La Cina e la (mala) gestione dell’emergenza Covid-19

L’epidemia globale di Coronavirus, partita dalla regione di Wuhan, in Cina, potrebbe rafforzare il potere del governo di Xi Jinping. Questa è la previsione politica di molti studiosi e giornalisti del settore, che hanno osservato come, dopo l’iniziale caos, la Cina si sia rimessa in piedi molto velocemente e sia riuscita a contenere la propagazione del virus, all’inizio apparentemente inarrestabile, in un Paese da 1.4 miliardi di abitanti.

È molto importante, però, tenere a mente come l’iniziale ritrosia del governo cinese a parlare apertamente del virus – per paura di un contraccolpo sui mercati che poi è effettivamente avvenuto – sia stata forse l’elemento primario a favore della diffusione del Covid-19. La poca e cattiva informazione e soprattutto il clima di omertà che aleggiava sulla questione nel primo mese del suo sviluppo sono state possibilmente le cause più gravi della profonda crisi, prima nazionale e poi globale, che ha colpito gravemente la sfera economica ma anche politica e sociale di quasi tutto il mondo. La scarsa tempestività del Partito Popolare ha causato gravi ritardi nella gestione emergenziale dei trasporti, dei rapporti con l’estero, nel controllo sugli spostamenti dei cittadini e nello studio approfondito sulle modalità del virus in Cina, che si è scoperto essere possibilmente letale e portato da contagiati asintomatici molto, troppo tardi.

Con i casi che aumentavano a dismisura giorno dopo giorno, il governo di Xi Jinping si è visto costretto a fare marcia indietro; ha iniziato ad applicare severamente un controllo paramilitare sulla popolazione e impegnarsi nella costruzione tempestiva di ospedali e nella distribuzione di risorse mediche in tutto il Paese – il che ha permesso di contenere una situazione che pareva essere incontrollabile.

Questa brusca sterzata, insieme ai generosi aiuti donati all’Italia (ne abbiamo parlato qui) hanno aiutato molto a migliorare l’opinione mondiale nei confronti della Cina, non per ultimo anche grazie al confronto con gli USA, che con l’amministrazione Trump hanno inaugurato un periodo di “guerra” economica al Paese asiatico e hanno fatto, al contrario, una pessima figura nella gestione dell’emergenza Coronavirus. L’impressione che hanno avuto molti osservatori esterni è quindi quella di un governo autoritario che è riuscito a gestire la crisi – e gli operai e i civili – con il pugno di ferro della polizia e dei militari, l’impressione cioè che sia più facile la gestione della popolazione in un Paese essenzialmente non democratico quale è la Cina.
Conseguentemente, in Italia e in altri Paesi, tutti i problemi causati dal non rispetto delle regole stringenti in vigore in queste settimane sembrano essere inevitabili in nazioni dove il libero arbitrio è la norma, e la cittadinanza fa fatica a vederselo togliere per far fronte all’emergenza (ne abbiamo parlato qui).

Eppure, alcuni casi come Taiwan e la Corea del Sud smentiscono questa lettura frettolosa, dimostrando che una popolazione sufficientemente informata e ligia agli obblighi – forse anche per una questione culturale – è perfettamente in grado di capire quando e come sia necessario mettere i bisogni collettivi davanti ai propri.

Per concludere, è probabile che la Cina uscirà rafforzata da questa crisi, a meno di qualche sorpresa nei prossimi mesi, ma la sua gestione di essa dimostra che il suo sistema politico ha molte falle che, nel tempo, potrebbero portare a una lenta e progressiva corrosione del governo autoritario del Partito Popolare.

Anna Contesso

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