La violenza nella narrativa resistenziale

La seconda guerra mondiale è stata teatro di atroci violenze, e gli scrittori che ne sono stati spettatori non hanno mancato di mettere bianco su nero le oscenità a cui hanno assistito. Gli autori per narrare un momento storico così complesso si affidano a un nuovo realismo, che assume però connotazioni diverse in ogni autore. Gli scrittori che hanno riscosso maggior successo furono Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Elio Vittorini, Italo Calvino, Giorgio Caproni e Renata Viganò.

Il racconto è la forma prediletta da questi autori, spesso accostata alla autobiografia, poiché protagonisti in prima linea nelle vicende belliche, ma nel dopoguerra andrà diffondendosi anche la forma romanzata.

Il tema delle violenza è, per ovvi motivi, sempre presente. In ogni singolo frammento gli autori macchiano di rosso le vicende raccontate, sottolineando la brutalità dei nemici e la paradossalità del male da cui sono circondati.

Nonostante ciò la violenza viene intesa in maniera assai diversa in ognuno degli autori prima citati. Cesare Pavese, con ‘‘La casa in collina” rivela un totale rifiuto della dimensione violenta, mostrando il percorso di un protagonista che viene pervaso da una nausea che gli impedisce di agire e di osservare solo dall’esterno le atrocità della guerra. Atteggiamento analogo è presente in Vittorini, che nel suo ”Uomini e No” si trova numerose volte a riflettere sulla natura umana, sul lupo che alberga in tutti noi. Nonostante ciò la violenza viene giustificata e reputata utile, poiché unico mezzo concreto per poter combattere le ingiustizie di cui l’Italia era vittima. Tale giustificazione viene espressa da autori quali Caproni e Calvino. Caproni descrive con toni estremamente cruenti le scene violente nei suoi ”Racconti scritti per forza”, nonostante l’autore nella sua vita partigiana abbia sempre evitato di combattere. Calvino invece associa la brutalità a un sentimento viscerale, una reazione che risveglia gli istinti primordiali dell’uomo, e che colpisce l’uomo quando viene toccato nel sangue. Nel racconto ”La stessa cosa del sangue”  vede lo scrittore in prima persona vittima di questa reazione, dopo l’imprigionamento della madre.

Totalmente diversa è la visione di Renata Viganò, autrice di ”L’Agnese va a morire”, considerato il primo romanzo popolare della narrativa resistenziale, in cui troviamo molti valori invertiti rispetto agli autori precedenti. Sicuramente un tratto distintivo della visione dell’Agnese, la protagonista del romanzo e alter ego della scrittrice, è la forte carica emotiva e patetica, che comporta una stupefacente empatica con il personaggio. Agnese odia, un odio che la porta ad agire e a cambiare totalmente, in un romanzo che può essere considerato di formazione, anche se la carica propulsiva per la sua trasformazione è l’odio nei confronti dei tedeschi, che avevano portato via il marito malato, e che era dunque morto poco dopo. La violenza è dunque per lei più che lecita, nel romanzo vi si trovano più momenti in cui questa viene festeggiata, poiché l’intera narrazione è dominata dall’ansia di agire, un desiderio di vendetta che si concretizza tramite l’atto violento.

Ognuno di questi scrittori ha saputo dipingere secondo il proprio punto di vista il dramma della seconda guerra mondiale, permettendoci di avere un quadro completo e complesso in cui è difficile distinguere i colori e le sfumature dei sentimenti umani, estremamente personali, ma che sicuramente ci fa comprendere che una simile atrocità non dovrà mai più ripetersi.

Emma Battaglia

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