P101: quando Steve Jobs “rubò” l’idea ad Olivetti.

Questa è l’avventura di due visionari della nostra epoca: Adriano Olivetti e Steve Jobs. Due geni, di quelli che hanno una missione da compiere: prevedere il futuro inventandolo.

Ci si potrebbe domandare che cosa leghi Adriano Olivetti, imprenditore piemontese dallo slancio prettamente sociale, ad un inventore americano che ha posto come uno dei suoi principali obiettivi, accanto all’innovazione e al progresso tecnologico, la massimizzazione del profitto.

La risposta sta in una sigla: P101.

La nascita del primo personal computer

Nel 1965 nasce il primo personal computer del mondo. Si potrebbe credere si tratti di un’invenzione a stelle e strisce, ma non è così. Viene presentato negli USA, venendo accolto dalla stampa statunitense con toni decisamente enfatici, ma il suo mentore è Italiano, più precisamente torinese: Pier Giorgio Perotto. Nato a Torino nel 1930, nel 1953 si laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino. Dopo due anni di lavoro presso la FIAT, il suo destino si incrocia con quello della fabbrica eporediese: contratto stabile a partire dal 1958 e il compito di dare vita ad una vasta gamma di calcolatori elettronici, tra cui spicca il famoso Elea 9003, uno dei primi ad avvalersi della tecnologia a transistor. Dopo questa produttiva esperienza, nel 1964 inizia a curare la produzione del primo computer a programma memorizzato da tavolo, ribattezzato “programma 101”. La sperimentazione di questo prototipo termina nel 1965 con la nascita del primo esemplare, ma la sua storia parte da prospettive molto più lontane.

Computer pensati a misura d’uomo

La Olivetti fu fondata ad Ivrea agli inizi del ‘900, inizialmente concepita per essere un’esclusività nella produzione di macchine da scrivere; nei tardi anni Cinquanta, sotto la guida di Adriano Olivetti, si comincia a pensare alla creazione di un “computer da tavolo”: un computer molto più piccolo di quelli allora in commercio che potesse diventare, come suggeriva lo stesso Olivetti, “un oggetto personale capace di vivere insieme ad una persona e aiutarla”. L’idea era quella di superare i grandi computer che occupavano intere stanze con cavi, torrette ed imponenti componenti metallici, scomodi ma allora ampiamente diffusi. Il progetto funziona, portando la fabbrica alla notorietà nazionale nell’arco di pochi anni. Vari progetti di calcolatori capaci di fare operazioni matematiche, stampare e copiare documenti vengono messi in campo. L’opinione pubblica se ne innamora, anche a causa dell’attenzione riservata non soltanto all’aspetto funzionale, ma anche a quello più essenzialmente estetico. La visione fortemente futuristica di Olivetti e dei suoi collaboratori produce i suoi frutti, portando la fabbrica ad essere nota anche al di là dei confini nazionali. L’improvvisa enorme popolarità, però, si carica di molte difficoltà e invidie che rendono difficile l’affermazione del marchio Italiano su scala mondiale. Nonostante un percorso travagliato, l’azienda sembra riuscire a tenere il passo: anche se soltanto a livello ideale, la “rivoluzione tecnologica” è cominciata.

Dall’idea ai fatti: la morte di Olivetti e la nascita della P101

Nel 1955 Olivetti viene insignito del premio “Compasso d’oro”, in virtù del lustro da lui dato all’industria e al design con la presentazione del progetto, ancora non fattuale ma dichiarato, di creare un “computer rivoluzionario”. La direzione dell’azienda vuole fare il grande salto e comincia a cercare risorse economiche e nuovi collaboratori in campo tecnologico, sia limitatamente all’Italia che in Europa. Il 27 febbraio 1960, durante un viaggio in treno verso Losanna, nei pressi di un piccolo paese Elvetico, Olivetti viene colto da un infarto dall’esito fatale. Con lui sembra morire anche il sogno tanto ambito di dare vita ad una macchina che già era stata concepita come il futuro della tecnologia e dell’elettronica. Inizialmente, scossi dalla morte del primo mentore di questa innovazione, i successori alla guida dell’Olivetti, tra cui il figlio di Adriano, Roberto, non riescono a concretizzare un progetto partorito sulla carta. Nel 1965 arriva l’occasione tanto attesa: nonostante si fosse investito in misura minore sulla presentazione del progetto della P101, al BEMA di New York, salone dell’elettronica per eccellenza, il progetto catturò l’attenzione di appassionati ed addetti ai lavori. Un progetto dato per spacciato riusciva finalmente a vedere la luce grazie ad un ingente apporto economico fornito dalla General Electric, che nel medesimo anno aveva acquistato il comparto elettronico dell’Olivetti. Il neonato “macchinario” non era più unicamente Italiano, ma il primo computer moderno era nato. Il programma 101 era destinato a fare scuola e a diventare un modello di efficienza per tutti.

