La Terra è un pianeta geologicamente attivo: un dinamismo continuo che si manifesta con eventi di straordinaria potenza. Tra questi, i terremoti sono tra le espressioni più drammatiche delle forze interne del globo terrestre. Di recente, l’attenzione si è rivolta all’Estremo Oriente russo, dove la penisola della Kamčatka è stata colpita da uno dei sismi più forti della storia recente, ricordandoci la ciclicità e l’imprevedibilità di queste catastrofi naturali.

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Nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2025 (ora italiana), un sisma di magnitudo 8,8 ha scosso la regione della Kamčatka, generando un’allerta tsunami estesa ad ampie zone del Pacifico, incluse le coste russe, giapponesi e statunitensi, con onde che hanno raggiunto i tre metri di altezza. L’epicentro, a 20 km sotto la superficie, è stato localizzato 120 km a sud-est di Petropavlovsk-Kamchatskiy. Questo evento è stato il più grande a livello globale dal terremoto di Tohoku in Giappone del 2011 (magnitudo 9,0) ed è entrato di diritto tra i dieci più grandi terremoti registrati dal 1900. Si tratta dell’ultima di una serie di oltre 50 scosse di magnitudo 5,0 o superiore avvenute al largo della penisola negli ultimi dieci giorni, inclusa una di magnitudo 7,4 registrata il 20 luglio.
La Kamčatka è una regione di straordinaria attività geologica, parte integrante della “Cintura di Fuoco del Pacifico”, un’area caratterizzata da intensi fenomeni tellurici e vulcanici che si estende dal Giappone all’Alaska, lungo le Isole Aleutine e l’intera costa americana fino al Perù e al Cile. Qui, la placca del Pacifico subduce sotto quella nordamericana, generando un accumulo di tensione che si libera periodicamente con violente scosse. La regione al largo della penisola di Kamčatka ha registrato quasi 700 terremoti di magnitudo 5,0 o superiore dal 1990, di cui 133 di magnitudo 7,0 e ben 12 di magnitudo 8,0. Già in passato, nel 1952, la Kamčatka era stata epicentro di un sisma di magnitudo 9,0, il quinto più potente mai registrato, che provocò gravi danni e un maremoto alle Hawaii, con onde fino a 12 metri lungo le coste di Paramushir.
I terremoti più forti della storia

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Il recente sisma in Kamčatka si aggiunge a una lista di eventi geologici di proporzioni catastrofiche. Secondo l’U.S. Geological Survey, i dieci terremoti più forti mai registrati sono i seguenti:
- Valdivia (Cile), 1960 – Magnitudo 9,5: il più potente della storia, con 1600 vittime.
- Alaska (USA), 1964 – M 9,2: con una durata di cinque minuti, provocò frane, tsunami e 130 morti.
- Sumatra (Indonesia), 2004 – M 9,1: 230.000 vittime per il terremoto e lo tsunami che ne susseguì.
- Tohoku (Giappone), 2011 – M 9,1: disastro nucleare a Fukushima e oltre 18.000 morti.
- Kamčatka (Russia), 1952 – M 9,0: ha provocato un maremoto fino alle Hawaii, ma fortunatamente nessuna vittima.
- Bío Bío (Cile), 2010 – M 8,8: più di 500 vittime.
- Esmeraldas (Ecuador), 1906 – M 8,8: 1500 vittime.
- Alaska, Rat Islands (1965) – M 8,7: tsunami con onde di circa 11 metri.
- Tibet/India, 1950 – M 8,6: circa 780 vittime.
- Sumatra (Indonesia), 2012 – M 8,6: la scossa incise sulla stessa faglia che aveva causato la devastazione del 2004 ma, questa volta, causò danni contenuti.
Un’azione geologica inevitabile
La domanda fondamentale è se l’attività sismica sia in aumento e se dovremo aspettarci un futuro con terremoti più frequenti o più intensi. L’attività sismica è legata ai movimenti della litosfera terrestre, divisa in placche che si scontrano, si allontanano o scorrono l’una sull’altra. I terremoti si verificano lungo i margini di queste placche, dove l’energia si accumula e si libera improvvisamente.
Secondo Luigi Cavaleri del CNR, i grandi sismi nella Cintura di Fuoco sono statisticamente prevedibili: ne avviene uno significativo ogni 20-30 anni. Analogamente, si attende da tempo il “Big One“ lungo la faglia di Sant’Andrea in California. Paradossalmente, sarebbe preferibile una maggiore frequenza di scosse di minore entità, che permetterebbero un rilascio più graduale dell’energia.
È fondamentale comprendere che la magnitudo dei terremoti non cresce in modo lineare, ma secondo una scala logaritmica: tra un gradino e l’altro, l’energia liberata aumenta di circa 32 volte. Ciò significa che un terremoto di magnitudo 8 è oltre 1.000 volte più energetico di uno di magnitudo 6: ad esempio, il sisma di Valdivia nel 1960 (M 9,5) ha rilasciato oltre 11 volte l’energia del recente sisma in Kamčatka. Sebbene in linea teorica la magnitudo non abbia un limite massimo assoluto, nella pratica, i limiti fisici del nostro pianeta rendono improbabile superare la magnitudo 10.
Quindi, non è tanto una questione di “aumento” dell’attività sismica globale, quanto della ciclicità del rilascio di energia in zone specifiche dove le placche tettoniche interagiscono intensamente. La Terra è un sistema dinamico e questi eventi fanno parte della sua normale attività geologica.

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Tsunami: La conseguenza spesso più letale
Molti dei terremoti elencati sono tristemente noti per gli tsunami che hanno generato. Luigi Cavaleri spiega che, in oceano aperto, un’onda tsunami si muove a 700 km/h (200 metri al secondo) e risulta quindi quasi impercettibile. La sua pericolosità emerge quando si avvicina alla costa: il fondale poco profondo rallenta la velocità dell’acqua, che si accumula e si innalza, trasformandosi nella temuta “grande onda”.
Nonostante questo, oggi la tecnologia di allerta tsunami permette di prevedere l’arrivo, l’altezza e l’impatto delle onde con maggiore precisione, rendendo possibili delle evacuazioni rapide ed efficaci.
In conclusione, la scienza afferma che non possiamo impedire il movimento delle placche: tuttavia possiamo prepararci. La ricerca scientifica, la cooperazione internazionale e lo sviluppo di tecnologie di allerta sono fondamentali per mitigare i rischi e proteggere le popolazioni.
La capacità di sapere “dove” sono le aree più a rischio, pur non potendo prevedere il “quando”, è la nostra migliore risorsa per affrontare i prossimi, inevitabili, scuotimenti del nostro pianeta.
Susanna Fazzi
