L’evoluzione di RuPaul’s Drag Race

Fra un’overacting challenge e una runway, RuPaul’s Drag Race è arrivato alla fine della sua 13esima edizione USA e al suo decimo spin-off, fra cui 6 “geografici” in Tailandia, Canada, Australia, Regno Unito, Olanda e Spagna.

RuPaul nel promo dello spin-off All Star 3

In una nazione rinvigorita dalla vittoria di Obama, il 2 febbraio 2009, su Logo Tv, esordì la prima stagione del franchise creato dalla drag queen più famosa al mondo e, da allora, non sembra volere arrestare la sua avanzata nel mondo mainstream. Lo show nacque come una sorta di satira di American’s Next Top Model, condotto da Tyra Banks e da qui il titolo usato in Italia (dove è andato in onda per un brevissimo periodo, dal 2011 al 2013, su Fox Life): America’s Next Drag Queen. Nel giro di poche stagioni il programma si è totalmente affrancato da quella che era l’ispirazione iniziale, diventando a tutti gli effetti uno degli show più amati dal pubblico americano, vincendo 16 Emmy.

Spiegare il programma a chi non abbia visto nemmeno un episodio come una semplice corsa di 13 drag queen verso il titolo di Drag Superstar (e 100mila dollari), potrebbe risultare riduttivo. Oltre a mettere in scena gli immensi talenti di oltre 150 performer (contando solo le edizioni USA), Drag Race ha puntato i riflettori su un’arte sottovalutata e dalle infinite sfaccettature. Dal punto di vista umano, Drag Race è anche storie e rappresentazione di minoranze che mai prima di allora erano state poste al centro della scena come celebrate protagoniste. Lo show è anche un rifugio metaforico per tutti i suoi fan che, dall’altra parte del pianeta, non hanno la “fortuna” di potere vivere alla luce del sole.  

Bimini Bon Boukash, Ellie Diamond, Lawrence Chaney e Tayce, la Top 4 di Drag Race UK 2

Non sono mancati i problemi e qualche caduta di stile, trattandosi comunque di un programma così longevo e politicamente scorretto per sua natura. Dall’iniziale uso di termini ormai poco consoni e superati come “she-male”, “t*****”, alla scarsa apertura verso concorrenti transgender fino alle accuse di essersi “ripulito” per il mercato mainstream dopo l’approdo a Vh1 nel 2017.  Il programma ha però saputo evolversi, aggiustando il tiro e correggendosi dove necessario.

Il segreto del suo successo non è un mistero: si regge semplicemente sul “charisma, uniqueness, nerve and talent” dei suoi protagonisti. Il programma, infatti, è solo la punta dell’iceberg. Perché se da un lato, come dice lo stesso RuPaul, “if you’re not watching Untucked, you’re only getting half of the story”, lo stesso vale per gli spin-off più o meno ufficiali, da UNHhhh con Trixie e Katya ai Ru-cap di Lee Dawson fino alle convention dedicate (DragCon LA, NYC, UK) che, se non avessero subito uno stop a causa della pandemia, avrebbero registrato per l’ennesima volta presenze da record.

Inaugurazione Dragcon UK, 18 gennaio 2020

C’è molta fame per questo genere di contenuti e RuPaul è stato geniale ad arrivarci per primo, ma quanto durerà? I numeri per ora non sembrano destare preoccupazione, specialmente dopo il successo clamoroso dell’ultima stagione UK e la riuscita di una stagione, la tredicesima USA, girata interamente durante la pandemia. Drag Race continuerà, magari arrivando anche in Italia, portando alla fama nazionale gli straordinari talenti che, anche qui, di sicuro non mancano.

Daniela Carrabs

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