Il Museo delle Scienze di Torino ha riaperto il 13 gennaio dopo più di 10 anni. Era stato chiuso nel 2013 in seguito all’esplosione di una bombola di gas nella notte tra il 2 e il 3 agosto.
Extinction Rebellion ha sfruttato questa tanto attesa riapertura per portare all’interno del museo la riflessione sul cambiamento climatico. La protesta, coerentemente al luogo in cui si è svolta, ha preso le forme di una performance artistica, tant’è che alcuni visitatori pensavano si trattasse di un’azione concordata con il museo. Le attiviste, indossando maschere a forma di teschi, impersonano esemplari estinti della nostra specie, ai loro piedi classiche targhette da museo riportano: “Homo sapiens: estinto — Specie ubiquitaria di ominide che visse sulla terra per circa 200 mila anni”, come sottofondo, una campana suonata a morto. La scelta del contesto museale (portata avanti anche da altri gruppi per il clima come Just Stop Oil e Ultima generazione) è interessante perché riesce a rivitalizzare un luogo spesso sentito come vecchio, sterile. Sono numerosi, negli ultimi anni, i tentativi di modernizzazione, spesso attraverso varie forme di tecnologia. Il museo, però, prende davvero vita, riesce a essere un luogo stimolante, quando i suoi spazi diventano spazi di riflessione sul nostro futuro. Ne ho parlato con Matilde, un’attivista del gruppo.
Come è nata l’idea della vostra azione al Museo delle Scienze?
L’idea di fare qualcosa presso questa istituzione era nell’aria da tempo. Abbiamo dovuto aspettare la sua riapertura. È un luogo fortemente simbolico, anche il gruppo di Extinction Rebellion UK, dove nasce il movimento, fece un’azione al Science Museum di Londra. È un tipo di museo, quello naturale, che porta con sé temi strettamente legati alla crisi climatica e a quella ecologica. Viene spontaneo chiedersi quand’è che le specie che ci circondano andranno a finire nelle aree dei musei dedicate alle specie estinte. Chiaramente, la specie umana non è in via di estinzione, ma lo è la società umana per come la conosciamo, la nostra idea di stato di diritto, la nostra idea di benessere — che è legata ai servizi ecosistemici che stiamo minacciando — la tenuta del tessuto sociale. Secondo noi, il museo in quanto istituzione scientifica e divulgativa può giocare una parte importante, insieme ai media e alle fonti di informazione.
Il Museo delle Scienze di Torino ha annunciato anche la presenza di un’area dedicata alla crisi climatica ma, purtroppo, pare che ci sarà da aspettare fino al 2030, data che rappresenta la scadenza di molti obiettivi che i paesi del mondo si stanno dando in materia di clima e di energia.
Com’è stata la reazione dell’istituzione e quella dei visitatori?
Da parte del museo c’è stata una sorta di silenzio assenso. Per quanto riguarda i visitatori, c’erano molte famiglie, i bambini erano entusiasti, di conseguenza c’è stato un supporto indiretto, gli adulti hanno spiegato ai bambini cosa stavamo facendo e il perché, legittimando così la nostra azione
Un’immagine dalla forza poetica: lo sguardo curioso dei bambini ha costretto anche gli adulti – di solito molto più indifferenti, o a volte ostili, di fronte alle proteste – a soffermarsi a riflettere, per poter dare delle risposte. Questo ci ricorda quanto sia fondamentale informare sul cambiamento climatico fin dalla più tenera età, dando vita a nuove generazioni sempre più consapevoli. A questo proposito, Green School il 5 marzo terrà un webinar gratuito rivolto a insegnanti di ogni livello.
Nel comunicato stampa diffuso in occasione di questa protesta si parla di attiviste, al femminile, come mai questa scelta?
Come movimento, sposiamo i temi femministi e transfemministi, siamo già scese in piazza insieme a Non Una Di Meno in occasione del 25 novembre e dell’8 marzo, abbiamo contestato insieme la ministra Roccella al Salone del Libro nel maggio 2023. Nel caso della protesta al museo non eravamo solo donne. La scelta grammaticale rispecchia una forte presenza e una forte leadership femminile interna al movimento.
