Il danno umanitario della fast fashion

Qualche tempo fa abbiamo parlato delle conseguenze ambientali causate dalla sovrapproduzione di vestiti e scarpe. Ora, invece, analizzeremo il costo umanitario della fast fashion e, più in generale, dell’industria della moda. L’evento cardine che ha portato a galla questa problematica si riconosce nella data del 24 aprile 2013.

Quel giorno, un edificio commerciale di otto piani a Savar, in Bangladesh, ospitante circa 5000 lavoratori, crollò a causa di difetti strutturali già evidenziati svariate volte dai lavoratori stessi. Più di 1100 persone morirono nell’incidente e 2500 rimasero ferite permanentemente. L’edificio ospitava, tra le altre cose, ben cinque fabbriche di abbigliamento.

Da quel momento, sono seguite proteste in tutto il mondo non solo da parte degli impiegati in fabbrica, ma anche dai consumatori stessi e, finalmente, le luci dei riflettori si sono spostate sulle pessime condizioni dei lavoratori di questo settore.

Rana Plaza Collapse, fotografato da Rahul Talukder, foto vincitrice del World Press Photo 2014 (credits: Il Post)

Come abbiamo accennato nello scorso articolo, la produzione di abbigliamento si è delocalizzata nel tempo: se negli anni ’60 il 95% di vestiti era prodotto e venduto interamente in America, nel 2010 si arrivava già a percentuali infime, solo il 3%. Con l’avvento della fast fashion il fenomeno è peggiorato, in quanto le marche trovavano in paesi come India, Bangladesh, Cambogia e Cina, la possibilità di ridurre significativamente i costi di produzione e massimizzare i profitti.

Questo sistema ha pressato da subito i proprietari delle fabbriche di tessuto che, di fronte alle minacce delle multinazionali di chiudere gli stabilimenti o spostare le loro produzioni altrove a meno di un taglio dei costi di produzione, si sono trovati costretti a minimizzare gli stipendi dei loro dipendenti.

Gli operai erano, di fatto, costretti a lavorare per circa $10 al mese, tutti i giorni, per 14-16 ore. Ogni tentativo di ribellione era vano e represso con la violenza: non a caso il crollo del Rana Plaza era avvenuto giorni dopo alcune proteste opportunamente silenziate che lamentavano l’inagibilità del posto.

Molti proprietari dei brand hanno giustificato la situazione affermando che, nella maggior parte dei casi, per queste persone (soprattutto giovani donne) il lavoro in fabbrica rappresenta l’alternativa migliore per guadagnarsi da vivere. “Almeno hanno un lavoro”, si potrebbe pensare, ed in parte è lecito farlo, ma ciò non giustifica lo sfruttamento da parte di queste aziende delle condizioni di estrema miseria in cui determinati individui sono costretti a vivere. Si tratterebbe, a tutti gli effetti, di una giustificazione dello schiavismo.

All’indomani dell’incidente del Rana Plaza venne, quindi, discusso un Accordo sulla sicurezza delle fabbriche in Bangladesh, rinnovato per altri 26 mesi nel 2021. Il nuovo Accordo impegna circa 200 brand internazionali a rispettare i diritti di base dei lavoratori in Bangladesh, a controllare che vengano adottate misure di sicurezza adeguate nei luoghi di lavoro e a garantire dei prezzi accessibili per i loro fornitori. Non meno importante è, inoltre, la volontà di estendere tali accordi ad almeno un altro paese, così da scoraggiare un ulteriore spostamento delle fabbriche di tessuto per ovviare alle nuove regole.

“There is no sustainable fashion without fair pay”

dal sito di Fashion Revolution Week

Ovvero “non esiste moda sostenibile senza il giusto prezzo”. È questo il motto della Fashion Revolution Week, un’iniziativa che cade nella settimana dell’anniversario del crollo del Rana Plaza, interamente dedicata all’educazione verso scelte d’acquisto più etiche e sostenibili e alla promozione di brand che agiscono in questo senso.

La campagna di sensibilizzazione passa anche per i social con l’hashtag #WhoMadeMyClothes. Il fine è sempre quello di rendere le persone consapevoli nelle scelte, a prescindere da quali esse siano. Se un brand offre un numero esagerato di nuove collezioni in un tempo relativamente breve (ad oggi SHEIN conta nella sua sezione “New in” circa 21 mila vestiti), siamo certi di trovarci di fronte a un brand che promuove fast fashion e ne conosceremo quindi le modalità di produzione, se decideremo o meno di acquistare un prodotto.

Se siete curiosi di conoscere altro a riguardo, vi consiglio un documentario che racchiude ciò che ho trattato negli ultimi due articoli: sto parlando di THE TRUE COST e lo trovate su youtube.

Dalila Papapicco

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