Il radon è un gas radioattivo di origine naturale che sfugge dalla porosità del terreno, disperdendosi facilmente. Essendo inodore, incolore e insapore non è, dunque, percepibile dai nostri sensi ed è molto difficile da individuare e da quantificarne la presenza. È un gas inerte che emette radiazioni alfa nel giro di circa quattro giorni, trascorsi i quali si trasforma, decadendo e divenendo altro, proprio per la sua caratteristica d’instabilità. È il prodotto della catena di decadimento del radio che, a sua volta, è parte del decadimento della catena dell’uranio.
Il problema principale risiede proprio nei suoi isotopi, in ciò che diventa dopo 3,82 giorni, nei suoi “prodotti di decadimento”, ovvero altri elementi radioattivi non gassosi da esso generati che, attaccandosi al particolato atmosferico (polveri) presente in ogni ambiente, entrano agevolmente in profondità nell’apparato respiratorio, irraggiando le cellule dei bronchi e causando neoplasie polmonari.
Difatti, il pericolo maggiore del gas radon è correlato all’inalazione: se inspirato in eccesso e per periodi di tempo prolungati, può infatti provocare gravissimi danni alla salute ed è qualificato, dunque, come gas cancerogeno di gruppo 1. È persino stato categorizzato come la seconda causa di rischio per l’insorgenza di un tumore, dopo il fumo proveniente da sigaretta.
Il terreno è, per tale gas, la fonte principale di sviluppo, ma questo non esclude ‒ anzi, spesso amplifica ‒ la sua diffusione anche verso gli ambienti dei piani più alti per mezzo di pavimentazioni e pareti a contatto diretto con il suolo o non adeguatamente isolate. Il meccanismo che lo trasporta dal basso fino all’interno dell’abitazione è la differenza di pressione (che passa dalla maggiore alla minore). Si espande anche attraverso le fessure, le fratture, le tubature e le canalizzazioni se queste ultime non sono state ben sigillate. Perciò, la propagazione del radon avviene sia per via aerea che attraverso l’acqua ‒ e in presenza di grassi, talvolta ‒, anche se per via idrica il gas ha meno forza ed è ritenuto un problema minore, facilmente risolvibile con l’isolamento della zona incriminata.
Tuttavia, per mezzo di opportuni dosimetri, si può individuare nei locali come le cantine, gli scantinati, le taverne e anche i garage, in quanto si trovano generalmente sotto il piano di campagna ‒ al di sotto del pianterreno ove sono presenti ambienti con almeno tre pareti e spesso privi di strutture di aerazione e/o finestre per il ricambio d’aria. Proviene principalmente dal sottosuolo o da materiali da costruzione ‒ di tipo roccioso, per di più.
Grazie alla sua capacità di disperdersi rapidamente nell’aria, il primo passo da compiere per combattere questo gas è la costante areazione dei locali nei quali è stata identificata la sua esistenza. La ventilazione costante e la creazione di edifici con opportune valvole di areazione accostate a numerosi vespai (intercapedini areate) consentirà di far evaporare il radon e purificare l’area.
Altre soluzioni riguardano due processi:
- Depressurizzazione del suolo relativa alla creazione di un pozzo per la raccolta del gas in questione con la presenza di ventilazione per creare una depressione in cui si concentrerà il radon (come abbiamo detto, è presente quando la pressione è molto bassa) e sarà più facile, in seguito, farlo evaporare nell’aria.
- Pressurizzazione dell’edificio relativa alla creazione di edifici con una notevole pressione per impedire l’entrata del radon all’interno delle stanze.
È complesso riuscire a stimare la precisa concentrazione di questo gas negli ambienti, soprattutto se interrati, però ci sono laboratori specifici che se ne occupano e che devono seguire la norma europea UNI CEI ENISO/IEC17025:2018 che stabilisce i requisiti generali per la competenza, l’imparzialità e il regolare, nonché coerente funzionamento dei laboratori.
Essi ‒ costituiti da esperti in radon e anche in radioprotezione ‒ analizzano e misurano, per un periodo prolungato, di qualche mese almeno, le zone e i terreni in cui si sospetta la sua presenza, il cui dosaggio non deve superare i 300 Bq/m3 (Becquerel, unità di misura che identifica la diffusione di una radionuclide in un secondo).
L’ideale sarebbe procedere a una misurazione su base annuale, ma la cadenza diventa di otto anni se il livello del radon è inferiore al valore sopracitato mentre si riduce alla metà, con misurazioni più frequenti (da quattro a due anni) nel caso in cui il livello rimanga sempre oltre il 300. Si dovrà, poi, scrivere con il datore di lavoro aziendale affiancato dall’esperto una relazione in merito all’intervento di quest’ultimo e inviarla via PEC agli organi competenti, tra cui l’ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente) e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Una volta effettuate tali procedure, si dovrà pensare alla bonifica della zona, attuando tutti i criteri anti-radon del caso e, se necessario, ricostruire l’edificio con i procedimenti ben definiti dal Decreto Legislativo 101/2020.
Le azioni di prevenzione in fase di costruzione degli edifici non sono attualmente obbligatorie in Italia ma dal 2008 sono state fortemente raccomandate dal comitato scientifico del Piano Nazionale Radon.
Erika Morrone
Crediti per informazioni e foto ai seguenti siti:
https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/r/radon#azioni-di-prevenzione-e-risanamento-e-normativa
https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/lesperto-risponde/il-radon-cose-e-come-combatterlo
https://store.uni.com/uni-cei-en-iso-iec-17025-2000

