Cromato e Fiammeggiante: una double feature su Mad Max Fury Road

Critiche infondate e attenzione ai dettagli
di Mauro A. C. Auditore

Mad Max: Fury Road sta facendo molto discutere. Additato come pellicola “Femminista”, definito debole di trama, popolato di personaggi piatti, carenti di interazione tra loro. Mai ci sono state critiche più false. La trama è essenziale, ma non per questo meno solida. Semplice, stilizzata, non debole. L’interazione ha luogo soprattutto coi fatti che, in un mondo dove l’acqua, la benzina, e il cibo sono più preziosi dell’oro, di certo contano più di ogni parola.

Il deserto in cui ci si muove è abitato da popolazioni studiate al punto di essere quasi delle “razze” nel senso fantasy del termine. Genti con una loro cultura e un vestiario e un armamento e un atteggiamento ben definiti. Chi grottesco, chi compito e sofferente, chi inquietante, chi semplicemente sopra le righe, chi maniacale, chi idealista.

Per dirne una, l’atteggiamento spavaldo e violento dei warboys, la loro ossessiva ricerca di una morte eroica e gloriosa in battaglia, è un’ottima ricostruzione della forma mentis di un devoto vichingo.

Caratterizzati solidamente sono tutti i personaggi che compaiono sullo schermo. Dai protagonisti Max e Furiosa, all’antagonista totale, Immortan Joe, ai suoi gregari, ai suoi sottoposti, a praticamente quasi ogni comparsa. Il livello di recitazione è qualitativamente altissimo, l’intero cast spazia dal convincente al superbo. Caratterizzati nell’aspetto, nell’atteggiamento, nel loro percorso evolutivo. Tutti si muovono per un buon motivo, vengono segnati dagli eventi che vivono, crescono, cambiano, si accettano per quello che sono, e combattono fino alla fine le loro battaglie. Tutto il resto, il contorno, viene spiegato o lasciato intuire secondo il necessario, senza appesantire tutto con enormi spiegazioni che avrebbero spezzato il ritmo. E i dettagli non vengono mai buttati a caso. Tutto ciò che viene mostrato, torna in qualche modo. La trama delle vicende che ammiriamo, ha il dono di essere sensata, fino all’ultimo.

L’accusa di femminismo potrebbe essere vista come sensata. Ma è davvero un male da accusare? Imperator Furiosa, interpretata con un eccellente performance da Charlize Teron, letteralmente ruba il film. Arriva a porsi come protagonista alla pari del pazzo e tormentato Max, dimostrandosi in alcuni momenti persino superiore a lui, in combattività, astuzia e umanità. Ma non risalta perché è una stereotipata strong independent woman, troppo perfetta per esistere.

Furiosa risalta perché è un personaggio fortemente caratterizzato, ben scritto, ottimamente recitato, con tormenti e dolori e con le sue debolezze. Non è veramente importante che si tratti di una donna. E la caratterizzazione estetica di Furiosa riflette questa impostazione. Capelli rasati a zero, volto pesantemente imbrattato di olio motore, un braccio mancante rimpiazzato da una protesi, quanto di più lontano ci sia dal concetto di femminilità convenzionale. Di sicuro un individuo, e non un oggetto.

Qualche riga fa ho usato il verbo ammirare. Non è una scelta casuale. La resa estetica e il racconto per immagini sono talmente ben fatti da non poter semplicemente guardare. Il rosso arancio del giorno, il blu della notte descrivono la terribile bellezza di un mondo devastato, che scorre fuori dal finestrino-palcoscenico di tante storie che corrono parallele e si scontrano. Uno spettacolo, come giustamente vi dirà il mio collega nella seconda parte di questa “recensione”, che ci ricorda come il cinema sia Arte. Con la A maiuscola ben evidenziata.

