Wild Mazzini: tra arte e big data

Wild Mazzini è una galleria d’arte fondata a Torino nel 2018 da Clemente Adami, Federica Biasio e Davide Fuschi. Promuove artisti che attraverso le tecniche dell’information design realizzano opere coniugando rigore, complessità e creatività. Valorizza progettualità e attitudine di diversi artisti realizzando mostre capaci d’indagare prospettive nuove dei micro e macro mondi, dei flussi e confini, delle relazioni e proporzioni legate a informazioni digitali e fenomeni complessi.

  • Buongiorno, com’è nata la vostra idea di dedicare uno spazio per coniugare le tradizionali forme d’arte con la tecnologia?

“Per noi si tratta di una sfida: consideriamo i dati come l’alfabeto di un linguaggio che può essere sia tecnico sia poetico. Negli anni precedenti l’apertura della galleria abbiamo notato che alcuni designer talvolta “derogavano” alle norme stringenti dell’information design, dando spazio a qualcosa di più vicino al proprio gusto o sensibilità estetica. Così abbiamo selezionato i lavori più attraenti e contattato gli autori.”

  • Cos’è l’information design?

“E’ una disciplina che applica le strategie e le tecniche del design dando forma a “pacchetti” d’informazioni che spesso hanno una natura complessa e di non immediata comprensione. Oggi l’information design – che ha radici antiche nel mondo della cartografia – dialoga sempre più spesso con la UX design, permettendo alle persone di gestire informazioni, dati o fenomeni molto sfaccettati e gerarchizzati.”

  • Come sono stati tradizionalmente rappresentati, nella storia dell’arte, dati, fenomeni sociali e tecnologici e che cosa aggiunge il vostro progetto a questa narrazione?

“Questa domanda richiederebbe una risposta molto complessa. Per iniziare posso dire che a lungo l’Uomo ha avuto “solo” la necessità di misurare e comprendere il mondo intorno a sé: la geometria, la matematica, la fisica e la geografia nascono da ciò. In questo caso l’esempio più vicino all’arte è quello legato alla cartografia, come nel caso del mitico mappamondo di Hereford.

D’altro canto, solo da circa 300 anni il numero di persone sulla Terra è cresciuto a tal punto che l’Uomo ha iniziato a studiare se stesso come insieme o gruppo le cui scelte impattano in modo nuovo. In questo senso l’esempio più chiaro (anche se siamo ancora molto lontani dai dati in senso stretto) è “Il quarto Stato” di Pellizza da Volpedo.”

  • Attualmente esponete le opere di una giovane artista milanese, Virginia Del Magro, incentrate sul rapporto tra reale e irreale, mappatura digitale e interpretazione di luoghi conosciuti o sconosciuti. Che senso racchiude, per voi, tale tecnica investigativa dei rapporti tra arte e digitale?

“Il digitale è un meta-strumento, così come il linguaggio: la sua natura cambia sostanzialmente in base a chi lo controlla. Quando un artista lavora con il digitale, tendenzialmente forza la funzione per il quale è stato progettato un certo tool, codice o tecnologia. Inizia a esplorarne gli aspetti nascosti, come quando da bambini si smontano i giocattoli per capire come sono fatti.

Gli artisti tendono a violare le regole per rintracciare i significati visibili o invisibili sottesi a una certa situazione, linguaggio, tecnologia.”

  • Recentemente avete presentato una mostra sui “Dataglitches”, di che cosa si tratta?

“Tale mostra è una personale di Giovanni Magni, che nel corso della sua attività professionale quale designer e sviluppatore ha conservato quei lavori incompiuti, sbagliati e imprecisi che a suo avviso avevano comunque qualcosa di eloquente. Questa collezione è stata successivamente trattata, ripulita e sintetizzata. Da Wild Mazzini sono andati in mostra 16 pezzi che nascevano da dataset reali e relativamente complessi, ma che avevano al proprio interno un errore involontario compiuto dall’Uomo, e che la macchina ha elaborato in ogni caso. Il glitch quindi è certamente nei data, ma prima ancora nell’azione dell’Uomo che li ha raccolti e organizzati.”  

  • Nel 2019 avete ospitato una mostra finalizzata a capire la “Datapoiesis”, di che cosa si tratta?

“E’ un progetto molto articolato del duo di artisti Iaconesi&Persico, che hanno una lunga esperienza nel lavoro con i dati e la tecnologia. Si voleva creare “Obiettivo”, una lampada che s’illumina a partire dai dati raccolti sulla povertà nel mondo. E’ un’opera di data-physicalization, alimentata da dataset che in tempo reale computano i dati di grandi organizzazioni mondiali circa il numero di persone povere nel mondo.”

  • Nel 2019 siete stati tra i partner di “Encode” (una conferenza a Londra sull’information design e le sue intersezioni con il giornalismo e l’istruzione). Che differenze avete notato tra il gusto del pubblico straniero, rispetto a quello italiano?

“Era un contesto molto particolare: i presenti erano in gran parte professionisti del mondo dati, quindi predisposti alla nostra offerta. In generale le persone sono affascinate da questi lavori, anche da quelli più tecnici, ma non tutti hanno voglia di esporli a casa.”

  • L’attuale pandemia ci ha mostrato le opportunità che le connessioni tecnologiche ci forniscono in ambito lavorativo, educativo e relazionale. Com’è stato rappresentato tutto ciò nel mondo dell’arte digitale?

“È presto per dirlo. Moltissimi data-designer si sono impegnati per dar forma ai dati sulla pandemia per offrire una visione il più possibile oggettiva dell’andamento. D’altronde saranno necessari diversi mesi per metabolizzare cause ed effetti delle scelte individuali, politiche ed economiche che stiamo vivendo.”

Virginia Del Magro,
Atlas of the Known Islands
Giovanni Magni,
Dataglitches
Iaconesi&Persico,
Obiettivo

Guido Casavecchia

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