L’ultimo dittatore d’Europa

Le fiamme della rivolta sembrano ardere più che mai e la fine delle proteste post-elezioni è sempre più lontana. I violenti scontri tra i dissidenti e le teste di cuoio continuano imperterriti da tre settimane, sin da quando le elezioni nazionali del 9 agosto scorso hanno decretato vittorioso il Presidente Lukashenko per la sesta volta di fila. Le elezioni presidenziali sono state accusate di poca chiarezza e sospettate di essere state controllate, per assicurare nuovamente la guida della Bielorussia a Aleksandr Lukashenko. “L’ultimo dittatore d’Europa”, così è stato definito il Presidente “uscente”, che ormai è a capo del Paese da ben 26 anni e il cui comando sembra essere indiscusso, a prescindere dall’opinione dei suoi cittadini. Il rischio di contrapporsi ad un uomo del genere, divenuto ormai un’istituzione, è stato pagato a caro prezzo dalla sfidante alle elezioni e leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaia, che dopo il risultato delle urne è stata costretta a fuggire in Lituania per evitare l’arresto, per motivi mai chiariti, qualora fosse rimasta nel suo stesso Paese che, sotto la guida dello sfidante, le si sarebbe rivoltato contro. Dal giorno della fuga della sfidante e dalla presa violenta di potere da parte di Lukashenko sono iniziate le rivolte, nutrite da malcontento e rabbia, covati da tempo dai cittadini bielorussi, a cui il trattamento riservato alla sfidante Tikhanovskaia non è stato altro che benzina sul fuoco.

Lukashenko non esita ad usare il pugno duro per tenere in piedi il suo regime, che sta incassando colpi da settimane, e blocca in qualsiasi modo l’informazione. Sono di fatti stati annullati tutti gli accrediti riservati ai vari reporter che in questi giorni sono sul posto a raccontare la vicenda. Giornalisti della BBC, della Deutsche Welle e referenti di altri paesi sono stati privati del diritto di informare. L’unica versione dei fatti a poter essere resa nota è quella (falsata) del capo del Governo. Nella guerra alla stampa, sono già tantissimi i giornalisti fermati dalle autorità, costretti ad eliminare quanto avevano riportato e incarcerati, per evitare di intaccare il “trionfo bulgaro”, tanto osannato da Lukashenko.

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Ma le proteste non si fermano, e seppur rimangano totalmente pacifiche, lo spettro della guerra civile circonda le decine di migliaia di manifestanti,  che chiedono a gran voce le elezioni di un Presidente non più desiderato e, forse, mai realmente voluto. Più di 100 sono stati gli arresti, ma la repressione si è ammorbidita col passare dei giorni. I militari stanno ora evitando di rispondere ai manifestanti con proiettili di gomma, rispetto ai primi giorni di protesta, per evitare di attirare su di loro ulteriori polemiche da parte della comunità internazionale, dovute al trattamento dei dissidenti, che sfiora il limite della violazione dei diritti umani.

La scorsa domenica, nella capitale Minsk, è stata registrata la manifestazione più numerosa dall’inizio delle proteste. Sono stati in centomila a riversarsi in piazza dell’Indipendenza, per poi dirigersi verso una delle residenze del Presidente, davanti alla quale si sono schierati poliziotti in tenuta antisommossa. Durissima la risposta di Lukashenko tramite la pubblicazione di una foto mentre era all’interno del palazzo accerchiato, ritratto con un fucile in mano, mentre si incammina verso il cancello. Sempre più intenzionato a tenere ben stretta nelle sue mani la guida di un paese che non lo vuole più.

lukhashenko

Antonio Ruggiero

Un commento Aggiungi il tuo

  1. filorossoArt ha detto:

    Di tanti colpi di Stato all’Europa mancava ancora la Biellorussia? Forza! Ispettori d’Europa, raccontateci balle in TV che vi “crediamo”. Viva la RAI!!!

    "Mi piace"

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