Le due ore di durata passano senza sentirle. Ci si siede in sala, e si parte con un monologo a schermo nero, che anticipa il grado di apocalisse in corso: un mondo a pezzi, pieno di persone spezzate e rotte e a modo loro, uscite di senno. Un momento di fugace stasi di fronte all’immenso deserto e al nostro eroe che sembra quasi rilassato. Quasi. Poi si accendono i motori dei veicoli e ci si frena solo per svolte importanti di trama o per eventi di forte carica drammatica, senza mai perdere slancio. Dritti come un fuso, senza tempi morti. Fino a un finale che porta una borsa di speranza dopo l’apocalisse, e lascia immaginare un nuovo futuro. Ma non una conquista indolore. C’è stato sangue e sacrificio, e sicuramente ce ne sarà altro.

A fine pellicola gli spunti di riflessione non mancano, dall’estremismo religioso (il culto del motore V8 e la promessa dell’eterna gloria che muove i fanatici guidati da Immortan Joe e dai suoi “Vicari”), allo scenario da risorse in esaurimento e collasso economico/sociale che potrebbe non essere così lontano come ci piace crederlo, al confronto tra patriarcato/matriarcato, con contestuale sottotesto di rivendicazione del diritto e del ruolo femminile e la disumanizzazione dell’individuo, trattato alla stregua di un ricambio spendibile. Sono appunto spunti, tutti emersi dalle scene viste, tutti degni di approfondimento e dibattito. Un ulteriore pregio a favore di questo gioiello cinematografico. Spinge a pensare molto di più con ciò che mostra di quanto molti altri film facciano con quello che dicono di dire.

Ai fan di lunga data della saga viene da chiedersi dove questo quarto capitolo sia collocato nella cronologia delle vicende del guerriero della strada. Ma stando al regista, George Miller, non è davvero importante. Le storie che questi film raccontano sono, nella sua visione, leggende tramandate e mutate di volta in volta dalla voce di un diverso narratore, simboleggiato dall’evoluzione del suo stile registico. Abbiamo di fronte un cineasta che riadatta il suo immaginario e la sua sensibilità ai tempi e alla platea, riuscendo però anche a rimanere fedele a se stesso, con piccole citazioni e rimandi, che non pesano al punto da dover essere necessariamente compresi per godere della storia. Quest’ottica folcloristica slega tra loro i film e li libera dall’obbligo di coerenza, lasciandoli liberi di esprimersi appieno come opere indipendenti.

C’è da augurarsi che Mad Max: Fury Road divenga pietra di paragone del cinema per gli anni a venire. Ha segnato un nuovo standard massimo del suo genere. Fa riflettere il fatto che ci sia voluto un regista più che settantenne per mostrare al mondo una nuova via e un nuovo standard da battere. Ora serve solo che la nuova generazione di cineasti raccolga la sfida. Miller ha già in mente un seguito, con cui alzerà la posta, quindi che si sbrighino a rispondergli a tono.

E un anziano regista ci mostrò il valhalla.
Di Marco Fassetta

Tra le innumerevoli curiosità e aneddoti che circondano Mad Max: Fury Road, una delle più sorprendenti è l’età del regista: George Miller ha infatti la bellezza di settant’anni. Di miller1per sé questo fatto non sarebbe particolarmente interessante, ma vedendo il film non si può che rimanere sbalorditi dalla sua innovatività, dalla freschezza che si porta dietro, dal ritmo in continuo crescendo, dall’utilizzo dinamico dei colori e della musica: sembra di assistere al lavoro di un artista giovane che lascia esplodere la propria arte, una di quelle opere che trasformano le promesse talentuose in registi affermati, destinate molto spesso a rappresentare il culmine qualitativo della loro carriera, e invece si tratta della coronazione di un mestierante che dopo aver attraversato con discreto successo una notevole varietà di generi diversissimi tra loro (dalle prime avventure di Interceptor al maialino Babe), ritorna alle proprie origini, mostrando ai cineasti odierni cosa significhi avere esperienza e saperla sfruttare e che sembra essere un dono ai giovani spettatori, un film d’azione assolutamente perfetto che, a dispetto del fatto di avere come protagonista un’icona delle pellicole anni ’80, non è una semplice derivazione di un’epoca passata, ma un vero e proprio ‘’punto a capo’’ che alza l’asticella del cinema di genere tutto.
Miller innova facendo tesoro di tutto ciò che lo ha preceduto. Come già raccontato in un precedente articolo, le prime avventure del Road Warrior hanno generato un’eredità artistica colossale, dalla quale però il regista sembra prendere le giuste distanze. La prima evidente innovazione sta nella scelta cromatica. Osservando film come The book of Eli o The Road si nota come i colori siano desaturati, con l’idea precisa di rendere il film quasi monocromatico, per dare un aspetto alienante al panorama. In Fury Road invece i colori sono iper-saturati: in più occasioni sembra di assistere ad un vero e proprio dipinto in movimento, dove l’occhio è continuamente stimolato e attratto, tanto da far rimpiangere quei brevissimi istanti in cui si devono battere le palpebre, per paura di essersi persi anche solo un frammento di questo incredibile spettacolo.
Riguardo al ritmo sopra citato, il trucco usato dal regista è quello del continuo movimento. Si tratta, a livello di trama, di un road movie, dove i protagonisti fuggono a bordo di una ‘’blindocisterna’’ (talmente carismatica come mezzo di locomozione da diventare essa stessa personaggio) dal carrozzone da guerra in grande spolvero delle famiglie regnanti blindocisternadelle tre città che formano la neosocietà rinata dalle ceneri della post-apocalisse: la Cittadella, dove si estrae acqua, Bullet Farm, dove si fabbricano armi e proiettili, e Gastown, produttrice di carburante e veicoli. 

