Gaia: il pianeta che muore

Il terzo pianeta dal Sole, la casa dell’umanità, è anche l’unico noto in grado di ospitare la vita. Per quanto ne sappiamo, la posizione della Terra ha favorito le condizioni perfette per la sua particolarità tanto che gli astronomi chiamano la zona in cui orbita il Pianeta “riccioli d’oro”, perché è “proprio perfetta”.

Un fenomeno che ancora non si è certi se essere estremamente semplice o estremamente complesso, la vita sembra anche essere resiliente. Da quando i primi organismi, in un modo o nell’altro, hanno iniziato l’avventura che continua fino ad oggi, le condizioni del pianeta sono rimaste stabili, con cicli regolari e trasformazioni solo lente. Più caldo o più freddo, arido o rigoglioso ma il Pianeta è sempre rimasto, almeno per qualcuno, ospitale e… vivibile.

D’altra parte, i nostri vicini planetari passavano da essere mondi ricchi d’acqua (e forse vita) a ostili e sterili lande desolate, come Marte dai deserti rugginosi e la flebile atmosfera, o Venere, il gemello della Terra, che ha preso la strada verso condizioni a dir poco infernali.

Come mai la Terra è rimasta temperata, variegata, e piacevolmente abitabile?

Gaia

Questa stessa domanda se la pose James Lovelock negli anni ’70. Forse con un po’ di sentimento hippy, propose una teoria che resta controversa ancora oggi: Gaia.

Se chi legge ha più di vent’anni, è probabile che si ricordi del documentario Gaia: il pianeta che vive in cui il geologo e divulgatore Mario Tozzi presentava appunto l’idea di un mondo “vivo”. Il nome è ovviamente ispirato dalla teoria.

Gaia, nome della divinità greca della Terra – primo membro della loro complessa genealogia – nella visione di Lovelock, è l’effetto dell’interazione del bioma (tutto ciò che vive) con tutto il resto del “Sistema Terra”: oceani, atmosfera, rocce e altro ancora. Un sistema complesso, fatto di relazioni profonde e necessarie per mantenere la Terra abitabile, in cui la vita stessa procede nella direzione di creare condizioni ad essa congeniali.

Lo teoria nasce già negli anni ’60, quando le prime sonde sono arrivate su Marte, e hanno mostrato un mondo sterile e disabitato, in contrasto con la nostra accogliente casa. Venere, ugualmente, non nascondeva oceani blu sotto la spessa coltre di nuvole, ma un terreno in cui il piombo fonde senza difficoltà. Perché loro no, e noi sì? Dove sta il segreto del colore verde-azzurro della Terra?

Alla ricerca dell’instabilità

La differenza con la Terra sta nel fatto che i nostri due vicini planetari si trovano in condizioni di equilibrio chimico. Al contrario, la Terra si trova in una situazione che non potrebbe esistere in assenza di processi biologici in grado di modificare attivamente le proporzioni dei vari componenti.

Ad esempio, si pensi all’ossigeno. Alla vita sulla Terra fa davvero comodo il 21% di questo gas in atmosfera, dato che permette ai processi metabolici di funizonare. Eppure, è una delle specie chimiche più “aggressive”. Solo il fluoro risulta essere un ossidante più forte: ciò significa, pressapoco, che l’ossigeno ha ben poca voglia di stare da solo nell’atmosfera, e se possibile si lega a qualsiasi cosa che sia a portata di mano, spesso con conseguenze… energetiche, come la combustione.

Senza vita, una percentuale così alta di ossigeno scomparirebbe rapidamente, gli atomi si legherebbero alle rocce superficiali, per esempio, ossidandole, e lasciando solo tracce del gas, come si vede nelle atomsfere dei pianeti che conosciamo.

Qual è la direzione?

Nei concitati giorni della conferenza COP26, Lovelock stesso, alla veneranda età di 102 anni, tornava a parlare della sua teoria. In mezzo ai soliti discorsi vuoti, promesse e greenwashing, quando l’umanità sembra aver scelto l’estinzione, lo scienziato evidenziava come l’ormai nota abitudine di compartimentalizzare i problemi che stiamo affrontando possa essere la causa stessa della nostra scomparsa, prima ancora che le emissioni, l’inquinamento, i rifiuti e tutto il resto, abbiano la meglio (qui potete trovare l’op-ed di Lovelock per il The Guardian su questo tema).

Come è possibile avere una conferenza sul clima senza mettere in gioco tutto il Pianeta? Non si stanno forse ignorando delle connessioni che non possiamo vedere, ma che risultano fondamentali per la vita?

Eppure ancora si separano le azioni correttive che dobbiamo prendere. Il clima a Glasgow, la biodiversità a Kunming (The Password ne ha parlato qui). Lo scienziato prende la pandemia come esempio dell’intima relazione fra tutto ciò che è “terrestre”: la causa del COVID-19 va ricercata, probabilmente, in una cronica distruzione degli habitat, che porta le specie animali a “reagire”. Habitat che distruggiamo direttamente o meno, ma in modi sempre connessi a tra loro.

