I just can’t wait to see The Lion King

Quando il 21 agosto sono andata in sala a vedere Il Re Leone – per scrivere la recensione che state leggendo per conto di The Password – mi sono trovata a condividere la fila con dei bimbi trepidanti alla loro prima visione della storia di Simba. Subito mi si è accesa una curiosità antropo-scientifica: come reagiranno queste neonate generazioni alla morte di Mufasa? Ne porteranno il “trauma” e rimarranno emozionati dalla profondità della storia, come noi nel ’94?

Ebbene, il frutto della mia sperimentazione sul campo è stato che probabilmente i bambini delle soglie del 2020 sono più temprati di quanto lo eravamo noi (“è morto” ha constatato uno di loro, con il rassegnato pragmatismo di chi sa affrontare le avversità, non vedendo più Mufasa sullo schermo), empatici quanto lo eravamo noi (“poverino” era l’appellativo più gettonato per Simba) e svegli. È stato interessante vedere come un’emozione complessa – e che personalmente ho compreso solo da più grandicella – venisse ben assorbita: il senso di colpa di Simba per la morte del padre, il suo rifiuto a vivere e a valere. E mentre le immagini iper-realistiche del film scorrevano, ho pensato che questo, forse, è il mezzo più adatto per raccontare loro, nati in un’epoca di miracolo tecnologico, la storia del Re Leone.

Il film – diretto da Jon Favreau e realizzato con la tecnica CGI – presenta animali ultra realistici e un’attenzione quasi documentaristica per le loro caratteristiche di specie, le loro movenze e i loro atteggiamenti. Come conseguenza, vediamo alcune scene e alcune canzoni iconiche – che pure ci sono tutte – strozzate nella coreografia, al fine di non renderle troppo dissonanti rispetto all’impronta realistica: è il caso di Sarò Re e di Hakuna Matata. La pellicola ripercorre pedissequamente, sia con riguardo alla trama che alla regia e sceneggiatura, il grande classico: pochissimi cambiamenti sono stati introdotti e nessuna aggiunta che permetta di scoprire una nuova sfaccettatura della storia (come invece era stato fatto per La Bella e la Bestia, di cui, tra l’altro, i più attenti avranno colto un’azzeccata citazione).

Le musiche sono sempre quelle (da brivido) di Hans Zimmer e le canzoni sono di nuovo curate da Elton John, con una fortunata interpretazione de Il Cerchio della Vita da parte della cantante gospel Cheryl Porter. Per il cast di voci, nella versione statunitense abbiamo il ritorno di James Earl Jones, storico doppiatore di Mufasa (oltre che di Darth Vader), a cui tiene ben testa il nostro Luca Ward. Ci sono poi Beyoncé per Nala (Elisa in Italia), Donald Glover per Simba (Marco Mengoni in Italia), nonché Edoardo Leo e Stefano Fresi per Timon e Pumbaa (nella versione originale rispettivamente Billy Eichner e Seth Rogen), che secondo l’opinione di molti hanno fatto un lavoro oltre le aspettative. Non dimentichiamoci infine della voce di Chiwetel Ejiofor per Scar, uno dei villain più amati dell’intero universo Disney, in Italia doppiato da Massimo Popolizio, che ricorderete per la voce melliflua di Lord Voldemort.

C’è però un interrogativo da farsi obbligatoriamente riguardo una pellicola del genere: che cosa può dare a chi, invece, è cresciuto con il classico del 1994? La risposta è, naturalmente, soggettiva, ma per parecchi spettatori è stata la seguente: niente, se non un vago effetto nostalgia. Perché l’iper-realismo comprime al minimo l’espressività facciale (recte: musiale!) dei personaggi, scaricando tutto l’onere della recitazione sul lavoro dei doppiatori, che però per alcuni ruoli di rilievo non sono nemmeno professionisti, e compromettendo quindi l’empatia del pubblico. Perché alcune scene sono oggettivamente troppo sbrigative; ma soprattutto perché il remake sembra mancare di qualsiasi ratio di fondo: a che scopo, infatti, convertire un cartone in computer grafica – che quindi sempre un disegno rimane – se non si ha nulla di nuovo da dire? Se non si osa nemmeno un poco? A questo riguardo, è altrettanto legittimo chiedersi fino a che punto la Disney continuerà a realizzare remake, comprimendo per contro la produzione creativa, che potrebbe sfociare in capolavori considerati un domani cult da rivisitare.

In sintesi, ciò che pensiamo de Il Re Leone (2019) è che sia un bel film, che trasmetterà anche ai più piccini una storia profonda e meravigliosa, ma che sia privo di una sua anima.

Silvia Gemme

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