“Le donne devono essere nude per entrare al Met. Museum? Meno del 5% degli artisti nelle sezioni d’Arte Moderna sono donne, ma l’85% dei nudi sono femminili”. È quello che recita nel 1989 uno dei poster più celebri delle Guerrilla Girls, gruppo artistico formatosi nel 1985 a New York per denunciare le disuguaglianze di genere e le discriminazioni razziste nel mondo dell’arte.

Nel 1984, al Museo di Arte Moderna (MoMA) di New York, viene inaugurata la mostra “An International Survey of Recent Painting and Sculpture” che, per celebrare il rinnovamento del museo, espone le opere dei più importanti artisti moderni secondo l’istituzione museale. Ciò che sconvolge le future creatrici del movimento è che sui 169 artisti esposti, solo 13 sono donne e ancora meno risultano quelli di colore e, soprattutto, che nessuno sembri preoccuparsi dell’evidente squilibrio. Mosse dall’indignazione, si mobilitarono in sentite proteste, che però non ebbero nessun seguito, e fu allora che capirono che era necessario offrire al pubblico dei musei e alla società in generale una nuova lettura della storia e del mondo dell’arte. Un anno dopo, il movimento delle “Guerrilla Girls” venne alla luce, adottando un linguaggio innovativo per denunciare le disuguaglianze nella storia dell’arte, che fino ad allora era stata più una “storia di potere”, come hanno affermato le attiviste da Stephen Colbert nel 2016.
Il problema evidenziato dalle Guerrilla Girls non riguarda solo l’arte, ma anche moltissimi altri settori: se infatti pensiamo ai vari manuali scolastici su cui abbiamo studiato, che si parli di arte, letteratura o scienza, le donne menzionate, (se) appaiono, sono sempre in forte minoranza rispetto ai colleghi maschi. Il lavoro è un altro campo in cui le disuguaglianze sono evidenti: secondo i dati Istat presentati nel rapporto del 2020 “La vita delle donne e degli uomini in Europa – un ritratto statistico”, nonostante le donne europee possiedano un livello d’istruzione più elevato degli uomini, il loro tasso di occupazione è più basso ed è condizionato dal numero dei figli. Questi sono tutti fatti a cui purtroppo siamo abituati ormai da molti anni e che fanno fatica a cambiare.

Le Guerrilla Girls utilizzano proprio questo tipo di dati come punto di partenza delle loro opere: poster, locandine, sticker, manifesti, libri, interviste e lettere aperte a figure note vengono attaccati a sorpresa, nello stile della “guerilla”, come se fossero affissi pubblicitari, denunciando la disparità in campo artistico con umorismo e ironia e stimolando, così, gli spettatori e il mondo dell’arte a porsi interrogativi su una realtà che pare consolidata e abituale. Le loro affermazioni e denunce sono protette dall’anonimato che le contraddistingue: tutte le identità delle artiste sono celate dalle maschere a forma di gorilla che indossano in pubblico e dagli pseudonimi che richiamano artiste e attiviste del passato, come Frida Khalo, Käthe Kollwitz e Harriet Tubman, permettendo, in questo modo, di organizzare forti movimenti di denuncia e, anche a detta del movimento, di concentrarsi più sul messaggio che sull’identità dei singoli.
Anche se la lotta del gruppo artistico-femminista ha quasi quarant’anni, i miglioramenti sembrano essere molto pochi, come si evince dai dati Istat precedentemente citati e come dimostrano le notizie che quotidianamente giungono da ogni parte del mondo. Per questo, le Guerrilla Girls oggi denunciano non solo i problemi nel mondo dell’arte, ma anche quelli del mondo in generale, dall’aborto, alla politica e all’ambiente. Lo scopo del loro lavoro è quello di fare luce su aspetti che sono alla base della nostra società e cambiarli in meglio: per secoli l’arte e la cultura hanno plasmato ideali che hanno favorito alcuni ed emarginato altri, e sempre l’arte può ricucire queste differenze.
Maёl Bertotto
Crediti immagine di copertina: https://www.onassis.org/whats-on/guerrilla-girls
