Il linguaggio perfetto: luci e ombre

La comunicazione umana è estremamente complessa: non è formata solo da parole, ma anche da gesti, movimenti, espressioni facciali. Inoltre, il singolo individuo opera un’interpretazione soggettiva su ogni messaggio che riceve. Ne deriva che in questo tipo di comunicazione, il rischio di fraintendimento è maggiore rispetto a quello, per esempio, tra macchine. Di conseguenza si è spesso ipotizzata la costruzione di una lingua che fosse “perfetta”, priva di fraintendimenti. Sebbene a una prima analisi questo linguaggio non potrebbe che portare benefici, in realtà nasconderebbe una grande criticità. È importante sottolineare che in questo discorso non si fa riferimento alla comunicazione tra persone che parlano lingue diverse, bensì tra individui che utilizzano la stessa lingua.

Problematica incomprensione

Sin dall’antichità la complessità della comunicazione umana è stata connotata negativamente. Si è infatti cercato di capirne l’origine e di trovare una possibile soluzione al quesito. Ne è una prova la Bibbia: nel testo sacro, infatti, si sostiene che l’impossibilità di capirsi perfettamente sia una punizione divina. Jonathan Swift, nei suoi Viaggi di Gulliver, attraverso le parole dei saggi dell’Accademia di Lagado, afferma quanto segue: l’unico modo per ridurre lo scarto interpretativo sarebbe quello di portare con sé gli oggetti di cui si ha intenzione di parlare, in modo da mostrarli durante il discorso e non lasciare che i destinatari del messaggio si rifacciano a immagini mentali soggettive. Tuttavia, oltre a essere tutt’altro che comodo, questo metodo non potrebbe essere utilizzato nel momento in cui si intende parlare di concetti astratti. Altra prova, decisamente più recente, del tentativo da parte degli esseri umani di unificare il linguaggio è stato il positivismo logico del Circolo di Vienna. Si trattava di un circolo culturale e filosofico il cui organizzatore fu Moritz Schlick: egli invitava alcune figure considerate da lui importanti alle sue conferenze private. La filosofia del gruppo si basava sul tentativo di razionalizzare le regole semantiche.

Antidemocraticità

Rudolph Carnap, uno dei più assidui seguaci del circolo di Vienna, sottolineò che se questo linguaggio poteva essere funzionale per le scienze, non lo poteva essere nella vita quotidiana, dove invece sarebbe potuto diventare dannoso. Ecco che con l’osservazione di Carnap si è giunti alla pecca centrale di questo linguaggio perfetto: è antidemocratico. Infatti, se da una parte il linguaggio perfetto servirebbe effettivamente a ridurre lo scarto interpretativo e risulta necessario per il linguaggio scientifico, d’altra parte è uno strumento autoritario di controllo in quanto riduce anche quella che è la complessità umana. Se ci pensiamo bene, infatti, chiunque abbia detenuto il potere in un dato momento storico, controllava anche il linguaggio: durante il Medioevo, quando la chiesa aveva molto potere, solo gli ecclesiastici sapevano il latino. La censura, che è presente ancora oggi in alcuni Stati, è un altro esempio di controllo tramite il linguaggio. Infine, è necessario includere in questo discorso anche la concezione del linguaggio nei totalitarismi, che prediligevano un lessico semplice, comprensibile e non sfarzoso, perché alla base delle strategie e degli artifici retorici del perfetto capopopolo vi è la semplicità del lessico e della sintassi.

Ridurre la complessità umana è, quindi, un’arma a doppio taglio: privarla della sua caratteristica principale vorrebbe dire creare un linguaggio perfetto, la cui perfezione implicherebbe, però, qualche difetto.  

Emily Aglì

immagine in copertina: alla out soppiatto .it

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