Voci al tramonto – speranze e fallimenti dei tentativi di salvaguardare la biodiversità

Il punto focale della civiltà umana si è spostato (e si sta spostando) nelle città, dove quotidianamente si è sottoposti ad un bombardamento costante – piuttosto che un sottofondo – di rumori: il suono delle auto, i lavori in corso o le sirene non sono, forse, la prima cosa a cui si pensa quando si parla di umanità; dopotutto, ci si aspetta di sentire voci, musica. Eppure, dove si concentrano gli uomini, si sente più traffico che altro. Si stima che l’inquinamento acustico causi 12.000 morti all’anno, dovute al suo impatto sull’apparato cardiocircolatorio. Tutto ciò è ormai ingranato nella nostra quotidianità: non è deprimente che su YouTube ci siano video con milioni di visualizzazioni contenenti 2 ore di “traffic noises”? Dove dovremmo ascoltarli poi? In un rifugio in montagna, dove il silenzio, chissà, diventa una presenza fastidiosa.

Lo stato della biodiversità

Nella cacofonia che accompagna la nostra civiltà, non ci si accorge – né è possibile farlo – dei silenzi che si stanno andando a creare. La riduzione della biodiversità è una realtà purtroppo semi-nascosta dai vividi effetti che il cambiamento climatico sta avendo sulla vita di tutti i giorni. Relegata a conferenze “minori”, con fondi insufficienti e programmi afflitti da innati bias umani, l’azione per la salvaguardia della biodiversità segue da vicino il percorso di quella per il clima.

Percentuale di copertura delle terre emerse negli ultimi 1000 anni. Sembra che sia il momento giusto di invertire la tendenza, e intraprendere un coraggioso ripristino dello stato naturale delle cose. (credits: ourworldindata.org)

Oltre a dover affrontare gli stessi cambiamenti che l’uomo si è imposto su questo pianeta, la vita animale e vegetale deve affrontare una inarrestabile distruzione del loro habitat. Terre sottratte per l’agricoltura, cementificazione, e disastri naturali: tutti concorrono, ma agli occhi di un umano sembrano più distanti. Un incendio boschivo diventa pericoloso per gli uomini solo quando inizia a lambire giardini con prati meticolosamente privati di ogni “erbaccia”, ma da quando è scoppiato, ha ridotto in cenere le case di innumerevoli animali. La piena che ha evitato una città ha inondato un fondovalle, e via dicendo. Un duplice problema di cui siamo responsabili e dobbiamo essere soluzione.

La conferenza COP26, che ha avuto luogo ad inizio novembre, viene osannata come la più importante per la risoluzione della crisi climatica e da alcuni come una delle più importanti della storia dell’umanità (anche se scienziati ed attivisti hanno i loro dubbi): ma la biodiversità non ha spazio nel programma.

La conferenza COP15 di Kunming, prevista per l’inizio del 2020, è stata posticipata diverse volte a causa della pandemia (che potrebbe o non potrebbe essere stata causata dall’interferenza umana sugli ambienti Naturali). Con venue in Cina, essa viene celebrata come punto di svolta nell’azione verso la protezione della biodiversità, eppure la copertura mediatica è stata pressoché nulla. La politica, ovviamente, è di fondamentale importanza (è la prima volta che il gigante asiatico ospita una conferenza COP), tanto che il governo cinese ha fatto del meeting un efficiente strumento di propaganda: l’interesse del presidente Xi per COP15 non si riflette nella conferenza di Glasgow, in cui fino all’ultimo momento non si aveva certezza se il leader partecipasse o meno di persona.

La strada per Kunming

Nel 2010 i rappresentanti di 127 nazioni ed altre organizzazioni si incontrarono per la conferenza COP10 a Nagoya, in Giappone, per decidere la strada da intraprendere nel decennio successivo. 20 targets furono fissati, alla luce del fallimento nel raggiungere gli obiettivi imposti già nel 2002 e si decise di inquadrare le azioni necessarie per soddisfarli in dieci anni di tempo: il 2020 sarebbe stato l’anno della successiva conferenza, in cui si sarebbero visti i risultati non dell’arresto della perdita di biodiversità, ma di obiettivi scelti “prendendo seriamente in considerazione il problema e sostanzialmente aumentando i nostri sforzi per prendersi cura di ciò che resta del nostro pianeta” nelle parole di Stuart Butchart, autore di uno studio in cui vengono identificati 30 indicatori della biodiversità, fondamentali per quantificarne lo stato.

Deludendo le aspettative, ma seguendo l’adagio che accompagna la società e il suo interesse nel prendere in considerazioni minacce che non hanno ripercussioni violente ed immediate, allo scadere del tempo, nessuno dei target fissati a Nagoya è stato raggiunto. Innegabilmente, l’umanità ha preso coscienza delle conseguenze delle sue azioni sul resto della vita sul Pianeta e si sono visti alcuni miglioramenti: la deforestazione è un fenomeno in decrescita (a parte per alcune nazioni che hanno deciso di addirittura accelerare il processo, come il Brasile), e grazie al Nagoya protocol si è venuto a creare un database condiviso del materiale genetico di un numero sempre crescente di specie (il IUCN Global Species Programme).

Lo stato della biodiversità resta comunque più minacciato che mai ed è necessario – così come i leader non smetteranno mai di ripetere – dare spazio ad azioni che permettano di arginare questa perdita. In questa ottica si è aperta a metà ottobre la conferenza di Kunming.

