Ma cos’è questa “Ideologia Gender”?!

di Chiara Dalla Longa

In seguito alla pubblicazione dell’articolo di ieri “Ideologia Gender : generazioni a confronto” oggi cerchiamo di approfondire il tema e comprendere di cosa realmente si tratta quando si parla di Teoria o Ideologia Gender.

Cerchiamo di capire: questo Gender, cos’è?
In italiano si traduce con “genere” ed è un modo per individuare la distinzione tra uomini e donne. Inizialmente veniva usato il termine “sesso” (sex) per indicare il sesso maschile o femminile di una persona. Dagli anni cinquanta però, nella lingua inglese, la parola “gender” (già esistente per indicare una categoria grammaticale) entra nell’uso scientifico per riferirsi agli intersessuali, fino a quel tempo chiamati ermafroditi. Gli intersessuali infatti non possono essere distinti in maniera precisa in sesso maschile e femminile in quanto presentano caratteri sessuali di entrambi i sessi (cromosomi maschili e genitali femminili o viceversa). Era dunque nata la necessità di trovare un termine che riuscisse a distinguere il genere delle persone indipendentemente dal loro sesso biologico.

E l’ideologia gender?
Questa teoria è vista, da chi la contesta, come un’ ideologia che promuove il concetto dell’assenza di differenze biologiche (ad eccezione di quelle strutturali) tra i due sessi e quindi l’eguaglianza assoluta tra maschio e femmina. L’obiettivo dell’ideologia sarebbe, quindi, quello di combattere i pregiudizi e le discriminazioni sociali partendo col demolire ciò che rappresentano i ruoli di genere nella nostra società.
Con ruolo di genere si intende una serie di norme comportamentali associate rispettivamente ai maschi e alle femmine in un dato sistema sociale o gruppo. Ad esempio possiamo asserire che nella nostra società sia di norma che gli uomini amino il calcio, che facciano i lavori più pesanti, che non si dedichino alla famiglia o alla cura della casa come, al contrario, le donne dovrebbero fare. Inoltre una “vera donna” amerebbe lo shopping, non saprebbe guidare e piangerebbe per una qualunque sciocchezza. Tutti stereotipi che potrebbero portare a pensare che chiunque non rispetti questo “codice comportamentale” non sia quindi una “vera donna” o un “vero uomo”. Sovente, infatti, le vittime di bullismo e discriminazioni omofobe sono persone viste come non conformi ai prestabiliti modelli sociali, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Andrebbe quindi fatta una riflessione sui veri obiettivi di questo programma educativo, che non sarebbe indirizzato solo a “proteggere” le persone omosessuali ma ad evitare il nascere di situazioni discriminatorie nei confronti di chiunque. Sostanzialmente, questa teoria o ideologia non è mai stata teorizzata da nessuno; è nominata esclusivamente da chi si dichiara contrario a questo movimento e ritiene sia nato per confondere o persuadere all’omosessualità i bambini nelle scuole attraverso programmi di educazione sessuale.

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Ma cosa avviene realmente nelle scuole?
Nel 2013 tramite il Dipartimento per le Pari Opportunità e l’UNAR (Ufficio Antidiscriminazioni) in collaborazione con diverse associazioni LGBT, l’Italia ha aderito al Programma del Consiglio d’Europa, adottando la Strategia nazionale LGBT 2013-2015 con lo scopo di combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Gli obiettivi preposti sarebbero stati quelli di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche lesbo, gay, bisessuali, transessuali (Lgbt); favorire l’empowerment delle persone Lgbt nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni; contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari; superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori con percorsi innovativi di formazione e di aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, oltre ad un particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e transfobico. In particolare la formazione dovrà riguardare: lo sviluppo dell’identità sessuale nell’adolescente; l’educazione affettivo-sessuale; la conoscenza delle nuove realtà familiari».
In realtà, il 4 giugno 2015 un annuncio delle associazioni LGBT ( Agedo, Arcigay, ArciLesbica, Associazione Radicale Certi Diritti, Equality Italia, Famiglie Arcobaleno, Gay center, Mit) denuncia che, dopo essere state convocate a Roma per un workshop dell’Asse Educazione e Istruzione organizzato da UNAR e RE.A.DY nell’ambito della Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, il MIUR non si è presentato e quello che doveva essere un incontro conclusivo e di valutazione delle azioni svolte: ciò ha rappresentato un notevole passo indietro.

Nonostante le fonti di informazione siano parecchie e facili da raggiungere grazie ai diffusi mezzi di comunicazione, sta dilagando una propaganda nei confronti di questa “ideologia” con spesso informazioni errate che spaventano i genitori apprensivi, giustamente preoccupati per l’educazione dei propri figli. Sul web e soprattutto sui social è facile trovare immagini o post che diffondono notizie riguardo le “lezioni gender” nelle scuole italiane, ma è importante documentarsi bene sulle fonti e sulla loro veridicità.
A settembre il ministro Giannini ha pensato di chiarire ogni dubbio e tranquillizzare questi genitori con una circolare inviata a tutti i Dirigenti Scolastici specificando che nella Buona Scuola «tra i diritti e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né “ideologie gender”, né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo».

Insomma, che l’ideologia gender esista o meno, che sia usata come strumento di educazione o che sia sfruttata per mettere in guardia i genitori dal possibile rischio di vedere i propri figlioletti diventare omosessuali dopo che l’insegnante ha mostrato loro diversi i tipi di amore esistenti al mondo, non dovrebbe suscitare preoccupazione dato l’ultimo annuncio del Ministro dell’Istruzione.

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