“La città proibita” di Mainetti è un ponte tra generi e culture

Kung-fu tra le vie di una Roma multietnica

Gabriele Mainetti è tornato e lo ha fatto in grande stile. A distanza di dieci anni dall’uscita dello straordinario film d’esordio del regista romano – Lo chiamavano Jeeg Robot, vincitore di ben otto David di Donatello – il 13 marzo 2025 ha debuttato in sala il suo terzo attesissimo lungometraggio, La città proibita.
La trama, a prima vista, sembra semplice: il film segue le vicende di Mei, giovane donna esperta di arti marziali, che dalla Cina giunge a Roma per cercare la sorella Yun, costretta a prostituirsi in un locale gestito da criminali cinesi. L’estenuante ricerca della sorella porterà la coraggiosa protagonista a scontrarsi con decine e decine di temibili avversari, ma anche a fare i conti con le proprie fragilità e a innamorarsi di Marcello, un cuoco un po’ disincantato ma di buon cuore. Tutto questo avviene nel popolare rione dell’Esquilino, dove tra strade affollate, banchi del mercato e variegati menù dei ristoranti la cultura italiana si intreccia con quelle dell’Asia e dell’Africa.
La storia è un susseguirsi di scene capaci di suscitare emozioni diverse, dal momento che il regista, con questa pellicola, è riuscito nell’impresa di creare un caleidoscopio di generi cinematografici: impossibile non sorprendersi per le scene d’azione e di combattimento mozzafiato che sembrano uscite da un set hollywoodiano, così come è facile emozionarsi per le gioie e i dolori dei personaggi e ridere con loro nei momenti di comicità. 

La forza degli outsider

Come nei precedenti film di Mainetti, anche in questo caso la protagonista parte da una condizione di grande marginalità, ma ciò non le impedisce di coltivare una grande forza interiore ed esteriore e di compiere la sua personale vendetta
Se Enzo, protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot, era un supereroe emarginato (mentre Freaks Out seguiva le vicende di un gruppo di “fenomeni da baraccone” perseguitati dai nazisti), l’eroina de La città proibita, interpretata dalla stuntwoman Yaxi Liu, deve guadagnarsi il suo diritto di esistere nel mondo. Sorella minore di Yun, Mei nasce infatti nel periodo in cui in Cina vige la politica del figlio unico. Per questo motivo i genitori la tengono nascosta in casa per anni, impedendole di andare a scuola o di avere degli amici. Ed ecco che, fin dalla più tenera età, Mei si dedica alla pratica del kung-fu, trasformandosi in un’abile guerriera: fin dalle prime scene, la vediamo spezzare le ossa dei nemici nei modi più fantasiosi e senza il minimo sforzo.
Un’outsider invincibile, ma anche una ragazza tormentata dai demoni del passato e del presente, determinata a trovare risposte: in ogni caso, impossibile non fare il tifo per lei.

La musica come connessione

La musica, si sa, ha un grande potere comunicativo e questo film riesce a valorizzarlo al meglio. Lorena, la madre di Marcello, intona a squarciagola E se domani di Mina per piangere il suo amore ormai finito; Annibale, figura ambigua e ancorata a un passato idealizzato, mostra un’immagine inedita di sé in una scena in cui, da solo nella propria stanza, si perde tra le note de La canzone dell’amore perduto di De André, simbolo di un amore che non è mai nato realmente. 
La musica rappresenta anche l’ultima connessione tra Mr. Wang, il feroce capo dei malavitosi con i quali si scontra Mei, e suo figlio Maggio, che invece ha scelto di allontanarsi dalla vita criminale e di intraprendere una carriera nel mondo della musica rap. Infatti, nonostante Maggio rifiuti qualsiasi contatto con il padre da anni, Mr. Wang non smette di ascoltare e imparare a memoria le sue canzoni, arrivando a partecipare in incognito a un suo concerto. Il potere della musica, dunque, permette persino all’antagonista più spietato di rivelare un lato più umano, donandogli quella tridimensionalità che contraddistingue tutti i personaggi del film.

“L’amore è più forte della legge”

La frase appena citata appare sul grande schermo pochi istanti prima che cominci il film, lasciandoci intuire che stiamo anzitutto per assistere a una grande storia d’amore. Un amore non convenzionale, nelle sue diverse forme, tutte ugualmente vitali perché capaci di indirizzare i personaggi lungo il loro percorso.
L’amore che i genitori di Mei provano per lei e Yun supera qualsiasi norma che impone la razionalità sui sentimenti, mentre il legame che unisce Mei a sua sorella la salva nei momenti più bui. Per alcuni, il forte sentimento romantico diventa motivo di una possibile redenzione; per altri, invece, sarà una condanna a morte
Al centro della narrazione si inserisce il tenero rapporto che si sviluppa tra Mei e Marcello, due giovani che, nonostante vengano da mondi lontanissimi e non sappiano nemmeno parlare l’uno la lingua dell’altra e viceversa, troveranno un modo unico di comunicare (anche grazie a Google Traduttore!) e, tra un giro in motorino nel centro di Roma e un piatto di bucatini in versione orientale, si scopriranno più simili del previsto. Perché, dopo tutto, uno sguardo d’intesa e un buon piatto possono davvero abbattere qualsiasi barriera culturale, dimostrandoci che Roma e la Cina non sono poi così distanti.

Ilaria Vicentini

Crediti foto in evidenza: https://blog.screenweek.it/2025/03/la-citta-proibita-recensione-il-furore-di-mainetti-colpisce-ancora/





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