Steve Jobs: scalata al successo di un “discepolo olivettiano”

Nel 1976, un promettente studente del Reed College di Portland decide di abbandonare gli studi. Si chiama Steve Jobs ed è folgorato dal mondo della tecnologia e da quello dei videogiochi, passioni che lo hanno spinto a seguire un corso per programmatori di videogiochi presso l’Atari, azienda leader nel settore con sede in California. Il 1° aprile del 1976 insieme all’amico Steve Wozniak, al tempo disoccupato, fonda una società produttrice di computer. Jobs, Wozniak e Ronald Wayne, conosciuto dallo stesso Jobs presso Atari, fondano la Apple Computer, destinata a diventare la più grande società produttrice di elettronica al mondo. Nel tentativo di trovare ispirazione per l’azienda, nel frattempo quotata in borsa, i tre soci si lasciano trascinare dalle ormai note invenzioni tecnologiche dei predecessori del settore, tra i quali indubbiamente figura l’Olivetti di Ivrea con la sua influenza pionieristica. Durante un meeting internazionale Jobs conosce Mario Bellini, designer collaboratore di Adriano Olivetti e disegnatore del primo modello della P101, presentata a New York undici anni prima, quando Jobs aveva appena dieci anni. La Apple Computer offre un contratto a Bellini, il quale rifiuta l’offerta, probabilmente non intuendo le potenzialità dei tre ragazzi americani.

Le doti dei tre, invece, portano molti frutti. Nel 1976 Jobs e Wozniak, costruiscono l’Apple 1, un microcomputer capace di svolgere calcoli numerici e operazioni come stampa e copiatura. Fin qui è ovvio chiedersi: una copia della P101 di Olivetti? Sì, probabilmente. Le dichiarazioni di Jobs saranno chiare in questo senso: Olivetti rappresentava per lui e la Apple una costante fonte di ispirazione. L’Apple 1 è la progressione della P101: un microcomputer che è in grado non solo di svolgere funzioni di calcolo, ma anche di visualizzare immagini e di immagazzinare file tramite una memoria. La programmazione di videogiochi è stata fondamentale per Jobs, il quale ha concretizzato la volontà della frase di Olivetti: “Un computer che possa vivere con la persona e aiutarla”. I frequenti viaggi di Jobs ad Ivrea e in Italia a cavallo degli anni ’80 e ’90 testimoniano un legame forte, un cordone ombelicale mai reciso tra l’azienda piemontese e quella americana. Nel 1985 Ettore Sottrass, designer collaboratore di Olivetti, diventa uno dei curatori ufficiali dello stile del primo Macintosh, il PC che conferisce alla Apple il suo nome e la consacrazione mondiale, facendo diventare proprio il cosiddetto “Mac” il computer per eccellenza.

L’apertura dell’Apple store

Nel 1954, quando Steve Jobs non era ancora nato, Olivetti aveva incaricato i suoi collaboratori di visionare un immobile a McLean, in Virginia, nei pressi di Washington . L’idea era quella di creare un punto vendita e pubblicità per il commercio su larga scala, all’epoca non ancora concretamente realizzabile ma da sempre obiettivo di Adriano Olivetti. La morte dell’imprenditore impedì la creazione di una rivendita commerciale per l’azienda di Ivrea, ma fu uno spunto importante per i posteri, Jobs in primis. Nel 1976, in concomitanza con l’uscita del primo Apple, viene organizzata proprio a McLean una mostra di informatica. E’ il primo passo verso la commercializzazione dei prodotti Apple. Nel 2001 viene aperto il primo Apple store del mondo , proprio a McLean, proprio dove, all’ombra della grande mela, Olivetti avrebbe voluto vendere le sue creazioni, con i tasti ma senza schermi, ma senza riuscirci. Jobs arrivò a colmare la lacuna lasciata dall’Italiano. Olivetti ci arrivò vent’anni prima, con uno sguardo verso il futuro che fa impallidire i visionari d’ogni latitudine. Oggi Olivetti è un personaggio famoso, ma gode di una “fama di nicchia”, mentre Jobs gode di una popolarità di massa. Ingiusto? Forse. Come diceva Picasso: “gli artisti mediocri copiano, i grandi artisti rubano”. Alla luce della sua storia, Olivetti non fu certo un mediocre, ma Jobs, questo lo si deve ammettere, fu veramente un grande.

Valerio Abrami

A sinistra, Adriano Olivetti (1901-1960) a destra, Steve Jobs (1955-2011)

Crediti foto di copertina

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