Kamila Valieva: little girls in pretty boxes

Un po’ di tempo fa, su The Password, avevamo scritto un articolo sul Grand Prix ISU 2021 (potete trovarlo qui) in cui davamo la quindicenne russa Kamila Valieva come favorita assoluta per l’oro a Pechino 2022. Due mesi dopo, Valieva ha conquistato l’ambitissimo titolo di campionessa nazionale russa e quello di campionessa europea 2022. Ha anche superato i suoi stessi record mondiali per ben 5 volte e, nella giornata dedicata al programma libero femminile della gara a squadre a Pechino, è diventata la prima donna ad atterrare un salto quadruplo alle Olimpiadi, portando la Russia sul gradino più alto del podio. La nostra previsione è però stata smentita: nella gara individuale Valieva si è piazzata quarta overall ed è stata al centro del peggior scandalo nel pattinaggio artistico da Salt Lake City 2002.

In uno sport come il pattinaggio femminile, in cui le atlete sono al top della forma verso i 16, 17 anni, parlare di prodigi lascia un po’ il tempo che trova, ma tra tutte le ragazze così definite da giornali e fan Kamila Valieva il titolo se lo merita davvero. Per questo è stato ancora più scioccante scoprire, pochi giorni dopo il suo esercizio trionfale, che l’atleta russa era risultata positiva a un test antidoping inficiando così tutti i suoi titoli precedenti, nonché il primo oro russo nel pattinaggio a Pechino 2022.

I (pochi) fatti

Lo scorso 8 febbraio, la cerimonia di premiazione della gara a squadre è stata rimandata senza spiegazioni, prima di un giorno, a data da destinarsi. Mentre il pubblico pensava già a potenziali casi di COVID-19 tra gli atleti, è arrivata la notizia, rivelata dal quotidiano britannico «Insidethegames» che il ritardo era dovuto a un test positivo per una sostanza vietata di uno dei membri della squadra russa e che la scarsità di informazioni a riguardo era dovuta allo status di “persona protetta” dell’atleta, in quanto minore di 16 anni. I giornali (soprattutto quelli americani, la cui squadra aveva ottenuto l’argento) non ci hanno messo molto a fare i conti e, messa all’angolo, l’ITA (International Testing Agency) si è trovata costretta a rivelare i dettagli dell’accaduto: Kamila Valieva sarebbe risultata positiva, in occasione dei campionati russi, alla trimetadzina, un farmaco usato per trattare l’angina pectoris, che aumenta il flusso di sangue al cuore. L’effetto “collaterale” è un aumento della resistenza fisica, il che aiuta gli atleti ad allenarsi di più e più a lungo. Per questo la WADA (World Anti Doping Agency) ne vieta l’utilizzo sia in competizione che in allenamento. È seguita una battaglia legale tra la RUSADA (Russian Anti Doping Agency) e il ROC (Russian Olympic Committee che ufficialmente compete al posto della Russia, dopo l’esclusione in seguito al doping di stato), da una parte, e il comitato olimpico internazionale e la WADA, dall’altra, sull’opportunità o meno della partecipazione di Valieva alla gara individuale, tenuto conto della particolare situazione data dalla giovanissima età dell’atleta. Alla fine la CAS (Court of Arbitration for Sport) ha deciso che Valieva e il ROC avevano avuto troppo poco tempo per montare la propria difesa e, quindi, il danno che Valieva avrebbe subito in caso le fosse stato impedito di partecipare e poi fosse risultata innocente al processo sarebbe stato troppo grande. È stata una decisione estremamente discussa: basti pensare al recente caso di Sha’carri Richardson, velocista americana risultata positiva al THC prima di Tokyo 2020, per accorgersi che le decisioni della WADA e della CAS sono cautelari e assolutamente preventive, proteggono l’integrità del “clean sport”, senza preoccuparsi troppo dell’atleta. L’unico elemento veramente diverso nel caso di Kamila Valieva è l’età, e molti si sono chiesti se questa decisione, lungi da proteggere i minori, non dia il via libera all’abuso di sostanze sugli atleti minori da parte di coach e medici senza scrupoli nella consapevolezza di una punizione molto più blanda, se non aleatoria.

