L’omicidio di Shinzō Abe: la storia della violenza politica in Giappone

L’omicidio brutale di Shinzō Abe ha suscitato sgomento e incredulità nei cittadini e nei leader di tutto il mondo. Lo shock globale è sicuramente dovuto al fatto che il politico sia stato il primo ministro più giovane e quello più a lungo in carica nella storia del Giappone, ma a questo si aggiungono altri fattori: il Paese del Sol Levante è noto per essere uno dei paesi più sicuri al mondo; qui gli omicidi sono pochissimi, nel 2021 sono stati solamente 10 e prevalentemente legati alla Yakuza, la mafia giapponese. Per questi motivi non associamo prontamente l’assassinio politico e la violenza al Giappone democratico e sviluppato che i media ci hanno mostrato negli ultimi anni. Alla luce di ciò, non sorprende lo stupore presente in molti articoli di giornale che si sono concretati sulla violenza politica giapponese come “quasi sconosciuta”. Tuttavia, come in ogni paese, gli atti improvvisi ed estremi di assassini politici non sono senza precedenti in Giappone.

Il più famoso è sicuramente l’assassinio del 1960 di Inejiro Asanuma, leader del Partito Socialista, accoltellato mortalmente da un ragazzo di estrema destra di soli 17 anni. La morte di Asanuma viene trasmessa in diretta, lasciando il pubblico giapponese estremamente scioccato. Il risalto più grande lo avrà però la celebre fotografia di Yasushi Nagao, che riesce a immortalare il momento in cui l’assassino ritrae la lama di 30 centimetri prima di colpire nuovamente il politico. La drammatica poesia estetica del colpo mortale, racchiusa nello scatto, viene diffusa in tutto il mondo e consente al fotografo di vincere il World Press Photo of the Year e successivamente il premio Pulitzer. Nel giugno dello stesso anno, il nonno di Shinzō Abe era stato vittima di un attentato fallito con caratteristiche simili.

Un altro esempio della violenza politica ultranazionalista di questo paese è rappresentato bene dallo scrittore Yukio Mishima. Definito da Moravia un conservatore decadente, con una visione del nazionalismo nipponico in chiave nostalgica, Mishima fonda un’organizzazione paramilitare di stampo reazionario con l’obiettivo di rapire il generale delle armate per poi sollevare l’esercito contro il governo e portare a compimento il colpo di stato. Il suo disegno però non va a buon fine. Dopo aver preso atto dell’impossibilità di sottrarre il suo paese al giogo statunitense, Mishima decide di portate a compimento il seppuku, antico rituale di suicidio volontario della casta dei samurai, ponendosi così al riparo di una morte disonorevole.

Il più curioso e meno conosciuto atto di violenza politica riguarda Mitsuyasu Maeno, un famoso porno attore che aveva solo un eroe, il politico di estrema destra Yoshio Kodama. Quando il politico viene accusato di corruzione ed evasione fiscale, il mondo degli ideali di Maeno gli crolla sotto i piedi. La sua soluzione è quella di far crollare la casa di Tokyo in cui Kodama sconta gli arresti domiciliari. Noleggia un aereo, si veste con la divisa dell’aviazione imperiale giapponese e si schianta su di essa urlando “banzai” e morendo come i kamikaze delle Seconda guerra mondiale. La casa prende fuoco, il porno attore muore sul colpo ma il suo vecchio eroe si salva illeso.

L’incidente più eclatante della violenza politica giapponese del dopoguerra è stato senza dubbio l’attacco terroristico con l’impiego di gas nervino sarin, avvenuto a  Tokyo nel marzo del 1995. Per mano della setta ‘Aum Shinrikyō, le principali stazioni della metropolitana di Tokyo sono state colpite in simultanea per iniziare un’ipotetica ”fine del mondo” professata dal fondatore Shōkō Asahara. L’agente nervino ha causato 14 vittime e più di 1000 persone ferite. Il leader della setta e i suoi membri chiave sono stati giustiziati nel 2018.

Come si è venuto a scoprire, forse anche il protagonista dell’omicidio di Shinzō Abe è stato portato da una setta a compiere questo atto. Secondo quanto riportato dai media giapponesi, l’uomo ha riferito alla polizia di aver ucciso il politico perché in qualche modo legato alla setta (la Chiesa dell’Unificazione Giapponese) a cui la madre aveva fatto ingenti donazione, creando grossi problemi finanziari alla famiglia. L’uomo che premuto il grilletto contro Abe avrebbe voluto uccidere il capo della Chiesa, ma l’ha ritenuto troppo difficile e ha ripiegato su un bersaglio più facile, come l’ex primo ministro, i cui legami con la Chiesa non sono confermati (Abe era scintoista).

Comunque finisca questa storia, l’ennesimo importante politico giapponese è stato ammazzato. Che c’entri o no la pista religiosa, quello delle sette resta un problema gigantesco, anche politico, in Asia, dove fanno più danni del populismo. Purtroppo, Shinzō Abe è solo il più recente di una lunga serie di attacchi a sfondo politico della storia del Giappone. La natura di queste azioni offre agli autori un’ampia piattaforma per diffondere le loro idee in tutto il mondo, indipendentemente dal fatto che siano politiche, religiose o personali.

Edoardo Silvestri

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