La disconnessione inizia con la chiara distanza che l’umanità ha preso dalla natura. E non si ferma qui: con il tempo, la civiltà ha creato divisioni a ogni livello. Essa stessa è divisa, come abbiamo visto a COP26, fra paesi ricchi, che guardano alle contromisure per problemi da loro creati, e paesi poveri, che già soffrono gravemente per i danni del cambiamento climatico. Fra chi ha, e chi non ha più. E gli uni non parlano con gli altri.

E ancora, la Natura è separata, nella visione dell’uomo, in innumerevoli compartimenti: la vita da una parte, il mondo inanimato dall’altra. L’atmosfera e l’oceano, la vita subacquea e animali che di acqua ne vedono ben poca. Tutto separato, sia nel modo di vederlo, sia nel modo che ci viene insegnato fin dalla scuola, come viene ricordato da Lovelock. Quante volte il nostro professore di biologia ha parlato insieme alla professoressa di chimica? In una scienza sempre più specializzata, i punti di contatto non sono molti, e spesso i massimi esperti sono estremamente ignari delle realtà al di fuori del loro campo.

Reazione contraria

L’umanità si è inserita in Gaia da molto poco tempo. I lunghi cicli andavano avanti da milioni, miliardi di anni, finché una nuova specie è diventata, quasi istantaneamente nella scala geologica dei tempi, una forza in grado di decidere le sorti della vita sul pianeta.

La Terra non ha mai fretta, i cambiamenti naturali avvengono in centinaia di migliaia, se non milioni di anni, inesorabilmente lenti. Eventi catastrofici improvvisi non sono mai bene accolti, e infatti spesso sono stati indicatori di grandi rivoluzioni nella storia del Pianeta.

Impatti di asteroidi, eruzioni vulcaniche di grande scala, ad esempio, quando colpiscono lasciano la Terra in uno stato di grande confusione, in cui la Vita stessa può arrivare ad un passo dal cessare di esistere. I tempi necessari alla risoluzione sono ancora più lunghi del solito: 8 milioni di anni servirono al plankton per tornare in piena salute dopo l’estinzione dei dinosauri.

Fino ad adesso, nulla è stato definitivo: in un modo o nell’altro, il pianeta è tornato ad essere brulicante di vita. Ma gli sconvolgimenti erano battaglie ad armi impari. L’umanità sta spingendo la Terra a reagire, e per la prima volta, la Terra si trova nella posizione di poterlo fare, di contrastare la minaccia esistenziale.

Secoli di combustione scellerata, sistematica cancellazione degli habitat, estinzione delle specie. E ancora, test nucleari, inquinamento, sfruttamento delle risorse. Finchè Homo Sapiens viveva di sussistenza, la Terra si era dimostrata accogliente, per quanto a volte severa. Negli ultimi anni, invece, ci siamo resi conto che la nostra casa sta diventando inospitale sotto i nostri occhi.

Temperature in salita, eventi climatici estremi, pandemie. Sembra che la Terra, finalmente, stia reagendo, e se si dà retta a Lovelock, questo non è altro che Gaia che cerca di ripristinare quell’equilibrio instabile, rimuovendo l’elemento di disturbo.

Mentre il Pianeta potrebbe stare cercando di liberarsi dal disturbo, il disturbo stesso, ciecamente, si congratula con se stesso per aver proposto soluzioni, senza poi averle mai messe in pratica. E questo quando le soluzioni vengono trovate: per lo più parliamo comunque di soluzioni locali ed insoddisfacenti, progetti che si fermano alla superficie.

L’approccio di Lovelock non è mai piaciuto agli ambienti accademici. Complice, probabilmente, un nome che può ricordare la religione pagana (che comunque non sembra così sbagliato: a differenza delle religioni dominanti oggi, e dell’economia, per i pagani la Natura era sacra) e un approccio non convenzionale – olistico – che si scontra con la crescente specializzazione della scienza. Già è difficile riunire studiosi dello stesso campo in una conferenza, figurarsi un po’ di ogni specialità.

Una parte del tutto

Ma considerato quello che stiamo vivendo, non ci sarebbe da stupirsi se l’uomo spingesse la Terra oltre il limite di sopportazione. Noi verremmo cacciati via, in malo modo, forse, e la vita si riprenderebbe, come ha sempre fatto. Abbiamo nelle nostre mani il destino della nostra e di molte altre specie, sarebbe un peccato sprecare questa ultima occasione.

Diventa necessario cambiare l’obiettivo con cui inquadriamo il mondo, passare dallo zoom al grandangolo. Considerare l’umanità tutta insieme, senza lasciare il sud del mondo indietro (come è stato fatto a COP26). Guardare insieme materia inanimata e vita, e considerarci di nuovo parte di Gaia. Perché per quanto severa, la Terra non è maligna, e accetterebbe volentieri una presenza umana ragionevole e sostenibile. Finché inviteremo compagnie petrolifere a conferenze sul clima, però, il nostro Pianeta ha tutte le ragioni per indicarci la porta.

Davide Borchia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...