Malala Yousafzai e il cambiamento nelle piccolezze.

Sono sempre le storie più marginali a cambiare il corso degli eventi. Ci sono storie che odorano di impresa fin dalla loro genesi, quelle che il destino ha benedetto per dar loro un ruolo da protagoniste nella storia dell’umanità. Poi c’è un’altra verità, a volte scomoda e spesso ostracizzata: non serve essere grandi per cambiare il mondo. Ogni piccolo gesto, se fatto con ostinazione e ispirato ad una sincera volontà di miglioramento, può cambiare irreversibilmente la storia di tutti noi. I veri cambiamenti non richiedono enfasi e spettacolarizzazioni, richiedono una parola soltanto: normalità. Le persone normali, quelle che profumano di semplicità e coraggio, hanno l’opportunità di lasciare la loro impronta per sempre, ma spesso ai loro sforzi, più modesti di quelli che ci vengono propinati come “straordinari”, non viene dato peso. All’ordinarietà è spesso preferita l’ostentata grandezza, e questo è sicuramente di ostacolo per chi cerca di portare avanti dei cambiamenti dall’alto della sua genuinità. Il dono più grande che si possa fare a queste storie di ordinaria grandezza? Aiutarle ad uscire dal silenzio assordante che le avvolge.

La storia di vita di Malala Yousafzai, classe 1997, si incardina pienamente nella “stravolgente normalità” di cui avremmo bisogno. Malala è originaria di Mingora, città nella Valle dello Swat, in Pakistan. Fin dalla tenera età ha orientato la sua vita alla lotta per i diritti degli emarginati. Un atto che le ha fatto guadagnare il plauso della cronaca mondiale, ma che ha soprattutto rappresentato una forte istanza di cambiamento, giudicato dai più come impossibile e successivamente realizzato a pieno titolo. Questo è l’aspetto più significativo della sua lotta: una scommessa perdente trasformata in una vittoria indiscutibile.

Nessuno contava su Malala, e forse inizialmente non aveva neanche tutti i torti. Chi avrebbe mai scommesso sulla possibilità che in Pakistan – in una terra che lascia, per usare un eufemismo, pochissimo spazio all’emancipazione femminile – una donna sarebbe riuscita a mettere in discussione delle convinzioni illiberali e dannose? Sicuramente non in tanti.

Il Pakistan ha una storia politica travagliata ed incerta: per anni oppresso da dittature sanguinose, colpi di stato e governi liberticidi. Per anni, le minacce dei Talebani hanno tentato di mettere a tacere una volontà di cambiamento ed uguaglianza che stava progressivamente contagiando un tessuto sociale povero ed emarginato, il cui futuro era deciso da altri, le cui speranze di libertà erano azzerate dalla forza ingiusta e prevaricatrice delle armi, dei soprusi e della sottomissione. In questo contesto ostile, Malala lotta per cambiare le cose, ma fondamentalmente si può dire che abbia lottato per ripristinare delle consuetudini: il Pakistan infatti, per lungo tempo fu un paese ricco di prospettive e di sviluppo. Un paese lanciato verso il progresso, la pace , il rispetto reciproco e la convivenza pacifica. Quella del Pakistan è la storia di un Paese meraviglioso che è incappato, per volontà di pochi violenti assetati di potere, in una ragnatela di pregiudizi e convinzioni del tutto infondate che hanno portato molti ad abbassare la testa e a farsi rubare una vita spensierata. Molti hanno ceduto, ma molti hanno resistito. Tra questi, Malala ha sempre sostenuto che una mela marcia non possa infettare tutto l’albero e che la libertà e la pace valgano più di tutto, anche della propria stessa vita.

Si potrà considerare sventurato un Paese ne quale si deve lottare per rivendicare qualcosa che parrebbe a prima vista scontato e naturale? Probabilmente sì, ma è confortante sapere che cambiare una storia sventurata è possibile e a portata di mano.

Sembra una lotta impari: da una parte il suono mortifero delle armi e dall’altra un’idea di libertà che resiste, lotta e non rimane soltanto un’idea, bensì un cambiamento concreto che vede coinvolti tutti, in primis i più colpiti dalla sottrazione di diritti imprescindibili per la dignità dell’essere umano. Perché è questo che affermano Malala e i suoi sostenitori: una persona non la uccidi con i proiettili, con quelli la elimini fisicamente. Una persona la uccidi se la privi della dignità che le è attribuita come dono divino. Questo è l’unico insegnamento divino che Malala persegue: dare dignità a chi ne è derubato da una legge che propaganda formalismi religiosi – che non hanno nessun collegamento con gli insegnamenti coranici –per mantenere saldo il potere e alimentare la “cultura dello scarto“.

