Dal 27 giugno 2025, dopo sei mesi di lunga attesa, è disponibile su Netflix il capitolo conclusivo di una delle serie sudcoreane più apprezzate degli ultimi anni, scritta, diretta e ideata da Hwang Dong-hyuk. Le vicende di questa nuova stagione di Squid Game non sono altro che il continuo della precedente (una sorta di parte due e non una stagione a sé stante), poiché girate back-to-back e con gli stessi interpreti e protagonisti.
Con un totale di sei episodi – meno rispetto ai nove della prima e ai sette della seconda – la serie non ha convinto i fan più accaniti, i quali si sono subito domandati se bastassero così “pochi” episodi a concludere definitivamente la serie e a rispondere a tutte le domande e a tutti i dubbi sollevati precedentemente. Secondo gran parte degli spettatori, il ruolo ininfluente (seppur parecchio centrale rispetto alle stagioni precedenti) dei VIP, coloro che assistono ai giochi scommettendo sui giocatori quasi fossero cavalli da corsa e che la serie tanto ama criticare, non ha giovato a questa nuova stagione per una serie di motivi. Tra questi, la superficialità dei dialoghi, le battute di pessimo gusto fini a sé stesse e gli accenti marcati, a tratti ridicoli, fastidiosi e fin troppo stereotipati.
Il problema principale, forse il più grande dell’intera serie, è stata la prevedibilità e la velocità con cui la stagione è iniziata e finita. La mancanza del cosiddetto “effetto novità” (che portò nel 2021 la prima stagione ad essere la più apprezzata dalla critica, con un indice di gradimento del 95% su Rotten Tomatoes) ha reso la serie più pesante e meno scorrevole rispetto la tanto amata prima stagione. I giochi introdotti – in ordine, nascondino, salto della corda e il gioco del calamaro sospeso in aria – non sono più una vera e propria novità, bensì niente meno che ripetizioni simili dei primi giochi. Il montaggio, confusionario e a dir poco frettoloso, non ha reso giustizia al messaggio che la serie voleva lanciare. Si passa continuamente da una scena all’altra, con certe tematiche del tutto slegate tra di loro. Dalle vicende dei singoli giocatori principali, si passa alla guardia 011, intenta a salvare il giocatore 246 per un motivo quasi personale, per poi passare ai VIP e al Front Man mentre si godono lo show, per concludere col gruppo del poliziotto, ancora alla ricerca dell’isola nascosta, nella quale si svolgono i giochi. Questa scelta di montaggio non ha dato modo allo spettatore di metabolizzare i singoli eventi, le singole scene, le morti traumatiche e gli sviluppi di trama.
Note negative a parte, nel corso di questa nuova stagione si riesce a capire in modo chiaro come il Front Man abbia da sempre inseguito quel disperato bisogno di ritrovare la speranza nell’umanità, secondo lui ormai completamente andata persa. Fin dalla prima stagione, i giocatori, anche quelli che dall’inizio si sono schierati a favore della fine dei giochi, nel corso degli episodi, iniziano a nutrire un senso di egoismo, cattiveria intrinseca e avidità nel voler a tutti i costi vincere il montepremi, arrivando addirittura a tradire i propri amici e familiari e a comportarsi in modo del tutto sleale e scorretto.
Nelle note positive, è impossibile non nominare il finale di Squid Game, parecchio apprezzato sia dal pubblico che dalla critica, per via della sua umanità cruda e del suo forte impatto emotivo. Durante l’ultimo gioco, quello del calamaro sospeso, Gi-hun si lascia andare ad un brevissimo ma toccante discorso sugli esseri umani (lasciato volutamente in sospeso) guardando direttamente gli spettatori, niente meno che i veri VIP privilegiati che dal primo momento hanno assistito alla morte dei giocatori, hanno tifato per qualcuno in particolare (“il preferito”) e si sono schierati contro altri giocatori. Rompendo quella che possiamo definire una quarta parete, Gi-hun, con l’attenzione silenziosa (e non più divertita) dei VIP mascherati e soprattutto del Front Man (che, ricordiamo, nella seconda stagione era entrato all’interno del gioco e con cui Gi-hun aveva stretto un rapporto di amicizia e rispetto reciproco) riesce così ad entrare nel cuore delle persone e a ricordare agli spettatori che “non siamo cavalli, ma esseri umani”.
Deborah Solinas
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