Uno dei peggiori casi di doping di sempre

Il caso di doping sarà deciso tra mesi ma gli elementi che abbiamo finora non depongono a favore di Valieva: molto probabilmente abbiamo una quindicenne drogata, presumibilmente dal suo medico sportivo, Filipp Shvetsky, già responsabile per l’espulsione per doping di un’intera squadra di vogatori. Gli interrogativi che si aprono a questo punto creano un labirinto: è realistico pensare che Kamila Valieva fosse l’unica sottoposta a questo tipo di pratiche? Che ruolo ha avuto il suo team di allenatori nell’operazione? Nello stesso articolo sul Grand Prix 2021, citato sopra, vi avevamo parlato della zarina del pattinaggio russo, la coach Eteri Tutberidze e della sua controversa figura. Tutberidze allena anche Valieva e adesso si trova, insieme ai suoi collaboratori, sotto indagine da parte delle autorità sportive per fare chiarezza sul suo ruolo nel caso di doping e, soprattutto, per capire se quello di Valieva sia un incidente isolato o il risultato di un errore in una pratica sistematica e consolidata. A questo proposito un elemento che ha fatto molto discutere è che Tutberidze ha ammesso che Valieva assume regolarmente un cocktail di farmaci (consentiti) per il cuore che hanno lo stesso effetto della trimetadzina, pur non avendo alcun problema di salute.

Se l’indagine dovesse trovare delle responsabilità in capo a Tutberidze, il volto del pattinaggio cambierebbe considerevolmente. Certo, ormai le atlete di Eteri non sono più le uniche a saltare quadrupli e tripli axel come se niente fosse, la quad revolution continuerà senza di lei, ma il suo inizio potrebbe radicalmente essere macchiato dall’intera vicenda. Gli Stati Uniti, forse in parte per giustificare una mediocrità atletica ormai cronica nello sport, hanno ricominciato a fare campagna contro “il metodo russo” reputato abusivo e arcaico, con ancora più vigore. In Russia, Eteri Tutberdize, dopo il caso Valieva, è prossima alla santificazione da parte della stampa ma non sono mancati alcuni coach come Evgenij Plushenko, che hanno timidamente criticato la sua ossessione per la componente atletica. A livello internazionale, probabilmente, l’immagine di Tutberidze non si riprenderà mai.

Le vere vittime

In tutto questa vicenda si è discusso di età minima per le competizioni internazionali, di metodi di allenamento, di posizioni filorusse all’interno delle istituzioni sportive. Sono usciti discorsi alla Russia contro USA, metodo occidentale contro metodo russo degni di Mosca ’89. Ma si è parlato poco delle vere vittime di questa vicenda, prima tra tutte Kamila Valieva. Certo, a 15 anni si ha già una certa consapevolezza di cosa significa assumere sostanze vietate, ma se il clima al campo di Tutberidze è davvero così plumbeo come ipotizza l’IOC, risulta difficile pensare che Kamila potesse avere una qualsiasi voce in capitolo, anche perché, a differenza delle sue compagne di squadra, Valieva si allena a centinaia di km da casa e dagli occhi dei suoi genitori. Il CAS si è preoccupato di proteggere il possibile oro olimpico di Valieva ma non ha fatto niente per proteggere la sua immagine e la sua carriera futura, ormai irrimediabilmente segnata come la “ragazzina dopata”. Non solo, il rifiuto del ROC di ritirare Kamila ha significato lasciarla allenare per giorni di fronte alle telecamere, ogni caduta etichettata come “gli effetti della mancanza del farmaco”. Vedere una quindicenne scappare dai paparazzi che la filmano mentre piange non è esattamente un’idea che si sposa bene con lo spirito olimpico. Non stupisce affatto che la performance finale di Valieva sia stata, per i suoi standard, disastrosa, dopo un calvario del genere. Il momento in cui Kamila riceve il suo punteggio e scoppia in singhiozzi, mentre la compagna di squadra Anna Scherbakova fissa il vuoto, da sola, senza che nessuno dia segno di essersi accorto che ha vinto un oro olimpico, appartiene al trash di programmi come Dance Moms. Nessuno sano di mente potrebbe pensare che situazioni del genere possano essere tollerate alle Olimpiadi. E per questo sì, bisogna biasimare la Russia e Tutberidze, che si sono rifiutati di proteggere il futuro e la salute mentale di una bambina pur di avere un podio tutto russo, cosa che comunque non è avvenuta. Ne è valsa la pena?

Il titolo di questo articolo fa riferimento a Little Girls in Pretty Boxes: The Making and Breaking of Elite Gymnasts and Figure Skaters, un’inchiesta shock del 1985 di Joan Roan, che dettaglia la sistematicità dell’abuso delle giovani atlete negli sport artistici. Tra le altre cose, è stato anche il libro simbolo dello scandalo nell’USAG dopo il caso Nassar.

Ginevra Gatti

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