“Finisce con me”: da Oreste a “Cime tempestose”

Un tema comune nella letteratura è la trasmissione intergenerazionale di una colpa, con esiti vari, in base alla trama e all’intento dell’opera. Il filo rosso che collega le “Eumenidi” di Eschilo, “Cime Tempestose” di Emily Brontë è la capacità dei protagonisti di spezzare la propria maledizione. Al contrario, un finale autodistruttivo caratterizza opere come l’”Antigone” di Sofocle e “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, i cui personaggi non hanno scampo.

Che cosa potrebbe accomunare autori distanti quanto Sofocle ed Emily Brontë? Non solo l’aver incentrato le vicende su una sola famiglia, ma l’aver trasmesso una colpa alle generazioni più giovani della famiglia, con esiti non sempre prevedibili. La scelta di concludere una storia con un esito positivo, come nel caso dell’Orestea, può avere significati più profondi?

Nell’Orestea di Sofocle, composta dall’Agamennone, dalle Coefore e dalle Eumenidi, il ciclo di violenza ha inizio con il sacrificio d’Ifigenia, figlia di Agamennone e Clitemnestra: quest’ultima, rancorosa nei confronti del marito, lo uccide con l’aiuto di Egisto, cugino di Agamennone. Dieci anni dopo l’accaduto, Oreste è costretto da Apollo a vendicare l’omicidio del padre uccidendo Clitemnestra ed Egisto, con conseguenze pericolose: le Erinni, dee della vendetta, vogliono perseguire Oreste. La conclusione della vicenda, tuttavia, è positiva, poiché Oreste viene assolto e le Erinni si trasformano in Eumenidi (“le benevole”), a cui sono promessi onori. Perché il finale delle Eumenidi è importante? Perché segna la fine di una giustizia personale e cruenta: Oreste va a processo, di fronte a una giuria, presso il tribunale dell’Areopago; si passa dalla necessità di espiare i propri delitti con il sangue a un giudizio razionale, affidato alla comunità.

Allo stesso modo, Cime tempestose di Emily Brontë mette fine a decenni di sofferenze con un rifiuto della violenza, seppure in modo diverso, cioè attraverso l’amore. Non caratterizza la famiglia Earnshaw una maledizione, ma emergono rancori e incomprensioni costanti, in grado di rendere miserabili i protagonisti; i problemi nascono con Heathcliff, un bambino adottato dalla famiglia, e dal risentimento che il giovane Hindley prova nei suoi confronti. Heathcliff viene trattato con estrema crudeltà da Hindley, specialmente dopo la morte del padre, e si sente inferiore a Catherine, sua amica fidata e compagna di giochi. La crudeltà di Heathcliff viene nutrita dal (presunto) rifiuto di Catherine, che si sente in dovere di sposare il suo ricco spasimante Edgar Linton, poiché Heathcliff, che ama, non è socialmente alla sua altezza. Il fraintendimento di Heathcliff lo porta a sposare Isabella Linton, sorella di Edgar, e ad acquistare Wuthering Heights da Hindley, povero e con problemi legati all’alcool; le sue azioni sono motivate dalla volontà di vendetta, che pure non lo aiuta a riavvicinarsi a Catherine. Heathcliff, che da ragazzo era stato maltrattato da Hindley, finisce per trattare come un servo suo figlio, Hareton, e inganna la figlia di Catherine ed Edgar, per ottenere anche la tenuta dei Linton. Tuttavia, i piani di Heathcliff non gli impediscono di provare un senso di vuoto e di rimpianto, né gli consentono di recuperare il rapporto con la donna che ama, il cui fantasma lo perseguiterà fino alla fine del romanzo. Spezza il ciclo di dolore l’amore tra Cathy e Hareton, in grado di commuovere l’ormai anziano Heathcliff: il loro rapporto gli ricorda il legame con Catherine e spera che i due si possano amare liberamente.

Al contrario, la sorte della famiglia Buendía, in Cent’anni di solitudine, è segnata negativamente sin dall’inizio: come prevedono le pergamene di Melquíades, che fa loro una profezia, “il primo della stirpe è legato a un albero, e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche”. L’ultimo bambino della famiglia, Aureliano, è frutto della relazione incestuosa tra Amaranta Ursula e il nipote di Aureliano Babilonia, e muore divorato dalle formiche rosse il giorno dopo la sua nascita; il capostipite, José Arcadio Buendía, ha un eccesso di follia e viene legato a un castagno, sotto il quale rimarrà il suo fantasma. Tutti i membri della famiglia sono caratterizzati da una forma di solitudine che, al termine della vicenda, coinciderà con quella del villaggio di Macondo, spazzato via dal vento e isolato dal mondo.

Infine, con l’Antigone di Sofocle, terminano le sventure della discendenza di Edipo, destinata a soffrire per la relazione incestuosa con la madre: Eteocle e Polinice sono morti in una guerra fratricida e Antigone si suicida, dopo essere stata arrestata dallo zio Creonte per aver provato a seppellire Polinice. Anche la moglie e il figlio di Creonte si tolgono la vita, lasciandolo solo e in rovina. Pur essendo innocenti, i figli di Edipo sono costretti a espiare una colpa che neppure lui avrebbe voluto commettere.

Giulia Marianna Dongiovanni

Crediti foto di copertina: https://www.vipiteno-racines.it/it/attivita-sapori/escursioni/alba-in-cima.html

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