Asia, la vive, la studia, la esplora, la critica e la difende. Ci racconta quell’essenza propria dell’Oriente che stava scomparendo a causa dalla globalizzazione. Esplora il mondo e documenta le miserie, la condizione degli uomini, le tragedie. Tutto con quella sensibilità e precisione di cui i suoi reportage e libri tradotti in tutto il mondo si compongono.

Verso una fine e un nuovo inizio

Distratto dalle vicende del mondo e dalle corse tra un paese e l’altro impara a vivere una vita felice, nonostante la notizia sopraggiunta una sera in ospedale per un normale controllo: la diagnosi di tumore. Riesce a riderne, a conviverci per sette anni senza mai darsi per vinto. “Ce ne andremo insieme.” – dice – “Per me questo cancro è stato una grande benedizione, perché ero ricaduto nella routine della vita, e questo cancro mi ha salvato.”.

Durante gli anni di cure e viaggi per ospedali e paesi, Terzani afferma: “Mi sono reso conto che non volevo la medicina per il cancro, ma per la mortalità, così ho avuto la fantastica occasione di raggiungere un altro livello. Quello dello spirito, andare un po’ più in là…”.

Sperimenta l’isolamento dal mondo come via per la guarigione, praticato da secoli in India, dove una delle cure era quella di vedere almeno tre tragedie e una commedia, la sera prima di andare a dormire.

Senza un nome in Himalaya

Ad un certo punto della sua vita si isola in un ashram, ovvero una comunità organizzata intorno a un Maestro indiano, nell’Himalaya indiana, dove trascorre tre mesi e dove nessuno conosceva il suo nome. Qua, quasi per ironia della sorte, dopo aver passato una vita a farsi un nome, finisce per scegliere un posto dove viveva come “il Senzanome”. Nessuno gli faceva domande, nessuno sapeva chi fosse. Ed è qui che “butta alle ortiche” il vestito che gli stava stretto e abbraccia una nuova libertà, un senso di leggerezza e la possibilità di reinventarsi.

Dopo un lungo periodo di isolamento, torna a scrivere e a prendere una posizione riguardo al tragico evento dell’11 Settembre 2001.

“Ho sempre sentito quando la storia mi passava dinnanzi. Ho cambiato strada quando ho pensato che la storia fosse da un altra parte. A Saigon l’arrivo dei comunisti era una svolta nella storia e non potevo che esserne testimone. L’11 settembre mi ha colpito al petto, non solo per l’orrore che era su tutti gli schermi, ma perché ho avuto la sensazione che fosse un momento di grande importanza storica per l’umanità, perché mi pareva che potesse essere il momento di un grande ripensamento. Dinnanzi a questo orrore, che grazie alla tecnologia era nella casa di tutti, l’uomo e l’umanità avevano l’occasione di riflettere profondamente sulla propria condizione.

In quel momento, Terzani aveva già le valigie pronte per tornare in Himalaya, ma si blocca e decide che questo momento storico non poteva non essere commentato. Così scrive delle lettere, le “Lettere contro la guerra”. Non le scrive come corrispondente di guerra, ma come un uomo di pace, che ormai aveva visto fin troppe guerre.

Ed era proprio perché di guerre, di morti ammazzati, di corpi martoriati per le strade ne aveva visti che, allora, doveva raccontare che cosa non doveva esserci nel mondo. Così si rimette in viaggio, un viaggio lento, da anziano, con il suo computer, e scrive queste lettere contro la guerra, dedicate a suo nipote. Perché dice: “Un giorno dovrà decidere fra la pace e la guerra, e secondo me la non violenza è l’unica chance che l’umanità ha di sopravvivere.”.

Pensare diversamente

E allora quali sono le soluzioni? Come può fare l’umanità a perseverare senza cadere nell’oblio del pensiero di massa? Ad essere così abituata alle tragedie da non dargli più importanza?

Per lui non si può pensare di combattere il terrorismo uccidendo i terroristi. Bisogna pensare diversamente, agire diversamente, non si può combattere la guerra con la guerra. La sua ultima lettera è scritta dall’Himalaya, dopo aver viaggiato e guardato il mondo “con gli occhi di un vecchio”, che non ha più paura di essere preso per matto e dice, quindi, che la violenza si combatte con l’amore.

Ad un passo dall’ ultimo respiro

Dopo anni di convivenza con il cancro e cure e corse, raggiunge una consapevolezza ultima. “A questo punto, mi incuriosisce di più morire, mi dispiace solo che non potrò scriverne.”. Quello che stava lasciando era soltanto un corpo, un corpo ormai malandato.

Trascorre gli ultimi mesi all’Orsigna, nella campagna vicino Firenze, insieme alla moglie e ai figli. In particolare con il figlio Folco. Folco torna a casa dall’America per passare gli ultimi mesi con il padre, che si trasformano in una serie di chiacchierate che diventano interviste al padre.

“Chiedimi tutto quello che vuoi, se avessi avuto la possibilità di chiederle a mio padre l’avrei fatto.”. Così Tiziano convince il figlio a dare vita al suo ultimo libro, “La fine è il mio inizio”.

Torneremo a sorridere?

In una delle ultime interviste Tiziano risponde a questa domanda così: “Io lo spero tanto, perché una civiltà che non sorride è una civiltà infelice, e ridere è una cura, è l’arte della guarigione, infatti non a caso un’altra delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso. Un gruppo di persone che dopo aver fatto yoga, la mattina, iniziano a ridere. Tutti insieme. Una bella risata. Cominciate ridendo e finite ridendo, con una gran risata”.

Marina Lombardi

Crediti foto di copertina: Il bambino permanente. Ricordo di Tiziano Terzani – Waiting Posthuman Studio

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