Anna: la recensione

Dopo l’undici settembre, Hollywood si trovò nell’imbarazzante situazione di dover gestire i disaster movies che aveva già in produzione: il pubblico aveva perso il gusto per film apocalittici in cui intere città americane venivano distrutte ed era ormai dolorosamente chiaro che nessun grattacielo crollasse come rappresentato in Independence Day.
Dopo la pandemia di COVID-19, gli studios hanno dovuto affrontare qualcosa di simile: progetti di film e serie tv su virus letali, prima all’ordine del giorno, sono stati messi da parte; i prodotti già in produzione, nonostante il successo di pubblico, sono stati cancellati, come è successo alla sfortunata Utopia di Amazon Prime. Per questo vedere un prodotto come Anna nei palinsesti è così sorprendente e, ancora più sorprendente, è che la visione rimanga un’esperienza meravigliosa, anche se non proprio piacevole.

La serie

Anna è la nuova produzione Sky, tratta dal romanzo omonimo del 2015 di Niccolò Ammaniti e diretta dallo stesso autore che, ancora una volta, ci mostra bambini costretti in situazioni adulte o persino estreme. In Anna, “la Rossa”, una malattia che rimane dormiente nei bambini per poi mostrare i primi sintomi con la pubertà, ha sterminato tutti gli adulti. Gli unici rimasti a lottare per il cibo e per la sopravvivenza sono bambini sotto i 14 anni, tra cui Anna di 13 e il suo fratellino Astor.

Quando Astor viene rapito dalla banda de I Blu, Anna, aiutata dall’amico Pietro, intraprenderà un viaggio in una Sicilia distrutta e nelle profondità di un’umanità che, proprio come la terra che la ospita, porta tutte le cicatrici della violenza, delle morti tormentate e della paura.

Perché guardare Anna

Perché è inaspettatamente poetica

Combinare l’onirico e la violenza potrebbe sembrare un ossimoro, eppure Anna ci riesce alla perfezione. Il risultato è a metà tra un poema epico e una favola gotica che combina liricità e truculenza per dare vita a una storia paradigmatica sulla natura stessa degli esseri umani: poeti e mostri al tempo stesso.

Ogni elemento della serie, ogni personaggio che Anna incontra e ogni sfida che deve superare cammina sul sottile filo che divide la disperazione più nera e la speranza che ci costringe a vivere un altro giorno, anche solo per la curiosità di cosa verrà dopo. Questo messaggio di speranza disperata è, in fondo, quello che dà impulso alla serie: come scrive la mamma di Anna in un manuale di sopravvivenza che lascia ai suoi figli “La Rossa ce l’hanno tutti, nei bambini è dormiente”. Ciò significa che tutti moriranno e che l’umanità è inevitabilmente destinata a scomparire, eppure nessuno sembra essere sfiorato dal pensiero che sia inutile cercare di allontanare l’inevitabile. Tutti i personaggi lottano con le unghie e con i denti per sopravvivere il più a lungo possibile e si aggrappano a ogni flebile speranza per farlo. Speranza e sopravvivenza, in tutta la brutalità che essa comporta, in Anna sembrano vivere in simbiosi dando vita a una perfetta danza macabra.

Perché tratta i bambini come persone vere e proprie

Il fatto che la televisione non riesca a rappresentare bambini e ragazzi con efficacia è una critica costante, e per lo più giustificata, dei teen drama. Anna è inattaccabile su questo fronte: non solo le azioni e le motivazioni dei personaggi sono in linea con la loro età (per quanto distorte dall’ambientazione distopica), ma la serie riesce ad approfondire i protagonisti in maniera estremamente convincente.

D’altronde, i personaggi di Ammaniti sono spesso ragazzi e il tema generale che accompagna le loro storie è spesso un ribaltamento del cliché che vuole tutti i bambini innocenti, in attesa di essere corrotti dalla società e dagli adulti che la abitano. I bambini in Anna sono tutt’altro che innocenti: uccidono senza battere ciglio, muoiono tragicamente, ingannano e sono capaci di gesti di una violenza disarmante. Ma sono anche fragili, arrabbiati, spaventati dalla morte e frustrati dalla sua inevitabilità. Sentono i rimpianti e la solitudine e sono, ciascuno, alla ricerca di una risposta per le grandi domande della vita sulla morte, sull’aldilà, sulle conseguenze delle proprie azioni, che tormentano gli adulti.
La stessa società che costruiscono non è più innocente di quella degli adulti ma è, se possibile, ancora più violenta. Un’intera sotto-trama di Anna è dedicata all’esplorazione di questa società di bambini con conclusioni che inevitabilmente richiamano Il signore delle mosche: la comunità de I Blu, capeggiati dalla crudele Angelica, è basata sulla forza, sulla paura, temperata da quella lieve speranza che evita insurrezioni, sull’apparenza. Anche la religione gioca il suo ruolo di opium populi e, come spesso accade, nasconde una buona dose di abuso.

Per dei production values altissimi

Anna e il suo abito di fiaba dark non funzionerebbero così bene se non fosse per la fotografia e la colonna sonora, nonché per l’abilità della sua protagonista, l’esordiente Giulia Dragotto.
La fotografia, in particolare, restituisce un mondo familiare ma completamente stravolto. L’Etna, dove secondo Pietro albergano le anime dei defunti, sotto le luci e i filtri del direttore della fotografia Gogò Bianchi, sembra davvero la porta dell’Inferno, in quello che è uno dei momenti visivamente più riusciti dell’intera serie.

Una menzione d’onore va anche riservata alla colonna sonora che accompagna sempre alla perfezione la storia, senza mai scadere nel didascalico, e che, accostando musiche strumentali con canzoni pop, spesso italiane, crea delle immagini estremamente memorabili.

Ginevra Gatti

Un commento Aggiungi il tuo

  1. antoniapes ha detto:

    Mi interessa guardarla 🙂

    "Mi piace"

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