Mark Twain: Un americano alla corte di Re Artù

“Se quello era un manicomio avrei ben avuto ragione di quella manica di pazzi; se, invece, ero sprofondato nel sesto secolo, in qualche modo me la sarei cavata: avevo o no un vantaggio di oltre milletrecento anni su quei tizi?”

Come reagireste se a seguito di una botta in testa vi risvegliaste su un prato, a chilometri di distanza da casa, veniste attaccati e fatti prigionieri da uno strano cavaliere in armatura e scopriste di essere finiti a Camelot, nel 528 d.C.?

Incredulità, spavento e una certa dose di sconcerto di fronte a un’eventualità così assurda sicuramente sarebbero più che normali. Ma mai e poi mai – credo – vi verrebbe in mente di anticipare di diversi secoli la Rivoluzione Industriale e nel frattempo – perché no – preparare la monarchia di Re Artù per il passaggio alla repubblica (con voi stessi come primo Presidente, ovviamente).

Ebbene, questo è ciò che Hank Morgan, sovrintendente capo in una fabbrica di armi, appassionato di astronomia e macchine a vapore nonché ingegnoso e pratico americano nato e cresciuto nel Connecticut del XIX secolo si appresta a fare per tutta la durata di questo paradossale romanzo scritto da Mark Twain.

Scuole, università e giornali, telefoni, telegrafi e linee ferroviarie, flotte mercantili e armi da fuoco: nel giro di pochi anni il protagonista, aiutato dal fedele paggio di corte Clarence e creduto da tutti un potente stregone venuto da lontano, rivoluziona la società inglese a colpi di mirabolanti prodigi, figli dell’elettricità e del vapore. Il lettore non si stupisca dunque nel trovare uno squadrone di cinquecento cavalieri in bicicletta accorrere in soccorso del re, Ser Lancillotto spregiudicato azionista di maggioranza del Consiglio di Amministrazione dei Cavalieri della Tavola Rotonda e duchi controllori sulle nuove linee ferroviarie del regno.

Per dare il colpo di grazia all’era della superstizione, però, occorre annientare per sempre la sua colonna portante, la cavalleria errante d’Inghilterra, in una vera e propria guerra senza esclusione di colpi…nemmeno quelli magici. Perché sì, anche la mitica figura del saggio Merlino, tramandataci dalle leggende del ciclo arturiano, non sfugge alla dissacrante e umoristica penna dell’autore, che dipinge con un filo di costante ironia una lunga serie di siparietti comici in cui il famoso mago, raffigurato come un vecchio ciarlatano, esce sistematicamente sconfitto e umiliato dal confronto tra la “magia della fandonia” e la “magia della scienza e della tecnica”.

Lettura divertente e piena di spunti di riflessione per l’attualità dei temi trattati nonostante a parlare sia un personaggio nato quasi centocinquant’anni fa, A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court può a tutti gli effetti essere considerato il primo esempio di romanzo fantastico incentrato sui viaggi nel tempo, ed è andato in contro a numerosi adattamenti cinematografici e ha ispirato un buon numero di opere successive.

Che dire di più? L’intento del protagonista di adattare il contesto temporale in cui si è ritrovato improvvisamente catapultato, il VI secolo, a quello di provenienza, l’anno 1879, sembra andare a gonfie vele. Ma l’imprevisto, ahimè, è sempre dietro l’angolo, pronto a dimostrarci come far cadere la “maschera del progresso” e frantumare in pochi istanti “l’illusione di aver sradicato secoli di superstizione con qualche annetto di accurata educazione” non sia qualcosa di così impossibile…

Valentina Guerrera

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