Il calcio oltre le chiacchiere da bar

Dal 14 giugno si stanno svolgendo gli Europei di calcio, ospitati in Germania. L’Italia torna a competere in un campionato internazionale, dopo l’esclusione dai mondiali in Qatar del 2022 e dopo la dolce vittoria a Euro 2021. Come ogni volta che gioca la nazionale, gli spettatori aumentano considerevolmente, e con questi anche le critiche, anche validissime, di vario genere. C’è chi punta il dito sugli stipendi stellari dei calciatori e chi sull’eccessiva aggressività dei tifosi. Ci sono, poi, coloro che disprezzano il calcio in favore di sport meno inflazionati e quelli che tentano di esibire una supposta superiorità dichiarando di non seguire del tutto le competizioni sportive.

Parlare di calcio può sembrare un’attività frivola. Se si approfondisce si scopre, però, che non mancano i casi di influenza reciproca tra questa disciplina, la politica e la cultura.

Noi italiani dovremmo saperlo bene. Sono passati esattamente trent’anni dal primo governo di Silvio Berlusconi che fu presidente del Milan per 20 anni a partire dal 1986. Prima dell’inizio della stagione calcistica, il politico disse all’allora capitano del Milan, Paolo Maldini: «Se noi vinciamo la Champions League, io ho più possibilità di diventare primo ministro». La vittoria arrivò, e arrivò proprio la stessa sera in cui Berlusconi ottenne la fiducia in Parlamento.

Venendo a casi più recenti, gli ultimi Mondiali in Qatar, anche viste le serie problematiche del paese ospitante riguardo al rispetto dei diritti umani, sono stati palcoscenico di proteste e gesti simbolici. I calciatori della Germania, al loro debutto, per le foto hanno scelto una posa particolare: una mano sulla bocca. Il gesto rappresenta una risposta al divieto da parte della FIFA rivolto ai capitani di diverse squadre che avrebbero voluto indossare la fascia arcobaleno della comunità LGBTQIA+. In queste occasioni anche i tifosi possono diventare protagonisti. Sugli spalti della partita Iran-Galles, una tifosa si è presentata truccata con lacrime nere sul volto e con una maglietta che riportava il nome di Masha Amini, una ragazza che pochi mesi prima era stata uccisa dalla polizia iraniana.

Un caso particolare di legame tra calcio e politica è quello della Jugoslavia e degli Stati sorti dalla sua disgregazione. Dopo la morte di Tito, il paese stava vedendo la rinascita dei singoli movimenti indipendentisti. Nel maggio 1990 si tengono le prime elezioni libere in Croazia, vinte dal leader nazionalista Tudjman. Queste non vengono riconosciute da Milosevic che continuava a ribadire il controllo serbo su tutta la regione. La tensione era ai massimi storici. Il 13 maggio si tiene la partita Stella Rossa (serba) contro la Dinamo Zagabria (croata). La partita non si è mai svolta, almeno non sul rettangoli verde. Gli ultras serbi erano visti dal leader nazionalista Milosevic come una risorsa e vennero per questo fatti addestrare da un criminale incallito, di nome Arkan. Anche Tudjman puntava sui tifosi croati per un attacco al centralismo serbo. Fu così che quella partita si caricò di un fortissimo significato politico. Prima del fischio d’inizio le due tifoserie invadono il campo dando il via agli scontri. La polizia, a controllo serbo, si accanisce soprattutto sui croati. Per questo il giovanissimo capitano della Dinamo, Zvonimir Boban, molto vicino alla causa indipendentista croata, sceglie di restare in campo. Gli scontri si fanno sempre più forti, Boban riceve una manganellata alla quale risponde con una fortissima ginocchiata che rompe la mascella a un poliziotto. Questo gesto può essere considerato quello che ha dato il via alle guerre Jugoslave.

Andando avanti fino al 12 ottobre 2010 si può osservare un caso opposto, sempre a protagonismo serbo. Quel giorno, infatti, la partita Italia-Serbia, a Genova, viene interrotta pochi minuti dopo l’inizio – e non venne mai conclusa – per via delle azioni violente e della tifoseria serba, armata di razzi, fumogeni e cesoie per tagliare le reti protettive. In questa occasione emerge un protagonista: Ivan Bogdanov. Alla violenza di quest’uomo, nei giorni successivi, viene data da giornalisti e commentatori una valenza politica, tra chi pensava a una vendetta nei confronti dell’Italia che aveva appoggiato il movimento separatista dell’Albania, e chi invece a un modo per impedire l’adesione della Serbia nell’Unione Europea, dando al criminale un’immagine romantica e patriottica. Questo era proprio il suo obiettivo: ammantare di motivazioni alte e politiche azioni che invece erano legate a dispute interne al calcio serbo e che, probabilmente, erano anche remunerate da gruppi criminali con interessi nel calciomercato.

Il mio invito è, quindi, quello di non essere troppo snob nei confronti di questo sport, e di provare a guardarlo con occhi diversi, per poterne cogliere il valore politico e culturale.

Crediti immagine in evidenza: https://unsplash.com/it/foto/uomo-che-gioca-a-calcio-sul-campo-AWdCgDDedH0

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