Pier Vittorio Tondelli e l’impegno dello scrittore

L’impegno dello scrittore credo sia quello di testimoniare attraverso il linguaggio, di raccontare quella che è un po’ la sua vita, quello che vede intorno a sé, quelli che sono dei movimenti o degli spostamenti collettivi, delle intensità che trova nel proprio momento

“E politicamente, scusi, lei come si colloca?” La risposta è congrua: “Fuori dei coglioni di tutti.”

Quando si parla di letteratura e resistenza, la prima cosa a cui si pensa sono romanzi come Il partigiano Johnny di Fenoglio e Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, si pensa alla letteratura partigiana e alla letteratura neorealista.

Se prendiamo il concetto di resistenza il senso lato, però, possiamo includere nella categoria autori che si oppongono a diverse forme di oppressione, da quella razzista come nel caso di Ta-Nehisi Coates, a quella sessista, ad esempio Virginia Woolf. La letteratura di resistenza si amplia, secondo questa prospettiva, sia dal punto di vista del contenuto, che da quello del tempo. I libri di questo genere hanno un forte contenuto politico rivendicato dagli autori stessi, che spesso portano avanti le loro battaglie anche al di fuori dalla letteratura.

Alcuni scrittori possono invece apparire a un primo sguardo come disimpegnati, interessati solo al proprio ombelico, sentimentali. Queste sono alcune delle definizioni con le quali i critici si sono rivolti a Pier Vittorio Tondelli, nato a Correggio nel 1955 e morto giovanissimo nel 1991, frequentatore del Dams negli anni di Umberto Eco, di Gianni Celati e del Movimento del Settantasette, da lui vissuto a livello più culturale – le radio libere, i disegni di Andrea Pazienza, la musica degli Skiantos – che politico. Il suo primo romanzo, Altri libertini, viene pubblicato nel 1980; l’ultimo, Camere separate, nel 1991. Con la sua raccolta di cronache Un weekend postmoderno, si farà cantore degli anni Ottanta, decennio caratterizzato dal cosiddetto riflusso nel privato, seguito alle lotte sociali degli anni Settanta, tragicamente sfociate nel terrorismo nero, nei carrarmati inviati dallo Stato contro le manifestazioni studentesche, nelle Brigate Rosse.

Nel romanzo d’esordio di Tondelli la politica non è presente, se non per un accenno a qualche collettivo giovanile autogestito, l’autore non ha il minimo interesse nei confronti di ideologie politiche di qualsiasi tipo, ma cercherò di dimostrare come non per questo si possa parlare nel suo caso di un autore disimpegnato. Anzi, proprio le critiche ricevute da molti esponenti della cultura, che l’hanno accusato di sentimentalismo, come capitava anche a scrittori come Elsa Morante e Giorgio Bassani, sembrano dimostrare quanto il racconto del sentimento e delle relazioni provochi fastidio e, per questo, sia in sé un atto rivoluzionario.

Tondelli è interessante in un periodo come il nostro in cui sembrerebbe che gli scrittori siano più impegnati nella polemica politica che nel presentare prodotti di una certa qualità letteraria, perché rivendica un tipo di impegno portato avanti con gli strumenti esclusivi della letteratura: la rappresentazione narrativa e il linguaggio.

Per quanto riguarda il primo punto, va ricordato come, a partire dagli anni Sessanta, la neoavanguardia del Gruppo ’63, molto autorevole, avesse portato in auge l’idea di una letteratura sperimentale e antinarrativa. Il predominare del discorso politico, inoltre, aveva portato a preferire la forma del romanzo-saggio, al rifiuto del mercato editoriale, fino alla stigmatizzazione della pratica letteraria come borghese e disimpegnata. L’Italia del periodo, allora, stava vivendo una sorta di ristagno letterario, con produzioni rivolte a un pubblico che finiva per l’essere esclusivamente quello degli addetti ai lavori. Tondelli torna a dare dignità al mestiere dello scrittore in quanto tale, del narratore, del cantastorie. Per lui l’oscurità dello stile e il rifiuto del pubblico smettono di essere un vanto, salta la distinzione tra cultura alta e cultura popolare, viene rivendicato il valore intellettuale di cinema, fumetti e musica contemporanea.

In Altri libertini – romanzo a episodi strutturato in sei racconti intrecciati tra loro da alcuni rimandi e dall’esperienza comune dei giovani degli anni Settanta – trovano finalmente spazio personaggi ai margini della società, come prostitute, tossicodipendenti, persone omosessuali e transessuali, finalmente protagonisti e soggetti del racconto, non più oggetto di narrazioni stereotipate e ghettizzanti. Questi personaggi vengono fatti parlare da Tondelli con la loro vera voce, attraverso una ricerca sul gergo giovanile, su quello della droga e su quello dei primi collettivi LGBT, un linguaggio così radicale da portare a un sequestro dal mercato e a un’accusa di oscenità e blasfemia (poi conclusasi con un’assoluzione). L’importanza della sua opera per il mondo gay, oltre che ampiamente sottolineata dai successivi Queer Studies, fu rivendicata addirittura dal teologo Pierre Riches durante l’omelia funebre per Tondelli: “Con i suoi libri ha dato a tanti omosessuali il coraggio di superare la loro falsa vergogna”.

A più di trent’anni dalla sua morte Pier Vittorio continua a mostrarci come la letteratura, se accompagnata dalla ricerca linguistica, da una forte vocazione e da una profondità di riflessione e di pensiero, possa essere una pratica impegnata e rivoluzionaria sul piano sociale e culturale. Lo è anche, e forse ancora di più, quando incentrata sull’interiorità e sulle relazioni, priva di ideologie e di giudizi.

Giulia Menzio

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