Perché Seaspiracy è stato criticato da vegani e non [pt. II]

Allora, avete visto Seaspiracy?

Se sì, magari avete iniziato a farvi un’idea dell’hype sorto attorno al documentario, o meglio “docu-film” come avevamo concordato di definirlo qui.

I salmoni allevati in gabbia sono spesso vittime di quelli che vengono chiamati “pidocchi di mare” (sea lice), degli ectoparassiti che si nutrono delle mucose, della pelle e del sangue dell’animale ospite (come delle specie di zecche marine).

Date le criticità osservate nella scorsa puntata, e data l’assenza di consenso sulla definizione di pesca “sostenibile”, una delle proposte per tutelare i mari e gli oceani pur continuando a consumare pesce riguarda l’acquacoltura. L’acquacoltura consiste nell’allevamento di organismi acquatici – pesci, crostacei, molluschi ma persino alghe – in un ambiente confinato e controllato dall’essere umano. Come nel caso dell’allevamento su terra, esistono diverse tipologie di acquacoltura, e pur ammettendo che nel corso degli anni questo settore si è impegnato a lavorare sulle proprie criticità, rimangono comunque delle questioni irrisolte, che Seaspiracy ovviamente non ha trascurato. Una fra tutte è l’inefficienza del tasso di conversione fra mangimi e cibo prodotto per il consumo umano: difatti, generalmente i pesci in allevamento vengono nutriti a loro volta con farine di pesce provenienti dalla pesca in mare (per ogni chilo di pesce sono necessari fino a due chili di mangime); ciò significa che in ogni caso, gli ecosistemi marini vengono sfruttati per l’industria dell’acquacoltura. Altrimenti, queste farine sono spesso addizionate con altre fonti proteiche, fra cui la soia (le cui monocolture hanno un impatto ambientale ormai arcinoto).

Ulteriori impatti dell’acquacoltura sugli ecosistemi acquatici sono dovuti agli sversamenti di rifiuti organici, antibiotici e altri medicinali (per contenere le malattie e le infezioni in un ambiente estremamente sovraffollato) nelle acque circostanti.

In ultimo, per quanto riguarda il “benessere animale”, l’acquacoltura rappresenta un’atrocità analoga agli allevamenti su terra, non solo a causa delle condizioni di sovraffolamento, ma anche perché i pesci sono costretti a nuotare in tondo all’interno di queste “gabbie marine”, senza alcuno stimolo.


Fatte queste considerazioni, Seaspiracy mette in discussione la validità di certificazioni come quella del Marine Stewardship Council (MSC, quella del bollino blu), pensate per aiutare i consumatori a scegliere pesce più “sostenibile”. Il regista Ali Tabrizi si immerge in un’indagine definita come follow the money (inseguire il denaro), per rintracciare chi c’è dietro al MSC e qual è il suo modello di business. In effetti, gli affari di MSC agli esordi non andavano particolarmente bene, tanto che nel 2006 rischiò la bancarotta. A salvare il marchio fu un accordo con la catena di supermercati statunitense Walmart, impegnatasi a vendere solamente più pesce certificato MSC. Di conseguenza, le altre catene di supermercati dovettero adeguarsi alla presa di posizione di Walmart (quest’ultima rappresenta quasi una “istituzione”, un po’ come Esselunga oppure LIDL da noi: se una di queste adottasse la stessa decisione di Walmart, probabilmente le altre catene si adeguerebbero, per non essere lasciate “indietro”). Ecco che quindi il marchio MSC incontra un successo improvviso, e inizia a certificare sempre più prodotti, con criteri talvolta dubbi. Ad esempio, si riportano dei casi in cui il bollino blu è stato applicato a delle produzioni che non rispettavano gli standard imposti da MSC, fra cui la conservazione degli ambienti marini, il non danneggiamento delle altre specie ittiche, e il mantenimento dei livelli degli stock di pesce.


L’argomento di fuoco in Seaspiracy però –nel decennio più influenzato dall’attenzione all’ambiente e ai cambiamenti climatici – è l’inquinamento marino, in particolare quello provocato dalla plastica. Tabrizi si scontra infatti anche con associazioni come la Plastic Pollution Coalition, accusata di non indirizzare sufficientemente le proprie campagne di comunicazione e sensibilizzazione verso quello che è il principale responsabile di inquinamento di plastica in mare: il settore della pesca, appunto, con reti, boe, galleggianti abbandonati sui fondali marini. Tali affermazioni sono state contestate poiché nel docu-film ci si concentra sul Great Pacific Garbage Patch, dove la maggior parte dei rifiuti galleggianti derivano dai pescherecci.

L’opposizione ha fatto notare però che il Great Pacific Garbage Patch non rappresenta la totalità delle acqua oceaniche e marine, perciò è scorretto “far di tutta l’erba un fascio”. In effetti, ampliando lo sguardo sull’intera superficie dell’oceano, la plastica derivante dal settore ittico risulta “solamente” il 20%. Ad ogni modo, Tabrizi non ha tutti i torti nel criticare le pressanti campagne di sensibilizzazione da parte di enti come la Plastic Pollution Coalition: infatti, uno dei temi ricorrenti è quello delle cannucce, oggigiorno diventate quasi un “oggetto della vergogna”. Restando il fatto che si tratta di qualcosa di inutile (salvo esigenze personali) e dannoso (chi non ha visto le immagini delle tartarughe con frammenti di plastica infilati nelle narici?), le cannucce rappresentano soltanto lo 0,03% della massa di plastica galleggiante. L’enorme problema dell’inquinamento da plastica in mare andrebbe risolto alla fonte: oltre a sensibilizzare i cittadini, occorrerebbe cooperare con quei paesi che tuttora non dispongono di sistemi di raccolta e riciclaggio efficienti.