“Per essere umani dobbiamo essere liberi” afferma Malala il giorno della consegna del Nobel per la pace. Ed è così: ci possono sottrarre tutto, ma se conserviamo la nostra libertà siamo ricchi, invulnerabili, forti. Non è una frase fatta, ma una frase che rimette l’uomo al centro della storia. L’uomo semplice ed emarginato, lontano dall’arroganza di un potere illimitato che riduce tutto e tutti a mero soddisfacimento delle sue voglie. Malala, una ragazzina apparentemente senza pretese, proveniente da una famiglia povera e numerosa, questo concetto lo ha interiorizzato alla perfezione: nessuno è libero negli abusi della violenza, nelle manie di grandezza che ti piegano alla mentalità del compromesso. La vera libertà viene dalla semplicità di chi è povero, perché sa che non avrebbe nulla da perdere. Nulla tranne se stesso. In questo senso, una ragazzina pakistana che sceglie di rivendicare dei diritti per tutti coloro che non possono farlo, che in nome di questi diritti è disposta a sacrificarsi per un futuro di pace e che vuole portare a compimento una “rivoluzione gentile“, assume quasi una connotazione messianica.

Un “ultima” che arriva per gli ultimi. Per salvare chi non fa rumore, chi non sgomita per emergere , chi vuole solo essere semplice e libero di essere quello che è. Di rivendicare per sé una vita piena e felice, lontana dalla paura di chi vorrebbe relegare chi passa inosservato per semplice e legittimo ruolo personale, a non emergere, a non scalare la piramide sociale. Tutto questo è inaccettabile. Va cambiata strada senza indugio e con forza. Il cambiamento di rotta di Malala parte dalla guerra. Non una guerra condotta con le armi, ma un conflitto contro l’ignoranza che schiavizza le menti. Una mente debole e priva di cultura è facilmente soggiogabile e diventa la prima arma sfruttabile da un’idea degenere del potere.

Il percorso per debellare l’ignoranza passa attraverso forme di sensibilizzazione alla cultura, è ovvio. Nulla di enfatico, propagandato, esaltato in maniera distorsiva. Una semplice ricetta, una di quelle che Malala svela in uno dei suoi tanti discorsi: una matita e un libro. Due oggetti quotidiani, che utilizzati in modo semplice e naturale hanno un potere dirompente. Si è detto: “tutto qui?” Certamente no, ma questo è un inizio scevro di propaganda facile, di radicalismo, di manifestazioni esibizionistiche di forza. È un passo piccolo, forse appena accennato, che non fa rumore perchè è intriso di fatica. È un passo di uno stivale nella neve, non di una scarpa sull’asfalto: costa più fatica perchè non è superficiale, ma restituisce una gratificazione raddoppiata se compiuto. E sicuramente, questo lo possiamo dire senza timore, se spazzare via i diritti delle persone instaurando una dittatura corrisponde alla superficialità della falcata sull’asfalto, lottare silenziosamente per cambiare una mente disabituata ad essere padrona di se stessa equivale al pesante passo su un manto nevoso.

Da qui il crocevia della “fede” di Malala: cambiare in meglio per tutti, con strumenti quotidiani e la fatica che rema contro ma che non spegne mai le energie. Perchè un cambiamento imposto con la forza, un cambiamento “elitario” calato dall’alto non è un vero cambiamento. È inconsapevole e passivo, dunque assurge a costrizione.

Se ognuno ha una missione e viene per portarla a termine, deve resistere a tutto e a tutti fin quando non avrà raggiunto il suo obiettivo. Sempre, sfidando ogni giorno le insidie, quelle naturali che la vita stessa ci impone e quelle che qualcuno prepara per noi. Se le cose stanno veramente così, se ognuno di noi nasce per assolvere un dovere, allora ecco spiegata la parziale tragedia della vita di una ragazzina intraprendente e visionaria: due attentati a cui Malala è sopravvissuta con una tenacia leonina. Nel 2011, tornata in Pakistan insieme al padre dopo un periodo di lontananza dal paese natio , utilizza i fondi di una donazione per acquistare uno scuolabus; su questo stesso scuolabus viene ferita nel 2012 insieme ad altre ragazze. La loro “colpa” era semplice: provare ad uscire dall’ignoranza in cui tutte erano relegate. Anni prima. ai suoi danni era stato organizzato un altro attentato: un uomo le aveva sparato alla nuca durante una protesta a favore dell’istruzione femminile. Le disponibilità economiche nel frattempo maturate dal padre, le avevano faticosamente consentito di sottoporsi ad una serie di interventi che le hanno salvato la vita. Due attentati nel giro di pochi anni, la paura, la diffidenza di chi non vuole inimicarsi i potenti che controllano ogni singolo aspetto della vita dei Pakistani. Interminabili periodi di silenzio, di ostracismo dai dibattiti pubblici, di campagne diffamatorie prive di fondamento che colpiscono lei e la sua famiglia. Opere di delegittimazione perpetrate con il sostegno governativo.

