L’alba di un nuovo conflitto

Il nuovo anno non poteva partire in modo più clamoroso, dopo che le ultime decisioni del presidente americano Donald Trump hanno attirato su di lui le attente luci dei riflettori giornalistici di tutto il mondo, aggiudicandosi la primissima gogna mediatica del decennio, ma non la prima della sua carriera presidenziale. Ad aver innescato la tumultuosa serie di eventi che hanno e continuano a tenere il mondo con il fiato sospeso per via delle possibili conseguenze è stata la presa d’assalto dell’ambasciata americana situata in Iraq ad opera di manifestanti filo-iraniani, a cui ha fatto subito seguito la promessa da parte del presidente USA di un immediato regolamento di conti. La vendetta americana si è consumata il terzo giorno del nuovo anno con l’uccisione del Generale iraniano Qassem Soleimani durante un raid all’aeroporto di Baghdad nel quale è stato impiegato un drone radiocomandato direttamente dall’esercito USA, su ordine del presidente Trump.

Il generale Soleimani

Uno degli uomini più potenti in Medio Oriente, Soleimani è stato lo storico comandante delle Guardie iraniane della Rivoluzione, nonché alla dirigenza della squadra militare d’élite iraniana, della quale ha diretto numerose operazioni segrete e grazie a cui la sua fama di capace stratega e d’influente uomo politico rasenta, nel suo Paese, lo stato di leggenda vivente. Tra le figure più importanti a far parte del regime degli ayatollah e sempre schierato contro gli ideali occidentali, il suo contributo al Paese gli ha fatto valere un’importante amicizia con la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, il quale non ha esitato a giurare vendetta all’indirizzo americano promettendo a Trump una ‘’dura rappresaglia’’, che non ha richiesto molti giorni di attesa affinché si avverasse. L’uccisione del capo della Forza Quds ha infiammato tutto il Medio Oriente, suscitando tumulti all’interno dell’Iran e reazioni di sdegno verso l’operazione americana da parte di tutta la comunità di Stati europea e mondiale. A livello interinale, folle esaltate alla notizia della morte del “generale tiranno” si sono riversate trionfanti per le strade, alternandosi ad altrettante masse infuriate di iraniani invocanti a gran voce una risposta ancora più dura all’affronto americano, rivendicando un uso non più limitato dell’arsenale nucleare.
Il governo iraniano si è ritrovato a godere di una più che favorevole situazione dalla quale, essendo vittima a tutti gli effetti, poter richiedere ed ottenere dei sostanziosi vantaggi in termini di accordi e permessi, i quali avrebbero sicuramente trovato l’approvazione di una comunità internazionale che al momento si mantiene ben distante dal sostenere l’operato americano. Nonostante ciò, il forte orgoglio proveniente da antichi attriti ha prevalso su più furbe decisioni.

Il contrattacco iraniano 

La risposta della vittima iraniana è arrivata 5 giorni dopo, precisamente all’1 del mattino dell’8 gennaio, quando decine di missili provenienti dal regime del generale deceduto hanno illuminato il cielo sopra le basi di Ayn al-Asad ed Erbil situate in Iraq, nelle quali sono di stanza dei contingenti militari americani, assieme ad alcune truppe italiane (non contate tra le vittime). L’attacco, che vuole avere l’impressione di essere un monito, una dimostrazione di come il governo iraniano non abbia paura ad imbracciare le armi e puntarle verso il colosso americano, ha avuto un bilancio non definito. Mentre la televisione iraniana dichiara come i missili abbiano colpito e causato la morte di “80 terroristi americani”, (con l’intento di sollevare un movimento interventista all’interno del Paese?), il presidente Trump poche ore dopo l’attacco rassicura la nazione via Twitter : “va tutto bene”.

Ad aggiungere carne al fuoco provvedono alcuni media Usa che riferiscono di come il governo americano fosse stato informato riguardo l’imminente arrivo dei missili dal governo iracheno, a sua volta avvisato dallo stesso Iran, a prova di una effettiva rappresaglia controllata che trova conferma nella giustificazione da parte degli autori dell’attacco, che definiscono quest’ultimo un “legittimo atto di difesa”.

Il ruolo della comunità internazionale
Questa serie di confronti militari sembra essere ben lontana dalla sua fine ed è più che ovvio come sia alimentata da vecchi dissapori, mai dimenticati, che sono stati invece risvegliati e rischiano di infiammare un conflitto che innescherebbe una pericolosa serie di conseguenze a catena. A quel punto, sarebbe poi inevitabile il coinvolgimento di tutti quegli Stati che si trovano, per un motivo economico piuttosto che di risorse, alle dipendenze di uno o dell’altro avversario. La mossa necessaria deve essere messa in atto da quella comunità internazionale che fino ad ora si è limitata al ruolo di spettatore. Motivati dal concreto timore di un’inevitabile evoluzione del conflitto in una scala sempre più grande, gli attori più importanti dello scenario mondiale devono agire per sedare il confronto, prima che chi avrebbe potuto evitare una guerra, si ritrovi a farne parte.

      Antonio Ruggiero

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