Inoltre, la difficoltà nel trattare questi dati riguarda anche la “misura” che si sceglie di adottare: possiamo considerare il peso della plastica in mare, oppure il numero di pezzi avvistati, e di conseguenza varieranno i risultati. E di nuovo, Seaspiracy non sbaglia quando afferma che la maggior parte dei rifiuti negli oceani deriva dalla pesca, se si considera la loro massa (le boe utilizzate dai pescherecci influiscono per il 58,3% sul peso delle macroplastiche rinvenute da questi studiosi; altri stimano che questo numero sfiori il 70%). Ѐ il WWF stesso a dichiarare che l’attrezzatura da pesca costituisce una “minaccia immortale”, che dev’essere “centrale nella lotta contro l’inquinamento da plastica”.


E infine c’è la questione umana e sociale. Da un lato, gli autori di Seaspiracy sono stati criticati di promuovere un’alimentazione “elitaria” vegana, inaccessibile a quelle popolazioni che sopravvivono grazie a una pesca di sussistenza. Sembra quasi ovvio però, che il docu-film non si rivolgesse a queste persone, bensì a chi del consumo di pesce può fare a meno: lo stesso Tabrizi, ha affermato che l’invito a ridurre o addirittura smettere di mangiare pesce non era rivolto alle situazioni di povertà, malnutrizione o fame. In più, immaginiamo che queste stesse persone non guardino nemmeno Netflix, e perciò non è chiaramente a loro che si rivolge il docu-film.

Qualcuno è arrivato persino ad accusare Seaspiracy di “razzismo”, poiché sposterebbe gran parte della colpa sulle popolazioni asiatiche (ad esempio riprendendo le aste del pesce in Giappone), mentre tutt* i “protettori” dell’oceano intervistati risultano essere bianchi occidentali. Probabilmente era più semplice per Tabrizi e il suo team intervistare anglofoni, questo forse a scapito delle quote non “occidentali” nel film, ma diversi sono i reportage realizzati da altri autori, che testimoniano simili condizioni, soprattutto quando si parla delle condizioni di lavoro sui pescherecci

Quest’ultimo argomento infatti, pare non essere stato contestato da nessuno: probabilmente perché la situazione degli operai sulle barche e sulle navi è reale, ed è grave. Si parla addirittura di “schiavitù” contemporanea, in quanto questi lavoratori vengono ingaggiati a loro insaputa, e poi trattenuti in mezzo all’oceano per mesi, per anni, senza ricevere alcun salario. Un’ulteriore indagine che copre questo problema – così come altri riguardanti il settore ittico, e in particolare il pesce San Pietro (dory fish) – si trova qui

E infine c’è la contraddizione insita (voluta o non voluta?) che alcun* vegan hanno visto in Seaspiracy: un po’ come il WWF ha scelto come proprio animale “totem” il panda, piuttosto che una ranocchia sconosciuta bruttina nel mezzo della foresta tropicale, anche la “propaganda” di Seaspiracy ha scelto come protagonisti della propria narrativa pesci e altre specie marine in grado di suscitare empatia, come i delfini e le tartarughe. In effetti, non sono soltanto questi gli esemplari che rischiano l’estinzione a causa della pesca, né verso cui dovremmo provare empatia: un salmone, un branzino, un’orata, un tonno, soffriranno allo stesso modo di quegli altri animali che consideriamo “preziosi” e quindi non vorremmo danneggiare. Tuttavia, alla maggioranza probabilmente non interessa il fatto che anche i pesci (e i polpi, eccetera) sono animali intelligenti e capaci di soffrire, perciò per ottenere più engagement possibile, è necessario portare sulla scena quegli animali di cui alle persone importa. 

Fatta quest’ultima considerazione, forse possiamo concordare che Seaspiracy non è un documentario, bensì un racconto. Un racconto che spesso corrisponde alla realtà; altre volte le si avvicina, sfiorandola pericolosamente (come per la previsione del 2048), ma di buono ha sicuramente portato l’attenzione su un tema per lo più trascurato, ossia il benessere e la tutela degli ecosistemi marini. In più, come speriamo abbia fatto anche questo articolo, ha spinto numerosi spettatori a porsi delle domande, sia per verificare le affermazioni nel docu-film, sia per smentirle. Probabilmente smettere di mangiare pesce non vi permetterà di salvare in toto gli oceani e i mari, ma informarsi sulla provenienza di quel che consumerete, sui metodi con cui è stato pescato, sulle condizioni di chi l’ha portato sulle vostre tavole, forse vi consentirà di compiere scelte un pochino più consapevoli, a beneficio di delfini, tartarughe e non solo. 

Alice Tarditi
(una vegana che ha visto Seaspiracy e voleva fare qualche precisazione

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