Malala e suo padre resistono ai colpi. Rimangono in piedi e lottano sempre più convinti. Intorno non c’è nessuno, solo terra bruciata. Va bene così, anzi: è molto meglio così. Si continua, a testa bassa, senza arretrare di un centimetro, consapevoli che così facendo si possa fare la fine dei martiri, ma che spesso ne valga la pena per la libertà di tutti. Perché una rivoluzione “si fa per condividere la forza, non per sottrarla” dice Malala in un discorso all’ONU nel 2014. Già, il 2014: un anno da incorniciare per chi crede nelle battaglie per i diritti degli ultimi che Malala ha sempre portato avanti. La vittoria del premio Nobel per la pace suggella un percorso fatto di asperità, scontri, lacrime , dolore ma anche gioia, forza di volontà e presa di consapevolezza. La presa di consapevolezza che tutti, anche partendo dal basso, da una prospettiva che ci vede come degli “sconfitti dalla vita”, possiamo lottare per consegnarci e consegnare ai posteri un futuro più nobile di quello che ci è stato prefigurato. E poco importa se dalla nostra parte non c’è nessuno o quasi; se i mezzi a disposizione non ci sono o sono carenti. Malala ha rinunciato a parte della sua libertà, alla tranquilla comodità di una vita sottomessa, anche alla sua dignità, costantemente esposta al pubblico ludibrio. Vessazioni, insulti, minacce e cattiverie. Attentati. Anni duri, di silenzio di riflessione, con la voglia di gettare la spugna e di scappare via. Le cadute che sembravano scritte nella sua nascita, nel modo di presentarsi con il nome Malala, letteralmente: “colpita da un lutto”. Ma del nome te ne deve importare poco se sei umile, stacanovista e sognatrice. Una persona umile che ha saputo costituire, vivendo e portando avanti alti valori umani e civili, l’antitesi del suo nome: da portatrice di lutto a portatrice di vita.

Un passo dopo l’altro. Una parola dopo l’altra. Una bambina undicenne che dice: “voglio studiare, voglio imparare a scrivere”. Non cerca i soldi, il potere , il dominio o la notorietà. Non vuole fare il grande salto: da niente a tutto. Vuole fare un salto dal niente al poco più di niente. Un minuto dopo l’altro, un’ora dopo l’altra. E poi le ore che diventano giorni, i giorni mesi, i mesi anni. Sempre nella semplicità di una famiglia lavoratrice e perbene. Senza smanie di grandezza. Genuina e coraggiosa. Il coraggio, in un mondo che vuole sempre di più strumentalizzare e idolatrare, di lottare per i diritti in maniera del tutto pacifica. Il coraggio di non urlare al mondo la propria forza, ma di metterla in atto e portarla a compimento nel silenzio della propria vita quotidiana.

Perchè la straordinarietà sta nell’intimo quotidiano di tutti quelli che, come Malala, per fare la rivoluzione scelgono la cedevolezza al posto dell’arroganza. Scelgono la calma , l’azione disinteressata che si oppone alla cultura del disinteresse per tutto e tutti. Perchè il vero cambiamento parte da una goccia d’acqua .E’ sempre la goccia che crea il maremoto, che fa traboccare il vaso. Scende, arriva, non fa rumore, ma quando arriva si sente. Si sente e si vede.

Un premio Nobel arrivato come mezzo, non come fine ultimo. Mezzo di una battaglia che si riassume con una parola: semplicità. Quella semplicità di chi per affermare i diritti non si espone con proclami ma li esercita nel quotidiano con ostinazione e volontà.

Perchè per vedere una casa costruita, invece di immaginarla in piedi, bisogna cominciare a impilare i mattoni. Prima uno solo, un’opera che pare interminabile. La paura del crollo, le intemperie.

La vita di mezzo.

Ma non c’è nessuno che adesso, pur vivendo nella sfarzosita delle sue “ville”, sia materiali che metaforiche, ecco, vorrei dire che non c’è nessuno che ora si trovi in una sfarzosa villa che non debba ricordarsi che il tutto è partito da una pila di mattoni. Sempre, contro tutti e tutto, lottate per ciò che volete realizzare. La rivoluzione, questo Malala lo sa bene, nasce dalla semplicità di chi sogna in grande nella piccolezza.

Valerio Abrami

Malala Yousafzai e il cambiamento nelle piccolezze.

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