Lo stile dei personaggi sembra un misto tra Ken il Guerriero e Tank Girl, a loro volta entrambi figli riconosciuti dell’onda ispiratrice di Road Warrior. Lo stile allucinato e grottesco che permea la pellicola trasforma gli incontri che normalmente arricchiscono il viaggio dell’eroe nelle opere on the road, in scontri dinamici e ipercinetici, che lasciano lo spettatore senza un attimo di respiro ma al contempo senza metterlo di fronte ad un film ‘’senz’anima’’, Fury Road è infatti ben lontano dai classici blockbuster divertenti ma che chiedono di spegnere il cervello in cambio dello spettacolo che offrono, più vicini ad un giro su un roller coaster che ad un’opera cinematografica. Qui più si tiene la mente vigile, più si può godere delle caratteristiche della pellicola, che infatti è tutto fuorchè dimenticabile, anche grazie al modo non banale con cui affronta tematiche ben più adulte di quelle classiche del genere, che spaziano dall’estremismo religioso che favorisce le dittature, alla rivendicazione dei diritti della donna in una società semi-primitiva guerra centrica.

Se di solito il diavolo si annida nei dettagli, è invece proprio in essi che si nasconde il maggior pregio di questo film: fin nei minimi particolari ogni caratteristica è ragionata, studiata e confezionata con un evidente misto di maestria e amore per il proprio lavoro. Un particolare significativo in tal senso è quello della colonna sonora. Impossibile non notare, tra i tanti personaggi, il folle chitarrista che dà il ritmo alla marcia di guerra degli inseguitori. Questo moderno tamburine man dotato di una chitarra elettica/lanciafiamme suona in continuazione, accompagnato da quattro tamburi situati nel retro del veicolo che lo trasporta. Ciò che colpisce è il fatto che quella che da loro viene suonata sia la colonna sonora stessa del film, in modo da far coincidere ciò che sentono i personaggi e gli spettatori, il che è abbastanza tipico nei musical ma quasi totalmente estraneo a film di altro genere.guitarist
Si potrebbero spendere pagine su pagine a parlare dei costumi, degli effetti speciali prostetici, dei nomi scelti per i personaggi, ma in realtà nulla può descrivere meglio l’esperienza offerta dalla pellicola che non la visione in prima persona della stessa.
In definitiva, Mad Max: Fury Road è un film che utilizza alla perfezione il mezzo cinematografico, coniugando dialoghi, immagini, azione, colonna sonora, effetti speciali, uso dei colori in modo perfettamente calibrato, ogni parte è funzionale sia nel proprio specifico campo sia nella costruzione del tutto, affinchè la narrazione risulti dalla somma delle parti, come un mosaico o un quadro puntinista, godibile tanto nel dettaglio se analizzato da vicino, quanto nella sua pienezza se visto dalla giusta distanza.
Grazie, George. Cento di questi settant’anni!

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