Perché non hai urlato?

Che tipo di pantaloni indossava?

Come le sono stati tolti gli slip?

Perché non era lubrificata?

Perché non ha urlato?

Perché non ha usato i denti?

Quelle che avete appena letto sono alcune delle domande che, in tribunale, sono state fatte a Silvia (nome di fantasia), la ragazza che accusa Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria di violenza sessuale di gruppo, dall’avvocata di difesa Antonella Cuccireddu.
Siamo alla terza udienza del processo, svoltasi a dicembre 2023, eppure quell’ultima frase ci trascina improvvisamente al 26 Aprile 1979. Nelle reti italiane viene mandato in onda Processo per Stupro, Silvia diventa Fiorella e l’avvocata Cuccureddi diventa Giorgio Zappieri, che pronuncia queste esatte parole nella sue arringa:

Signori miei, una violenza carnale con fellatio, può essere interrotta con un morsetto.

Al tempo, Processo per Stupro venne seguito da circa tre milioni di spettatori, sconvolgendo l’opinione pubblica e mettendo a nudo la terrificante realtà di un processo per stupro nell’Italia degli anni 80. Realtà nella quale la vittima non solo viene umiliata da giudici e avvocati, ma viene anche dipinta come la causa della sua stessa tragedia, come una poco di buono.

Molti si chiedono se a 40 anni dal caso di Fiorella qualcosa non dovrebbe essere cambiato. Ed è certamente così, per molti versi abbiamo fatto numerosi passi avanti. Il trattamento riservato a Silvia in aula, oggi, non è paragonabile al vergognoso trattamento che venne riservato a Fiorella. Eppure, quando sentiamo queste domande non possiamo che domandarci se, di strada da fare, non ne abbiamo ancora molta.

La vicenda di Silvia, allora 19enne, comincia nella notte tra il 16 e il 17 Luglio 2019 nella residenza della famiglia Grillo a Porto Cervo, dove lei e una sua amica si sarebbero recate dopo aver conosciuto quattro ragazzi in un noto locale della zona. Secondo la versione della studentessa italo-norvegese, lì avrebbe subito le “cinque o sei” violenze sessuali. Silvia presenterà denuncia il 26 luglio successivo, i quattro ragazzi respingeranno da subito le accuse, sostenendo che la giovane fosse consenziente.
Il resto della vicenda segue un po’ il copione che vi immaginereste: fin da subito è stata giudicata la tempistica della denuncia di Silvia, si è poi sottolineato come il coinvolgimento del figlio di Beppe Grillo possa essere stato un fattore determinante per la scelta di denunciare e infine, al processo, le domande dell’accusa hanno puntato all’analisi, quasi chirurgica, di ogni singola azione della ragazza, per determinare la presenza o meno di consenso durante l’atto.

Questa udienza del 13 dicembre è stata particolarmente traumatica per la ragazza: l’accusa non si è risparmiata con le domande, a detta dell’avvocata Cuccureddi, tutte necessarie per ricostruire in maniera precisa e chiara la vicenda. Qui sotto alcune dichiarazioni rilasciate dall’avvocata alla Stampa, dopo essere stata sommersa da un mare di critiche:

anche tanti — colleghi e magistrati mi dicevano: ‘ma avvocato, lei fa domande su come sono stati tolti i pantaloni’. Questo perché voi avete stigmatizzato un elemento del fatto: non si può fare violenza sessuale se uno ha i pantaloni.

Eppure all’Articolo 609bis del codice penale (Violenza sessuale) viene esplicitamente scritto: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”, è quindi evidente che la presenza o meno di indumenti durante lo svolgimento di un qualsiasi atto sessuale non sia un elemento indispensabile per determinare la presenza o meno di una violenza. Eppure le domande dell’accusa sembrano puntare a suscitare un giudizio, positivo o negativo, sulle singole reazioni della ragazza, implicitamente sembrano suggerire: “perché le tue reazioni non sono state quelle che ci si aspetta da una persona non consenziente?”.

In aula la ragazza è evidentemente provata, diverse volte scoppierà in lacrime, cercando di rispondere ad una domanda dopo l’altra fino a quando all’ennesimo “Perché non si è divincolata?” non sbotta in un disperato “Se fossi riuscita a divincolarmi non avrei vissuto quella cosa ca**o”.

Che tipo di messaggio potrebbe mandare un interrogatorio di questo genere? Che se non sei la vittima perfetta, allora probabilmente non lo sei? Ormai sono anni che abbiamo risposte dateci dalla psicologia sulle diverse reazioni che una vittima può avere quando si trova ad affrontare un episodio violento. Sappiamo che, mentre alcune vittime gridano e si dimenano fino alla fine, altre sono completamente paralizzate dalla paura, attraverso un meccanismo di autoconservazione che mira a far passare il più velocemente possibile l’aggressione, con i minimi danni, fisici, possibili per la vittima.

Indubbiamente la ricostruzione della vicenda è fondamentale per ogni processo, è altrettanto vero però che le modalità in cui si intende ottenerla comunicano molto di più sulle intenzioni della difesa che sui fatti concreti.

Alice Musto

Fonte immagine in Evidenza: Pinterest

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