Alla ricerca del Posto Fisso: viaggio nel mondo dei concorsisti

Lunedì 22 luglio, Ponte Galeria, Roma, ore 08:55. Il treno regionale Roma Tiburtina-Fiumicino Aeroporto si arresta improvvisamente. “Il treno non proseguirà oltre”, comunica il capotreno ai microfoni, poco prima di essere preso d’assalto dalle domande dei passeggeri. La risposta del capotreno, al crescere del livello di ansia, preoccupazione, e indignazione del pubblico utente, è un pacato “Prendetevi un taxi”.

Questo, però, non è un regionale qualsiasi: su questo treno, infatti, la maggior parte dei passeggeri non era diretta a Fiumicino, bensì a Fiera di Roma, per provare uno degli ultimi concorsi del Ministero degli Affari Esteri: 381 posti messi a bando e la promessa di un posto a tempo pieno e indeterminato. In fondo, ciò che ti divide dall’agognata “fissità di posto” sono 40 domande e una prova orale. Un piccolo sacrificio che val bene settimane passate sui libri.

E quindi si inizia a studiare, ma è difficile tra lavoro, impegni e vita di tutti i giorni. Ti prepari al meglio che puoi, spendendo dai 30 ai 50 euro per manuali messi insieme copiando e incollando normative su un foglio word; fai quiz online fino alla nausea, scaricando app su app che ti promettono tutte di essere “oggettivamente il miglior simulatore per concorsi nella PA” (solo se acquisti la versione premium a 2,99 euro al mese, ben inteso); ti ritrovi sui gruppi telegram degli iscritti, dove trovi l’altro migliaio di partecipanti che, come te, spera di vincere questo terno al lotto. Novelli Checco Zalone in Quo Vado, ci si ricorda a vicenda qual è l’obiettivo da perseguire: il Posto Fisso.

La demografia dei partecipanti ai concorsi pubblici è molto diversa: c’è chi ha già un lavoro, e si è semplicemente stufato di quello precedente. È questo il caso di tanti avvocati, che lasciano la pratica perché stanchi di avere la partita IVA e turni di lavoro troppo lunghi; c’è chi lavora già nella PA, ma magari vuole cambiare settore di lavoro, o fare un piccolo “upgrade”; c’è chi, come la persona che sta scrivendo l’articolo, un lavoro ce l’ha, anche a tempo indeterminato, che non ha esigenza di trovare un nuovo lavoro, ma vuole quella sicurezza minima in più che solo l’impiego statale può darti; poi ci sono loro, i concorsisti.

Concorsista può essere chiunque: si va dai giovani neolaureati in scienze politiche alle persone più avanti con l’età, che devono reinventarsi dopo una vita passata a lavorare nello stesso posto, che per disgrazia poi è fallito, e tutto ciò che si trova in mezzo. Il loro percorso di studi non importa, tanto i concorsi pubblici vanno provati tutti: funzionario per i ministeri, agenzie delle entrate, assistente alla Regione o in Comune, finché non si “imbrocca” quello giusto. Ciò che conta è passare, non ci si può permettere di essere choosy, come direbbe Elsa Fornero.

Persino un posto da netturbino fa gola: nel 2022, a Napoli, si sono presentati in più di 26mila per 500 posti messi a concorso. Il 5% dei candidati era laureato, mentre la stragrande maggioranza possedeva il diploma di scuola superiore. Titolo di studio richiesto: terza media. Qualcuno si lamentava pure: «voi siete laureati – dicevano – non fate questi concorsi togliendo il posto a noi, che possiamo fare solo questo».

Capita poi, mentre si aspetta in coda, di scambiare qualche parola con quelli che, a tutti gli effetti, sono i tuoi “competitor”. E oltre a scambi di strategie («No guarda, anche se non le sai dalle lo stesso, hai il 33% di sbagliarla, non importa la penalità»), si scambiano anche due parole, condividendo con chi potrebbe “rubarti” il lavoro stralci della tua vita. Storie di lavoro precario e saltuario, di lavoro nero e sfruttamento; di anni e anni di soprusi, di contratti ridicoli e fatica, di 800 euro al mese lavorando 12 ore, 8 di queste in nero; di contratti su contratti da apprendista e tirocinante, quando il lavoro, dopo un anno sotto agenzia interinale, lo sai fare; della paura di alzare la testa contro l’arroganza di chi ti sfrutta, perché del lavoro hai bisogno, e non puoi permetterti di farti ricattare.

Della volontà, comune a tutti quanti, di avere un lavoro dignitoso, anzi no, decente. Di vincere queste grandi lotterie che lo Stato, gentilmente, concede alla povera gente per provare a “svoltare”, per potersi poi dare una pacca sulla spalla e poter dire “ce l’ho fatta”. Ce l’ho fatta a non farmi sfruttare, con contratti truffa e la paura di essere lasciato a casa per qualsiasi motivo.

Viene allora da chiedersi: ma è davvero così che vogliamo questo mondo del lavoro? 381 persone che riescono ad avere un lavoro che permette loro di sopravvivere (perché ormai anche nella PA si fa questo, sopravvivere), mentre le restanti centinaia di migliaia esistono in un limbo di sfruttamento, precarietà e miseria?

Erica Bonanno

Fonte immagine in evidenza: https://pin.it/6BWxDVrdc

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