Che fine fanno le nostre tasse universitarie?

È ormai scaduto il termine ultimo di pagamento della seconda rata delle tasse universitarie, ma quest’anno, in seguito alla chiusura di Palazzo Nuovo, i migliaia di studenti, che fino ad aprile frequentavano la struttura, si sono chiesti quanto fosse giusto dover pagare contributi ad un’università che li ha costretti per anni a respirare amianto e ora a vivere tutti i disagi che comporta non possedere più una sede. La redazione di The Password ha quindi deciso di indagare su come vengano spesi quei soldi che noi studenti di UniTo paghiamo ogni anno, al fine di fare un po’ di chiarezza.

Innanzi tutto bisogna chiarire che, secondo uno studio dell’Università del Piemonte Orientale, il 70% circa del totale delle entrate del sistema universitario nazionale proviene dal settore pubblico (corrispondente allo 0,8% del Pil) e solo il 12% proviene da entrate contributive, cioè tasse e contributi pagati dagli studenti.

La quota di finanziamento proveniente dalle tasche degli studenti può essere utilizzato per:

  • tutte le spese di investimento in beni e attrezzature che contribuiscono al miglioramento dell’attività didattica, quali gli investimenti in laboratori didattici ed esercitazioni;
  • tutte le spese in servizi destinati alla generalità degli studenti, quali attività didattiche, seminari didattici, viaggi studio, corsi di recupero degli obblighi formativi, corsi di riallineamento;
  • cofinanziare iniziative progettuali a finanziamento esterno, a condizione che gli obiettivi del progetto siano servizi destinati alla generalità degli studenti o a migliorare l’attività didattica.

Mentre NON può essere utilizzata per:

  • finanziare qualsiasi attività riconducibile alla sfera istituzionale dell’Ateneo;
  • servizi e interventi non destinati alla generalità degli studenti, quali borse di studio, assegni di ricerca, contributi finanziari per la mobilità nazionale e internazionale, attività di tutorato, rimborsi spese a studenti, collaborazioni occasionali;
  • il reclutamento di personale, con qualunque forma contrattuale;
  • le spese di acquisto di beni e attrezzature non strettamente connesse alle attività didattiche.

È inoltre interessante notare che, secondo il decreto del Presidente della Repubblica n. 306 25 luglio 1997 art. 5, “la contribuzione studentesca non può eccedere il 20% dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato”. Ciò significa che l’ammontare dei finanziamenti provenienti dalle tasse universitarie deve essere sempre inferiore o uguale a 1/5 della cifra stanziata dallo Stato; infatti se lo Stato fornisce il 70% dei finanziamenti totali, i contributi degli studenti non possono superare il 14% del totale.

Secondo gli obiettivi della Strategia di Lisbona del 2000, programma di riforme economiche approvato a Lisbona dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea, il 3% del Pil deve essere investito in ricerca, formazione e sviluppo, ma l’investimento statale italiano in istruzione è di gran lunga inferiore a quanto stabilito: equivale solamente all’1% del Pil. E se paragonata alle altre università europee, questa carenza di finanziamenti pubblici si nota eccome: in Danimarca (che investe nell’istruzione ben il 26% del Pil) e in altri paesi del nord Europa, quali Norvegia, Finlandia e Svezia, l’università è totalmente gratuita.

L’università italiana e, in particolare, le facoltà umanistiche al momento non offrono strutture e servizi degni della quantità di tasse che noi studenti paghiamo. Purtroppo si tratta di un problema che non riguarda solamente l’università, ma l’istruzione pubblica in generale e che sarà risolvibile soltanto con l’aumento dei finanziamenti, statali e privati, destinati all’istruzione pubblica.

di Irene Rubino

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