Una strada verso casa: una giornata in un centro d’accoglienza

Negli ultimi anni si è sentito parlare di campi migranti ovunque. Politica, media, al bar, al supermercato, alle cene con i parenti. I centri di accoglienza sono diventati argomento di conversazione in molte circostanze. Tra lamentele e discorsi vari è sempre più facile comprendere che si tratta di un argomento di cui molti parlano, ma nessuno davvero sa.

Il sapere in determinati casi viene accantonato, diventando quasi inutile. Così, ho passato una giornata ad un centro di prima accoglienza e ho visto molte cose.

La struttura

La struttura di accoglienza si trova all’interno di uno spazio di fabbriche, il rumore dei camion la mattina presto è già nell’aria, ma tutto sommato all’interno è tranquillo.
Appena entro nell’Open 1(la prima delle due strutture), attraverso una grande porta tipica dei magazzini, l’odore della candeggina si inala nelle mie narici e vedo una addetta alle pulizie che sta lavando a terra con guanti e mascherina anti-covid.

Di fronte all’entrata, quindi di fronte a me, ci sono delle lavatrici, una sopra l’altra, quindi l’entrata è anche una lavanderia. Sulla destra c’è una porta, e quello è l’ufficio, quindi l’entrata è anche una sala d’attesa.

Dentro all’ufficio trovo un operatore, una mediatrice interculturale nonché direttrice e un’assistente sociale. L’ufficio è piccolo, c’è una scrivania e tre sedie. Restiamo in piedi a parlare. Dietro di me c’è una specie di divano che però è fatto con un materasso verde scuro e macchiato, vecchio, sembra morbido.

L’ufficio, più che essere un ufficio, è un container all’interno di un magazzino adibito a vivere. In effetti tutte le pareti che intravedo dalla finestrella dell’ufficio che dà sulla sala adibita alle camere, sono le pareti dei container. Attraverso quella stessa finestra intravedo due ragazzi in tuta, tipico abbigliamento da casa, camminano avanti e indietro.

Essere in casa d’altri. L’odore della candeggina che la donna sta passando a terra continua a persistere mentre parliamo e la intravedo mentre pulisce nel corridoio. Le stanze, che sonpersonale, dove mettere le proprie cose, dove dormire. Un posto dove chiudere la porta. Solo che una porta da chiudere non c’è.

Nella cima dei muri-container si vedono appoggiati dei vestiti un po’ arruffati, di vari colori, magliette, pantaloni, quasi in tutte le stanze. Penso che quella sia la loro sedia dei panni usati, quella che in stanza abbiamo tutti e dove appoggiamo i vestiti ammassati uno sopra l’altro. La grande stanza è uno spazio modulabile, che può diventare allo stesso tempo un’aula per fare lezione, una palestra per allenarsi, un posto dove mangiare.

Nella parte comune c’è un tavolo di legno, uno di quei tavoli delle sagre con le gambe verdi e che dondola sempre un po’. Un ragazzo che si sta mettendo le scarpe esce velocemente dalla porta, come se corresse a lavoro. Altri passano e guardano noi che parliamo con occhi un po’ curiosi e forse un po’ preoccupati.

L’atmosfera è tranquilla, silenziosa, familiare. Questo posto è la rappresentazione fisica della parola stereotipo. È un posto fatto di stereotipi visivi dove è possibile eliminare ogni preconcetto immaginato prima di entravi. Dentro queste mura si può comprendere una realtà che da fuori si immagina e assume accezioni culturali non reali.

Qui dentro il mondo è diverso, non è come quello che noi (noi italiani) abbiamo fuori dalla porta della nostra stanza. La vita che si conduce qui è una realtà a parte, è un limbo. Un posto in cui chi ci vive non sa quanto ci resterà, non sa ancora quali passi dovrà compiere. Qui non si è arrivati e non si è nemmeno ancora andati.

Il percorso di richiedenti asilo, rifugiati e migranti 

Il primo punto di raccolta di tutti i cittadini stranieri soccorsi in mare, o entrati in modo irregolare nel territorio nazionale, è l’Hotspot. In queste strutture avvengono attività di primo soccorso, prima assistenza sanitaria, pre-identificazione e foto-segnalamento e di informazione sulle procedure dell’asilo.

A questo punto i soggetti vengono indirizzati verso i vari centri di accoglienza, a seconda delle disponibilità di posti letto. I centri di accoglienza di dividono in centri di 1° e di 2° accoglienza.  

La prima accoglienza

La prima accoglienza offre innanzitutto una soluzione abitativa a persone che affrontano una realtà completamente nuova. I soggetti che arrivano sono persone che nella maggior parte dei casi, hanno difficoltà dovute ad una enorme barriera culturale.

Questa fase è dedicata all’identificazione, la formalizzazione della domanda di richiesta di asilo, l’avvio della procedura e l’accertamento dello stato di salute. Ai migranti viene fornita anche assistenza sanitaria e legale. Si inizia quindi a formalizzare di richiesta di asilo, che nel 99% dei casi non viene riconosciuta alla prima udienza. A questo punto c’è la possibilità di fare un diniego.

Il diniego avviene dopo un mese, di fronte alla commissione territoriale, davanti alla quale il richiedente asilo racconta la propria storia. A seguito di questa la commissione valuta nuovamente le motivazioni. Se questo non viene riconosciuto c’è la possibilità di un ricordo in tribunale, con tempistiche 6 mesi o più. Nonostante queste tempistiche predefinite, di fatto passano anni prima di riuscire ad ottenere effettivamente qualcosa. In queste strutture i migranti vivono in un condizione di limbo, di sospensione e incertezza.

La seconda accoglienza

Nei centri di seconda accoglienza avviene la concretizzazione del progetto di inserimento nel mondo del lavoro, finalizzata a radicarsi sul territorio e trovare un alloggio stabile.

Il mito dei 35€ al giorno

è bene ricordare che negli anni la normativa che disciplina l’accoglienza in Italia è cambiata molte volte. Nel luglio del 2019, il taglio dei fondi ha prodotto diversi cambiamenti. Riducendo la somma dei 35€ al giorno, per migrante, destinati alla struttura di accoglienza, (e non al singolo soggetto) a 22.50€, molte attività sono state tagliate o limitate.

Il taglio dei fondi ha provocato l’annullamento di attività come l’insegnamento della lingua italiana, l’assistenza psicologica, gli abbonamenti per i mezzi pubblici. In un sistema culturale che si presenta totalmente differente da quello di appartenenza, l’inserimento necessario è contornato da tutte queste attività, che una volta annullate provocano difficoltà e disagio.

Chi sono gli operatori

Le persone che ho incontrato sono una mediatrice interculturale, che si occupa di facilitare l’interazione, la collaborazione e la convivenza negli ambienti multiculturali, quale in questo caso il centro di accoglienza. Un’assistente sociale, e un operatore che si occupa di gestione e ascolto, Alberto. Lui prima era un costruttore e si è ritrovato in questo ambiente quasi per caso, ma dicendomi “se nella vita non avessi fatto questa scelta, mi sarei perso qualcosa” capisco che non tornerebbe mai indietro.

Marina Lombardi

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