A questo proposito, la composizione di genere di Extinction Rebellion sembra seguire una tendenza generale. Recentemente, è uscito un articolo del Financial Times che racconta di un cambiamento importante: uno degli assunti più consolidati nell’analisi dell’opinione pubblica era quello che le preferenze di voto fossero uniformi all’interno di una generazione. Per quanto riguarda i nuovi Under30, invece, risulta una divisione piuttosto netta tra le preferenze di voto femminili, sempre più progressiste, e quelle maschili, più conservatrici, come si è potuto osservare nettamente nel caso delle elezioni in Polonia.
Com’è cambiato il sentimento di istituzioni e pubblico nei confronti delle vostre manifestazioni?
Quello che si può notare è un inasprimento dell’atteggiamento delle forze dell’ordine e degli interlocutori politici. Questo, però, ha portato a un maggiore sostegno e supporto da parte del pubblico, che si sta rendendo conto della sproporzione delle forme di repressione rispetto alle azioni non-violente del nostro movimento. Inoltre, a contribuire a un maggiore supporto, le conseguenze della crisi climatica risultano sempre più evidenti.
Ultimamente si è molto parlato, ad esempio, della situazione disastrosa dell’aria nella Pianura Padana. È importante, però, anche nel dibattito sul clima, mantenere la razionalità e l’amore per la verità, senza lasciarsi andare a sensazionalismi. Mi riferisco alla statistica che avrebbe dato Milano come terza città più inquinata al mondo, risultata essere poi una notizia difficilmente verificabile a causa della complessità dei sistemi di rilevazione.
La Pianura Padana è sicuramente una zona molto problematica, questo è dovuto in parte alla sua particolare conformazione geologica, una conca circondata dalle Alpi e dagli Appennini, ma anche alla grande presenza di industrie e di allevamenti. Questi ultimi sono spesso indicati tra i principali agenti di inquinamento dell’aria (il peso del loro impatto varia in base agli studi), il che rende la scelta di mangiare meno carne sempre più popolare tra le nuove generazioni. Torino, sotto questo punto di vista, si è dimostrata all’avanguardia, in quanto ha ospitato, nel 2003, il primo festival di cucina vegana, e la sua offerta di ristoranti plant-based aumenta di anno in anno.
In questi giorni l’Italia e l’Europa hanno visto un’altra protesta, quella dei contadini. Tra i provvedimenti da loro contestati, alcuni fanno parte di un progetto europeo più ampio per contrastare la crisi climatica. Cosa pensi di questa situazione?
È un esempio di come la transizione ecologica e le politiche per la crisi climatica non possano essere calate dall’alto, ma debbano essere costruite insieme alla cittadinanza. Se questo non avverrà saranno sempre più difficili da applicare, mentre le tensioni saranno destinate ad aumentare. È necessario formare e informare le persone rispetto alle conseguenze del cambiamento climatico, ma anche rispetto alle possibilità della transizione energetica.
Sabato 24 marzo, ad esempio, a Mirafiori si è tenuta una marcia clima-lavoro, che intende proprio rivendicare la non contraddizione tra la crescita industriale e la politiche climatiche, e come queste, anzi, potrebbero trainare lo sviluppo e il rilancio di un’industria più moderna attraverso, ad esempio, la produzione di auto elettriche. Lo stesso concetto che è stato portato avanti per anni dai lavoratori dell’ex GKN, come potete leggere in un nostro altro articolo.
In chiusura Matilde ci ricorda che le loro azioni hanno come obiettivo un cambiamento sistemico, per questo non chiedono singole riforme concrete, ma si fanno portatori di tre richieste fondamentali: dire la verità, agire ora e decidere insieme.
Giulia Menzio
Crediti immagine di copertina: https://www.facebook.com/XRTorino/photos?locale=it_IT, https://www.instagram.com/p/C3clIh5tgq-/?hl=it, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Extinction_Rebellion_logo.svg


