Un plettro e una chitarra come bagagli di un eterno crepuscolo estivo. È questo che viene in mente se si chiudono gli occhi e si ascoltano Maledetta Estate, Formentera, Origano e limoni, 25 agosto e tutte le altre canzoni di Itto, nome d’arte di Federico Urgesi. Classe ’94, nato e cresciuto a Torino, studente di Medicina. Ovviamente musicista, ovviamente cantautore. Nelle cose che scrive e che traduce dalla pagina alla musica, c’è tutto il suo universo. Un mondo un po’ tra le nuvole, ma comunque sempre spontaneo, sempre romantico, un tantino nostalgico. Un mondo in cui la persona che si ama ha la pelle di origano e le labbra di limone.
Abbiamo incontrato Itto in un’assolata e quanto mai insolita mattina di inizio febbraio, per conoscerlo e far conoscere un pezzetto di lui al Mondo.
Da Federico Urgesi a Itto. Come è avvenuta questa trasformazione?
Ho iniziato con la batteria a 10 anni, prendendo parte ad alcune band di compagni di classe con le quali suonavo cover dei Green Day o dei blink-182. A 13 anni ho fondato la mia prima band seria, anzi più o meno (ride), insieme a mio padre e mia sorella; dico seria perché è stato il momento in cui ho cominciato a scrivere canzoni, anche se erano ovviamente molto acerbe. Due anni più tardi ho incontrato M., musicista classico, che, oltre a farmi da “manager” per i primi concerti, mi ha mostrato come funziona uno studio di registrazione. Ma era tutto ancora molto alla buona: non c’erano contratti, non c’erano soldi o ambizioni particolari, era solo per divertirsi.
So che hai partecipato al programma “Amici” nell’edizione del 2014, quella di Stash. Quest’esperienza cosa ha lasciato in te e nella tua musica?
La redazione del programma mi ha contattato perché mi avevano visto su YouTube, dato che da qualche tempo avevo iniziato a caricarci su alcune canzoni. Ho fatto dei provini e sono entrato, ma ero troppo giovane e testardo: avevo 20 anni ed ero al primo anno di Medicina. A posteriori posso dire che ero in un periodo difficile della mia vita, dato che arrivavo da una lunga convalescenza in seguito ad un’operazione e non cantavo ormai da 6 mesi. Ma quando sei giovane e ti si presenta un’opportunità simile, che fai? Te la lasci scappare anche se ti è capitata tra capo e collo? Sono durato da settembre a gennaio, ma di quel periodo non mi è rimasto molto. La cosa più importante che ho imparato è stato sicuramente il non avere paura di suonare o cantare davanti al pubblico, grande o piccolo che sia; prima del programma avevo fatto una decina di concerti, non c’era mai stata una folla. Fa un certo effetto stare in tv e pensare che milioni di persone ti vedranno.
Un’esperienza però che ti ha lasciato anche l’amaro in bocca.
Sì, non ero più convinto della musica, volevo mollare. E così ho fatto… per due mesi. Volevo riprendere l’università, che avevo dovuto sospendere nei mesi in cui ero stato ad Amici. Ma la musica chiamava e percorrere la sua strada era inevitabile. Quando ho ripreso la chitarra in mano ho scritto tantissimo, tanto che è nato il mio primo EP, composto da 5 canzoni folk in inglese.
Siamo in un Paese in cui si fa un po’ di fatica ad emergere se non si canta in italiano. Infatti so che anche tu hai girato tra i paesi europei con la chitarra in spalla. Quindi, perché un EP in inglese?
