La concezione corporea: quello che la cultura impone al corpo

Il corpo nell’antropologia medica

In antropologia c’è un ramo di studi che si chiama antropologia medica. Il fulcro di questo campo di ricerca è lo studio del corpo, della salute, della malattia e dei processi di guarigione degli individui.

È bene specificare che l’antropologia medica non intende né confermare né contestare la biomedicina, ma la analizza in una prospettiva storico-culturale.

È necessario partire dal presupposto che lo studio culturale del corpo e dell’essere umano è connesso con la percezione che deriva di esso nelle diverse appartenenze culturali.

In questa prospettiva è possibile ripensare alcuni concetti appartenenti alla biomedicina sotto una luce differente, ad esempio per quel che riguarda i concetti di malattia ed efficacia terapeutica.

La concezione del corpo

Il presupposto fondamentale dell’antropologia medica è quindi il corpo.

A questo settore di studi interessa affermare che il progresso deve essere letto come “transizione tra complessive cornici di senso che articolano in modo diverso il rapporto tra corpo, esperienza e linguaggio(Fabio Dei in Antropologia Culturale).

Queste cornici di cui parla Dei sono alla base della vita di tutti i giorni e appaiono come normalità.

In un saggio degli anni ’30, Marcel Mauss analizza le funzioni del corpo nelle diverse culture. Dai suoi studi emerge che il corpo si presenta plasmato dalle influenze culturali a cui è sottoposto, che definisce con il termine Habitus, ossia questa cultura incorporatache gli individui assumono in sé senza nemmeno accorgersene.

Anche Pierre Bordieu si dedica allo studio del corpo e utilizza il termine Habitus riferendosi ai modi di comunicare, mangiare, salutare, gesticolare. Questi sono tutti marcatori dello status sociale che si acquisiscono sia per nascita che per educazione e che faranno per sempre parte di un individuo, per quanto esso possa cercare di cambiarlo.

In questa prospettiva di ragionamento, il corpo diventa un soggetto che si sottopone a una specifica appartenenza culturale. Il corpo è quindi una delle massime possibilità di espressione dell’uomo, che in ogni società viene però limitata attraverso delle regole sociali.

Corpo e società

Questo significa che ogni società ha un controllo culturale sugli individui. Vengono predisposte norme o consuetudini a cui generalmente ci si attiene. Nelle società con un controllo più rigido da un punto di vista istituzionale sono imposte delle convenzioni più rigide.

Possiamo citare, ad esempio, la regola di purezza che riguarda la misura in cui alcune parti del corpo devono restare nascoste. Ma non solo. Riguarda anche le funzioni biologiche, basti pensare che ai bambini viene insegnato a tenere sotto controllo alcune di queste: defecazione, vomito, minzione. Ci viene insegnato anche a tenere sotto controllo altri atti fisiologici come: sbadigli, soffi, starnuti.

Da questa regola derivano anche norme sociali come: la vicinanza agli altri, il contatto fisico e non solo le parti del corpo che possono essere esibite in pubblico. Ma ancora, il controllo dei rumori nel mangiare, respirare, camminare, della rabbia e di altre emozioni.

Concezione di estetica

Da ciò deriva quindi anche la definizione di bello o brutto, ciò che viene socialmente apprezzato cambia a seconda della cultura di appartenenza che detta le regole. L’estetica assume quindi delle connotazioni culturali di cui non sempre siamo consapevoli.

A chi non è mai capitato di stupirsi vedendo ad esempio fotografie o documentari di popoli in cui le donne camminano a torso nudo, o vedere uomini che indossano un capo d’abbigliamento da noi considerato femminile?

In questa prospettiva è possibile affermare quindi che non si tratta mai di giusto o sbagliato, ma di considerare la realtà a noi di fronte in una prospettiva culturale, collocandola al di fuori degli schemi preimpostati dalla nostra società di appartenenza.

Marina Lombardi

Foto di copertina: l’uomo vitruviano (https://www.analisidellopera.it/uomo-vitruviano-leonardo/ )

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