The Lighthouse: la nuova frontiera dell’horror

Opera seconda dell’americano Robert Eggers, The Lighthouse si configura a tutti gli effetti come un prodotto anacronistico nel panorama del cinema horror contemporaneo. Un anacronismo che certo non ci fa provare rimpianti per quell’accozzaglia di cliché, triti e ritriti, di cui gli horror oggigiorno vengono correntemente infarciti: ulteriore riprova di quanto ormai questo genere fatichi ad assumere un profilo originale e ad affermare un’identità autentica, senza, inevitabilmente, abbandonarsi all’eccesso, scadere nel prevedibile o, peggio, cedere al ridicolo.

Invece The Lighthouse, senza nemmeno farsi pregare, ci sorprende eccome, fin dalla sua comparsa: distribuito a partire da ottobre dello scorso anno, il film, infatti, arriva in Italia a maggio 2020, nel pieno del disastro Covid, che costringe Universal a optare per una distribuzione in streaming della pellicola. E mentre nella vita reale milioni di italiani sono intrappolati all’interno delle mura domestiche, quasi a farlo apposta, nella fiction è un faro l’unica dimensione in cui i personaggi possono muoversi: un parallelismo inquietante, certo, ma quanto mai efficace e che rappresenta, se vogliamo, un caso di “metacinema dell’orrore”, cui mai avremmo potuto pensare di assistere e che, proprio per questo, funziona. Un unicum, destinato forse a lasciare un’impronta nella storia del cinema.

Il film nasce come trasposizione de Il Faro, racconto incompiuto di Edgar Allan Poe, ma, di fatto, i fratelli Max e Robert Eggers ne riscrivono la sceneggiatura, creando una storia del tutto originale. Un prodotto ambizioso, a cominciare dalla scelta di girare la pellicola in 4:3 e in 35mm, completamente in bianco e nero, che fa di questo film quello che potremmo considerare a pieno titolo un “horror d’altri tempi”.

La vicenda:

Il film è ambientato su un’isola, al largo dalle coste del New England, dove il giovane Ephraim Winslow (Robert Pattinson) si reca per fare da assistente a Thomas Wake (un attempato Willem Dafoe). Quest’ultimo, dal principio, mostra nei confronti del giovane atteggiamenti irridenti e vessatori, sottoponendolo ai lavori più duri, umilianti e spesso stomachevoli e passando la maggior parte del proprio tempo a bere, oziare e sostare nella notte di fronte alla misteriosa luce del faro.

The Lighthouse non spicca certo per la sua trama, che di per sé appare forse scarna, spoglia, poco attraente: nel film, infatti, a farla da padrone sono le atmosfere – spettrali e angoscianti – i contrasti – paesaggistici e psicologici – i suoni – inquietanti e soffocanti – e, infine, le presenze ricorrenti, da quella dei gabbiani a quella delle sirene, il cui canto, a metà tra un lamento e un grido, risuona continuamente all’interno della pellicola.

I personaggi:

Con una trama così asciutta, la recitazione deve riuscire a predominare, a lasciare il segno ed è, infatti, proprio ciò che accade: Pattinson e Dafoe si oppongono e si compongono alla perfezione, restituendo al genere un gusto – molto teatrale – per l’espressività.

I due attori hanno personalità opposte, ma che, inaspettatamente, si attraggono, quasi a comporre un equilibrio che, altrimenti, risulta alterato e dissacrato: dominante e invadente uno, sottomesso e riservato l’altro, ma entrambi legati dal richiamo dell’alcol e da un destino comune, quasi a voler suggerire come uno non possa sopravvivere senza l’altro. Tra i due si instaura subito un rapporto di odio e disprezzo: un legame impossibile, che il silenzio e la desolazione dell’isola trattengono e assorbono, rendendolo per un attimo – illusoriamente – possibile. Le loro personalità, dal punto di vista fotografico oltre che filmico, concorrono a formare quasi un chiasmo, tra dominante e dominato, in un rapporto biunivoco vincolante da cui Ephraim proverà coraggiosamente a sganciarsi, per poi finire, irrimediabilmente, schiacciato.

Tra tempeste incessanti, danze coribantiche, fiumi di alcol, deliri onirici e non solo, il film penetra sempre più a fondo la psiche dei protagonisti, quasi a voler riproporre una moderna “discesa agli Inferi” della follia umana. The Lighthouse, perciò, assume sempre di più le caratteristiche di un viaggio introspettivo e scomodo, che quasi seziona la psiche, tirandone fuori i segreti più macabri e molesti, sepolti nell’angolo più recondito della mente; ma che, al contempo, rimane in superficie e scava per poi quasi tirarsi indietro, lasciando lo spettatore stesso in preda a uno stato confusionale e ambiguo.

La pellicola, inoltre, è intrisa di riferimenti letterari e mitologici di alto livello, che la caricano di simbolismi accattivanti: dai miti marinareschi (l’idea che i gabbiani altro non siano che la reincarnazione di marinai morti e che per questo non vadano uccisi), ai legami con la letteratura ottocentesca di Poe – che viene “riletto” e tradotto con un esito del tutto singolare – e di Melville – al cui Capitano Achab Wake sembra essere ispirato – fino ad arrivare alla mitologia classica. Ephraim, infatti, si configura perfettamente come un moderno Prometeo, che cerca di rubare al suo superiore il “fuoco” della conoscenza, che si cela dietro la misteriosa luce del faro, rivendicando, al contempo, la propria autonomia di pensiero rispetto ai dettami imperanti di Wake, per finire “scottato” e punito per la sua tracotanza: nella scena finale lo vediamo disteso sulla scogliera dell’isola, morto, nudo, privo di un occhio, mentre uno stormo di gabbiani si ciba delle sue viscere.

Per tutti questi motivi, a discapito della distribuzione limitata cui inevitabilmente è stato costretto dalle circostanze, The Lighthouse è una pellicola che sicuramente vale la pena di vedere.

Arianna Arruzza

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