
Lo stretto di Messina è nato 5 milioni di anni fa, quando la forza delle tre placche tettoniche convergenti in quel luogo determinarono una frattura della crosta terrestre: la faglia Messina-Taormina, una delle più attive d’Europa. Sicilia e Calabria, attaccate, hanno cominciato ad allontanarsi, e il mar Tirreno e il mar Ionio si sono incontrati. Le differenze di fondale, salinità, temperatura e altezza hanno dato vita a gorghi marini forti e irregolari, insieme a venti violenti. Dalla più remota antichità queste caratteristiche hanno suggestionato l’immaginazione dei suoi abitanti.
Nell’Odissea la maga Circe avverte Ulisse di stare attento alle insidie dello stretto, ai mostri Scilla, colei che dilania, e Cariddi, colei che risucchia. E non è un caso se il nome assunto dal versante siculo dello stretto (Peloro) deriva dal termine greco antico (Πελωρίς) che qualifica esseri, animati e non, “fuori dal comune”, prodigiosi e mostruosi insieme. Le stesse origini della città di Messina sono legate alla leggendaria rivolta dei Titani contro Urano. Crono dopo aver evirato il padre getta tutto, anche la falce, nel mare. Da quest’ultima avrà origine la città di Zancle (“falce”) in riferimento alla forma del braccio sabbioso che chiude il grande porto naturale innanzi al territorio peloritano: la “falce cronia”, come scrisse Callimaco, l’antica Messina (Callimaco Aetia II, Frg. 43 Pfeiffer).
Lo stretto di Messina ha avuto un’influenza determinante nella storia della Sicilia. L’idea di realizzare un collegamento stabile tra la Sicilia e il continente è stato un motivo ricorrente nel corso dei secoli, ma gli unici ad aver costruito un ponte sullo stretto di Messina sono stati, forse, i romani. Plinio il Vecchio narra, a due secoli di distanza, della costruzione di un ponte galleggiante fatto di barche e botti per trasportare dalla Sicilia 140 elefanti catturati durante la Prima guerra Punica.
Dall’Unità d’Italia al secondo dopoguerra, il progetto del ponte ha rappresentato il simbolo di una modernizzazione intesa a far uscire la Sicilia dalla marginalità e volta a rilanciare l’economia meridionale. Un monumento al Progresso realizzato in acciaio e cemento, diverse volte promesso e programmato ma, fino ad ora, mai realizzato. Per questo motivo alcuni sono arrivati a parlarne come di un mito, ma si sbagliano.
Partendo dal presupposto che un mito è un racconto che nasce per rispondere a domande ancestrali, quali le origini del mondo o di un popolo, oppure per spiegare fenomeni atmosferici, misteriosi o soprannaturali, il ponte sullo stretto di Messina non è che una ricorrente profezia.
Infatti, se i piani di realizzazione annunciati fossero stati attesi, oggi di ponti ne sarebbero stati inaugurati almeno quattro: Nel 1960, nel 1994, a metà degli anni 2000 e nel 2018. Quest’anno è tornato in cima all’agenda dell’attuale governo Meloni, promosso da Salvini, ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Nel marzo 2023 è stata riattivata la Società Stretto di Messina, mandata in liquidazione nel 2013. In questa occasione, “Una giornata storica dopo cinquant’anni di chiacchiere”, il ministro Salvini ha dichiarato che “Dal 2032 il ponte sullo stretto potrebbe essere percorribile.”
Il progetto definitivo approvato nel 2011, da cui oggi si sta ripartendo, prevede la realizzazione di un ponte a campata unica, la più lunga al mondo: misurerà 3.300 metri circa. Le due torri centrali saranno alte 399 metri (quasi 100 m in più della Torre Eiffel). Saranno garantiti i 65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi. Per resistere ai sisma violenti e ai forti venti è stato studiato il cosiddetto Messina Type deck, un tipo di impalcato che garantisce una resistenza al sisma pari a 7,5 magnitudo della scala Richter, una soluzione che è già stata usata per il ponte sui Dardanelli, oggi il più lungo al mondo tra quelli sospesi. Il tragitto da Reggio Calabria a Messina, che richiede un’ora circa in treno e almeno 70 minuti in auto, si coprirà in mezz’ora.
Tutto questo, assieme ad altre opere infrastrutturali, costerà intorno ai 13.5 miliardi di euro.
Il Ponte sullo Stretto “antisismico” e che “durerà nei secoli”, ha detto Salvini in un’intervista a una radio, “non è solo un motore di crescita per il Sud, ma anche un’importante attrazione turistica”.
Per coloro che lo hanno atteso, questo ponte ha rappresentato un sogno ripetutamente disilluso. Per coloro che gli si oppongono non è nient’altro che un’illusione, in quanto da solo non porterà alcun giovamento tangibile alla mobilità ma potrebbe essere addirittura sconveniente.
Attualmente le attività economiche stanno utilizzando con successo altri tipi di vettori per il trasporto delle merci, passanti per le vie del cielo e del mare. Da Napoli a Palermo con le navi veloci si impiegano quattro ore, nessun mezzo via terra, neanche attraverso un ponte, garantirebbe un trasporto così rapido. Al Porto di Gioia Tauro arrivano navi portacontainer che portano una quantità di merci pari a quella trasportata da mille Tir. Il trasporto su gomma inoltre comporterebbe anche effetti di congestione e problemi di inquinamento.
Per dare un impulso allo sviluppo dell’isola bisognerebbe porre rimedio alle carenze strutturali delle ferrovie e delle aree autostradali siciliane e calabresi. Ad oggi per andare in treno da Reggio Calabria a Bari occorrono 7 ore, così come per spostarsi da Trapani a Messina (300 km circa).
Il progetto non conviene neanche economicamente, perché contando la diminuzione del traffico in attraversamento che si sta registrando negli ultimi anni, per rientrare nell’investimento in termini di concessioni e pedaggi è stato stimato un tempo pari a più di cento anni.
Inoltre sono incalcolabili le ricchezze biologiche che verrebbero perdute nel processo di realizzazione, di gran lunga superiori all’ipotetico guadagno. L’area dello stretto costituisce un importante serbatoio di biodiversità, un punto fondamentale per il transito per la migrazione di numerose specie ittiche e ornitologiche, oltre che un’area privilegiata per l’osservazione e lo studio dei cetacei nel loro ambiente naturale. Senza contare che per il ponte si sono già spesi, nell’arco di 150 anni, 1,2 miliardi di euro.
Il “mito del ponte” potrebbe quindi rappresentare uno strumento di attrazione del consenso, di propaganda elettorale e di favoritismo nei confronti di gruppi imprenditoriali e professionali.
Il Progresso non deve per forza coincidere con l’immagine obsoleta di ingegnosi colossi di ferro e cemento, ma può anche corrispondere con quella di una società capace di riconoscere le proprie risorse e salvaguardarle.
Milena Toselli
Riferimenti: https://iris.unipa.it/retrieve/handle/10447/53246/304661/IL ; https://www.quotidianodelsud.it/nazionale/rubriche/infrastrutture/2023/05/12/a-volte-ritornano-tutto-quello-che-ce-da-sapere-sul-ponte-sullo-stretto ;
