
Il 28 agosto, in Francia, era l’ultimo giorno di vacanze estive per i 12 milioni di studenti che frequentano la scuola pubblica. Quel giorno il ministro dell’istruzione Gabriel Attal ha annunciato il divieto di indossare l’abaya e il qamis a scuola. Il giorno seguente, di questi 12 milioni, 67 studentesse sono state rimandate a casa.
Questo divieto è finalizzato a difendere la laicità della scuola, il diritto di libertà di coscienza e l’uguaglianza tra uomo e donna. Nel 2022 ci sono state 4.710 denunce per la violazione della laicità, 12% in più rispetto all’anno precedente, a causa dell’abaya. Già dal 2004 una legge vieta di indossare nelle scuole pubbliche il velo e ogni altro segno che renda evidente l’appartenenza religiosa, come la croce e il kippah, ma se l’abaya e il qamis siano o no indumenti religiosi è una questione che divide la Francia.
Infatti questi indumenti non hanno alcun valore religioso, sono abiti tradizionali del mondo arabo musulmano medio orientale che si sono poi diffusi negli altri paesi musulmani, nel Maghreb, e quindi in Francia, dove questa moda è cresciuta molto diventando un sostituto del velo. I ragazzi che scelgono di indossare il qami, o le ragazze che si coprono con un abaya, sono cittadini francesi che si identificano nella cultura d’origine dei loro genitori.
Il qamis è un un camicione lungo indossato sopra tute o scarpe da ginnastica. L’abaya è invece un vestito costituito da maniche lunghe e ampie, ed una gonna che arriva ai piedi.
Chi difende questi indumenti sostiene che sono la voce di una moda che ha preso a dilagare dagli Emirati, il modest fast fashion, fatta di vestiti lunghi e indumenti “modesti”. Un trend promosso da influencer di Dubai, Doha e Riyadh, seguite da numerose adolescenti francesi che a loro volta lo ripropongono sui loro account TikTok o Instagram. Questi abiti sono stati anche reinterpretati da grandi marchi della moda, sia per gli uomini che per le donne, come Dolce e Gabbana, con la linea intitolata “L’alba di una nuova eleganza” e ispirata “alla grazia e alla bellezza dell’Arabia”.
I giovani e le giovani musulmane sarebbero quindi soggetti a trattamenti eccezionali da parte dello Stato che potrebbero portare a un rafforzamento dei pregiudizi e degli stereotipi nei loro confronti.
Per i detrattori indossare questi indumenti corrisponderebbe a una forma di proselitismo religioso e a un modo per affermare la propria originalità rispetto agli altri studenti, oltre che un atteggiamento contrario ai valori della repubblica francese. Infatti l’abaya, basato sulla premessa sessista che per le donne è una colpa non farsi scrupolo a mostrare le forme del proprio corpo, è espressione di una tradizione patriarcale e maschilista, un’ingerenza sul corpo della donna col supposto pretesto di nasconderlo da uno sguardo maschile sessualizzante.
Questo divieto è quindi finalizzato a favorire l’integrazione dei figli degli immigrati. Infatti anche dopo generazioni alcuni di questi continuano a sentirsi stranieri a casa loro. Francesi che frequentano la scuola francese, parlano francese, lavorano tra francesi, non riescono a entrare a far parte del tessuto comunitario della nazione e tornano a sentirsi legati alle proprie origini, al loro sistema di valori, anche più dei loro genitori. La mancata integrazione non si può spiegare solo con la povertà delle periferie, e la disoccupazione (nella banlieue di Parigi si stima che la disoccupazione dei giovani tocchi il 40%, mentre si ferma al 7% su scala nazionale, per tutte le fasce d’età), ma anche come conseguenza della loro stigmatizzazione sociale. Nel 2017 un rapporto del “Difensore dei diritti” (organismo statale) ha concluso che “un giovane dall’aspetto arabo o nero ha una probabilità 20 volte più alta di essere controllato dalla polizia”.
Quest’estate, il 27 giugno giugno, a Nanterre, un diciassettenne chiamato Nahel è stato ucciso da un poliziotto. La ventunesima vittima di fatali posti di blocco stradali dal 2020, la maggior parte persone nere o di origini arabe. Sono scoppiati movimenti di protesta che non hanno coinvolto solo la periferia di Parigi, ma tutta la Francia. Nelle strade si è espressa l’esasperazione per la brutalità della polizia, la denuncia di un razzismo istituzionale e la rabbia per le discriminazioni. Il governo ha risposto con una vasta repressione poliziesca e giudiziaria, ma queste misure rischiano di far sentire questa parte di popolazione ancora più esclusa dal dibattito politico.

Macron, il presidente della repubblica francese, difendendo la legge davanti alla giovane star di youtube Hugo Decrypt, definisce la scuola come “un santuario laico” che deve “fabbricare” i cittadini modellandoli sui valori della repubblica: libertà, fraternità e uguaglianza. “Cosa vogliamo farne della scuola? Trasformarla in un luogo pacifico. Ciò che le scuole fanno insieme è di rendere tutti i cittadini repubblicani, con la stessa lingua, le stesse conoscenze. Uno spazio in cui ci sono meno differenze possibili”. Valuta la possibilità dell’outfit unico “per garantire la laicità e il decoro”, ma ritiene che questa questione vada lasciata alla discrezione dei vari plessi scolastici.
Nello stesso dibattito collega il divieto della veste lunga con l’assassinio di Samuel Paty, professore che il 16 ottobre del 2020 era stato ucciso da un ceceno di 18 anni perché aveva discusso della libertà di espressione in classe mostrando vignette di Charlie Hebdo.
Bisogna ricordare che sempre nel mese di ottobre del 2020 era stata varata una bozza di legge che si chiamava “legge contro il separatismo”, poi detta successivamente “disegno di legge che rafforza i principi repubblicani”, approvata poi dal parlamento col fine di impedire le derive dell’islamismo e del radicalismo islamico in Francia e combattere contro quei gruppi, quelle associazioni, o quel generale fenomeno sociale che porta alla formazione di una sorta di contro-società francese, legata al degrado e all’isolamento delle banlieue. Combattere una battaglia contro il proselitismo islamico che spesso gioca con le armi del suo avversario.
Milena Toselli
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