Nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio mancano i diritti umani

C’è una realtà legata al mondo delle migrazioni che spesso passa inosservata, la cui copertura mediatica – comunque non sufficiente – lascia il posto alla cronaca di quel che accade tra i confini e nel mar Mediterraneo. Le tragiche vicende delle rotte sono più “notiziabili” per la loro drammaticità di impatto e distolgono l’attenzione da una quotidianità altrettanto cruda che viene vissuta ogni giorno nelle strade del nostro Paese. I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) ne fanno parte.

Cosa sono i CPR

Sono strutture paragonabili alle case di reclusione, create per il trattenimento delle persone immigrate irregolari, quindi senza un valido permesso di soggiorno, presenti sul territorio italiano in attesa di esecuzione dei provvedimenti di espulsione (art. 14, D.Lgs. 286/1998) e rimpatrio nei paesi di origine. La gestione delle strutture viene affidata a privati tramite appalti da parte del Prefetto, in Italia sono presenti multinazionali che operano nel settore in tutta Europa: Ors Italia e, a Torino, Gepsa Italia, parte della società Engie Francia.

In Italia sono presenti fin dal 1998, nati con la Legge 40/1998 Turco – Napolitano sotto il nome di Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza (Cpta), sono diventati C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione) ed infine C.P.R. con la Legge Minniti-Orlando del 2017. I tempi di permanenza massima sono passati dagli iniziali 30 giorni a – con i decreti sicurezza del 2018 – 180. Attualmente il limite massimo è di 90 giorni. La “detenzione amministrativa” può essere assimilata a una vera e propria reclusione, dove l’unico crimine commesso è la mancanza del permesso di soggiorno.

Rapporto della CILD

Durante il 2021 i CPR sono apparsi nelle pagine di cronaca per alcuni casi di suicidio avvenuti all’interno delle loro mura. In meno di due anni sono sei le persone recluse morte in uno dei 9 CPR presenti in Italia. Ad ottobre dello stesso anno è uscito il rapporto della Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (CILD) che definisce i centri come buchi neri e denuncia diverse pratiche e procedure non a norma. Tra le caratteristiche che preoccupano maggiormente, viene sottolineato come metà degli uomini e delle donne presenti nei CPR provengono da Paesi verso cui il rimpatrio risulta impossibile, rendendo il trattenimento una detenzione con l’unico effetto di debilitare fisicamente e psicologicamente i migranti.

Il rapporto continua e descrive le condizioni dei CPR: molti non rispettano gli standard definiti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura; l’assistenza medica e psicologica non è garantita quanto dovrebbe; risulta difficile per i trattenuti contattare un avvocato o ricevere visite. Anche il rapporto del Garante nazionale delle persone private della libertà personale dipinge un quadro fosco: manca la privacy anche durante le visite mediche e non vi sono attività praticabili all’interno.
Perfino le condizioni fisiche degli edifici non garantiscono gli standard igienico-sanitari: viene denunciata la mancanza di vetri alle finestre e l’impossibilità di accendere o spegnere la luce a piacimento in alcune strutture e le pessime condizioni dei servizi igienici. Tutto ciò, nonostante la spesa per il mantenimento non sia trascurabile: nel periodo dal 2018 al 2021 il costo è stato di 44 milioni di euro.

Tante vittime

I casi di autolesionismo sono numerosi: nel Cpr di Torino, situato all’interno della città in Via Santa Maria Mazzarello 31, tra ottobre e dicembre 2021 si sono registrati 115 casi di “atti anticonservativi”, autolesionismo o tentato suicidio. Il 22 maggio 2021 Mamadou Moussa Balde, un ragazzo di 23 anni, si è suicidato nella cella. Si trovava lì dopo un’aggressione avvenuta a Ventimiglia da parte di tre ragazzi italiani, versava in condizioni psichiche fragili e il garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha affermato che il ragazzo non era stato trattenuto nel rispetto delle sue vulnerabilità, oltre a non aver avuto la possibilità di spiegare la sua versione dei fatti: subito dopo aver ricevuto le cure essenziali era stato recluso nel centro.

La tragica vicenda ha avuto risonanza mediatica, ha portato l’attenzione su un fenomeno che non è isolato. Diverse riflessioni riguardo al senso dell’esistenza dei centri sono emerse nell’opinione pubblica: alla luce delle condizioni in cui versano, nell’assenza di rispetto dei diritti e della dignità umana, i centri servono davvero? Non c’è nessuna risposta alternativa per gestire il fenomeno che ha portato alla loro creazione, più rispettosa dei diritti umani?

Anna Franzutti

Crediti foto di copertina: https://www.leggiscomodo.org/cpr-macomer-nuoro-scomodo/

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