La biodiversità a partire da mezzo miliardo di anni fa. L’umanità vive nel momento di maggiore varietà della vita sul Pianeta. Le previsioni che vedono metà delle specie estinte per la fine del secolo porterebbero la nostra civilità a rivaleggiare con la Grande Moria in termini di impatto. (credits: wikimedia commons)

La dichiarazione di Kunming: alimentare la speranza

COP15 è rimasta nell’ombra di COP26 ed è iniziata e finita senza clamore mediatico. Rappresentanti di oltre cento nazioni si sono riuniti – virtualmente – per trarre le somme dell’ultimo decennio, in quella che è stata la prima parte della conferenza. Volontariamente si sono tenuti fuori numeri ed obiettivi concreti, per essi bisogna attendere la primavera 2022 in cui la seconda parte del meeting vedrà le nazioni del mondo fissare quelli che devono essere per la prima volta target realistici e concreti.

A febbraio 2020 Nature titolava “le Nazioni Unite devono sistemare per bene i target della biodiversità”. Il fallimento dei target di Nagoya viene ascritto alla loro mancanza di rigidità: obiettivi aleatori, difficili da quantificare e da misurare, a cui si accompagnava l’insufficienza di un sistema di monitoraggio dei progressi delle singole nazioni. Non sono solo questi i problemi della corrente azione verso la biodiversità. L’estinzione delle specie procede più rapida che mai, seppur sempre più progetti si pongano come obiettivo la loro conservazione. I successi, come ad esempio il celebrato salvataggio di 48 specie (anche se il numero di specie che va incontro all’estinzione è stimato fra le 1000 e le 10.000 all’anno e molte di queste lo fanno senza nemmeno essere note all’uomo), devono fronteggiare una drastica carenza di fondi. Gli scienziati si riducono quindi a competere fra loro, portando come campione la loro specie di interesse – per quanto assurdo possa sembrare – proponendo progetti “migliori” di altri. Gli organi addetti alla ripartizione dei fondi sono, purtroppo, affetti dall’innata repulsione umana verso insetti ed altri animali considerati “inferiori”. Pur essendo i vertebrati rappresentati da sole 45.000 specie, contro il milione e mezzo di specie di invertebrati, essi hanno ricevuto in Europa più di 450 volte dei finanziamenti.

La dichiarazione di Kunming si propone di correggere gli errori del passato. Con un evocativo titolo “Ecological Civilization: Building a Shared Future for All Life on Earth”, in 17 punti essa delinea un approccio revisionato, in cui con gli occhi di una civiltà provata dalla forza della Natura si spinge all’inclusione di comunità indigene e nazioni in via di sviluppo, al rafforzamento degli interventi legali per la protezione della natura, all’accelerazione delle azioni di protezione e conservazione, che possano permettere di rallentare – e addirittura invertire – il trend di perdita di biodiversità entro il 2030.

Per quanto i target non siano fissati e l’ultimo obiettivo sembri quasi un sogno, le parole del presidente Xi danno speranza, nonostante la loro quasi freddezza: “i nuovi target di protezione della biodiversità devono essere ambiziosi da un lato e pragmatici e bilanciati dall’altro”. Troppe volte si è visto l’entusiasmo avere la meglio, per poi realizzare che ogni proposta era semplicemente irrealizzabile al di fuori dei tavoli di una conferenza.

Il mondo attende, forse non col fiato sospeso, la seconda parte della conferenza. Se la dichiarazione verrà ratificata, il secondo meeting vedrà le nazioni firmatarie riunirsi nuovamente e, si spera, finalmente dare inizio alle azioni che vedranno un rinnovato rispetto della diversità della vita sul Pianeta.

Il succiamele del reggente: una specie di uccello in via di estinzione che sta letteralmente dimenticando la sua canzone. Uno dei silenzi che stiamo andando a creare. (credits: Friends Chiltern Mt Pilot NP)

Fermare il tramonto

L’uomo sta portando distruzione senza precedenti. L’atteggiamento di superiorità che quest’ultimo ha adottato nella storia della civiltà ha portato alla scomparsa di innumerevoli specie, consumando risorse e terreni, senza rispetto per chi è arrivato prima, imponendo cambiamenti per chi sta vivendoci ora e offrendo al futuro un mondo in cui l’unico suono sarà quello del progresso. Per quanto ne sappiamo, la Terra è l’unico pianeta dell’universo in cui la vita è nata e si è stabilita. Anche se ciò potrebbe cambiare, la ricchezza che questo comporta sarà sempre innegabile. Fragile ed inspiegabile, la vita ha resistito per milioni di anni, ha superato estinzioni di massa, ma potrebbe non superare la prova dell’uomo.

Si può raccontare la storia di un uccello australiano, il succiamele del reggente. Con una popolazione in continua diminuzione (a malapena 300 esemplari), i contatti fra gli individui si sono ridotti al punto che i giovani maschi non hanno più la possibilità di imparare le canzoni e, lentamente, quel patrimonio intangibile va a perdersi.

Un simile uccello, endemico dell’isola Hawaiana di Kauaʻi, ilKauaʻi ʻōʻō, ha incontrato un simile destino. La specie fu dichiarata estinta nel 1987, ma esistono registrazioni del suo canto nel periodo del declino. Nella struggente bellezza della melodia, si sentono gli intervalli in cui la femmina avrebbe dovuto inserirsi, in un melodioso corteggiamento. Sul pentagramma le note cedono il posto alle pause.

Il declino della biodiversità, inarrestabile, ha portato alla scomparsa di molte voci, che hanno lasciato posto a silenzi in un sottofondo caotico, eclissi senza cerimonia, spesso privi dell’esistenza di alcuna loro memoria. Molte altre voci andranno perse, ma l’umanità ha ancora il tempo di assumere la responsabilità delle sue azioni e di prendere finalmente il posto di protettore della fiorente vita del pianeta. Siamo ancora in tempo per fermare il tramonto delle voci della Natura e lasciare che la loro melodia continui a ornare la Terra per gli anni a venire.

Davide Borchia

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