In Italia non c’era ancora un forte movimento Indie, o perlomeno non ne ero a conoscenza. Artisti come I ministri e Brunori erano riservati ad un pubblico più curioso. Inoltre la musica italiana “mainstream” non mi piaceva, ero fan di Nutini e Savoretti. Non possedevo ancora un bagaglio musicale e culturale che mi permettesse di avere una forte identità. Questo primo EP è stato il mio primo tentativo di fare il musicista e cantautore, girando per locali in cambio di qualche birra e paghe risibili. La classica gavetta. In quel momento è stato importante il supporto della band cuneese Madyon e del loro frontman, Cristian Barra, che organizzava delle session per poi caricarle sul suo canale YouTube. Siccome ero un musicista molto in erba, provavo qualsiasi esperienza. Così ho suonato Broken string blues, che faceva parte dell’EP e che è piaciuta molto a Cristian, tanto che mi ha portato ad aprire i loro concerti in Inghilterra e in Francia. Da lì sono poi andato da solo in Belgio, Spagna, Germania, Regno Unito e via dicendo. I Madyon mi hanno insegnato a fare i live.
La tua bio Instagram recita “indie italian boy”. Come ha fatto l’Indie italiano ad entrare nella tua vita?
Dopo una lunga relazione, mi sono imbattuto casualmente nella canzone Lei, lui, Firenze di Brunori Sas, che descrive la scena di due che si lasciano dopo tanto tempo ma continuano a pensarsi. L’ho googlata e mi si è aperto un mondo. Ho iniziato ad approfondire il genere, capendo che si poteva rendere in italiano quello che fino ad allora facevo in un’altra lingua. Così, ad aprile 2017 è uscita Origano e Limoni, che fa parte di Limoni, il mio primo EP in italiano. Un nome non a caso: in quel periodo leggevo molti libri di poesia e ce n’era una che evocava l’immagine del vento che si abbeverava dai limoni di un albero come fossero dei seni. Mi è piaciuta e l’ho usata. Ho iniziato a scrivere canzoni solo in italiano ed è nato il sodalizio con Etta Matters, un fratello acquisito, che ha iniziato a produrre le mie canzoni, anche in modo sperimentale, in modo da capire insieme in quale direzione potessimo andare.
Cosa ha avuto di diverso la tua musica da questo momento in poi?
Di base ho molte influenze: vengo dal punk, ma ho suonato anche metal, folk, cantautorato, per non parlare dell’indie e molto altro. Perciò, non mi pongo paletti o etichette quando scrivo qualcosa di nuovo. In una canzone metto quello che mi piace e che sento vero, non cerco di inserirla a tutti i costi in un filone.
Ora invece a cosa stai lavorando, e con chi?
Il 3 marzo è uscito il nuovo pezzo Tutto sbagliato, forse più sonoramente aggressivo delle altre, perché non è prettamente punk ma nemmeno indie. Oltre a Etta, mi affido nelle produzioni anche al grandissimo CELO (Pietro Celona), grazie al quale ho conosciuto DANU (Daniele Nunziata) e Still Charles (Carlo Aprea), con i quali collaboro quasi quotidianamente in studio. Poi ho conosciuto Cicco Sanchez (Gianluca Ciccorelli), Sami River (Pietro Gregori) e molti altri con i quali è venuto a crearsi un sodalizio di musica e soprattutto amicizia tra tutti noi, che in un ambiente così dispersivo é un bel punto di stabilità.
Quindi, in che direzione stai andando?
Vorrei arrivare ad un punto in cui la mia identità, come modo di scrivere e di cantare, sia sufficientemente forte e riconoscibile da permettermi di mettere la mia impronta su un brano, a prescindere dal genere. Per capirci: Maledetta estate e Tutto sbagliato non hanno molto in comune da un punto di vista di sound, se non il fatto che fanno parte del mio stile personale. La cosa bella dell’indie è che non é un vero e proprio genere musicale, quanto più un modo di vedere le cose. Lo interpreto quindi con molta libertà, anche se il lavoro con CELO mi ha fatto capire che a volte qualche compromesso, senza snaturarmi, mi permette di mantenere una coerenza ed essere anche più convinto dei miei stessi brani a distanza di tempo, senza lasciarmi oltremodo trascinare dalla foga del momento.
Grazie mille per questa bellissima intervista.
Grazie a voi per lo spazio che mi avete dedicato.
Rachele Crosetti

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