Cosa vuol dire essere antispecistə?

Un’analisi tra veganismo, sfruttamento animale e capitalismo

Essere antispecistə non è un’etichetta da attaccare su una maglietta o un hashtag da usare su Instagram: è una posizione etica, politica e culturale che mette in discussione il modo in cui la nostra società gerarchizza le vite senzienti e giustifica lo sfruttamento di milioni di esseri viventi. L’antispecismo rifiuta lo specismo, ovvero quel pregiudizio che attribuisce un valore morale superiore alla vita umana e legittima la discriminazione e l’uso sistematico degli animali non umani come risorse e oggetti.

Il termine specismo fu coniato nel 1970 dallo psicologo Richard Ryder per denunciare questa forma di pregiudizio morale tra specie. Poco dopo, il filosofo Peter Singer, con il suo saggio Liberazione animale, contribuì a diffondere queste idee, paragonando specismo a razzismo e sessismo e invitando a un ripensamento radicale della nostra relazione con gli altri animali non umani.

Da allora l’antispecismo ha attraversato decenni di dibattiti filosofici, campagne di sensibilizzazione e pratiche di attivismo. In Italia e nel mondo associazioni come Essere Animali hanno portato alla luce, con indagini sotto copertura e collaborazioni giornalistiche, le condizioni reali degli allevamenti intensivi e dei macelli, filmando violazioni di leggi e sofferenze sistematiche che altrimenti sarebbero rimaste nascoste ai più.

Le inchieste di Essere Animali documentano condizioni che per molti restano pura retorica: animali costretti in spazi ridottissimi, mutilazioni e violenze quotidiane perpetrate sia negli allevamenti, sia durante il trasporto, procedure di macellazione brutalmente inadeguate e sofferenze che spesso contravvengono perfino alle leggi vigenti. Queste pratiche non sono anomalie isolate, bensì il cuore pulsante di un sistema che considera gli animali non umani come materiale prontamente disponibile per soddisfare la domanda di carne, latte, uova e derivati. Tale fenomeno non è solo “crudele”: è il prodotto strutturale del capitalismo, che considera ogni forma di vita una risorsa da sfruttare per trarre profitto.

Tuttavia, queste procedure non sono messe in atto solamente dall’industria della carne e dei latticini. Come rivela il documentario Slay, infatti, anche quella della moda si fonda su un sistema produttivo che normalizza la prigionia, la mutilazione, la riproduzione forzata e infine l’uccisione di milioni di esseri senzienti. Questi metodi si inseriscono in una logica economica iperproduttiva, che risponde esclusivamente alla domanda di mercato, ignorando sistematicamente la sofferenza animale.

La produzione di lana, ad esempio, è associata a condizioni di allevamento intensivo in cui le pecore subiscono interventi invasivi e dolorosi, come il mulesing. Questa pratica è particolarmente diffusa in Australia e consiste nella rimozione di lembi di pelle attorno all’ano e alla coda della pecora (senza l’utilizzo di anestetici o analgesici) quando l’animale è ancora un agnello. In modo analogo, la produzione di seta impone la bollitura dei bachi vivi per estrarre i filamenti, mentre la raccolta delle piume da anatre e oche avviene attraverso metodi traumatici come la spiumatura a vivo. Tali processi, oltre ad avere pesanti impatti ambientali, come dimostra il caso dell’allevamento di capre per la lana cashmere in Mongolia, contribuiscono in modo significativo alla desertificazione della regione e al collasso degli ecosistemi locali.

Proprio per questi motivi, un aspetto fondamentale dell’antispecismo si concretizza nel veganismo, ovvero il rifiuto di sostenere direttamente o indirettamente pratiche che implicano lo sfruttamento animale: dall’alimentazione all’abbigliamento, dai cosmetici ai divertimenti. Il veganismo etico, infatti, parte dal riconoscere che gli animali non umani sono esseri senzienti, capaci di provare emozioni quali dolore, paura e piacere. Dunque, evitarne lo sfruttamento non è semplicemente una scelta dietetica, ma un atto di coerenza morale profonda.

Crediti: 180gradi.org: https://180gradi.org/copertina/180gradi/al-rifugio-hope-accoglienza-e-amore-per-gli-animali

Essere veganə  non significa solo non mangiare carne o latticini, ma anche smettere di considerare gli animali come oggetti da cui trarre profitto. Questo include evitare prodotti derivati da animali (come pelle, pelliccia e lana) e, più in generale, ogni forma di uso che li riduca a merci. La cultura dominante, che definiamo capitalismo, ha infatti trasformato gli animali in “unità di produzione” da cui estrarre valore, rispecchiando la logica per cui tutto ciò che può essere monetizzato perde qualsiasi valore intrinseco. In questo senso l’antispecismo è radicale: non chiede riforme minori, ma una vera e propria rottura con il paradigma che normalizza l’oppressione di altre vite.

Un singolo individuo può nutrirsi di empatia, ma è il sistema nel suo complesso che normalizza la violenza quotidiana su scala immensa. L’antispecismo ci invita quindi a guardare in faccia questa realtà e a prendere posizione, non solo a parole, ma con le scelte quotidiane.

In un sistema dove tutto è merce, l’antispecismo pone una domanda scomoda: perché le vite dovrebbero contare meno di un profitto? La risposta non può essere delegata alle istituzioni che hanno costruito e normalizzato questo sistema, ma deve partire da ognuno di noi, attraverso un impegno quotidiano, collettivo e radicale per la liberazione animale e la costruzione di un’alternativa che metta al centro la vita, non il guadagno.

Essere antispecistə significa dunque impegnarsi per un mondo in cui nessuna vita senziente viene sacrificata sull’altare del profitto umano, un mondo in cui il rispetto, la giustizia e l’empatia non si fermano davanti al confine della specie.

Giulio De Meo

Fonti

Cappelli Rebecca (Director), Kuhn Keegan (Producer), Slay [film], 2023

Lascia un commento