7 anni di lavoro per 9 minuti: la follia geniale del corto italiano scartato agli Oscar

Sette anni di duro lavoro per nove minuti di filmato: questa è la storia del nuovo corto in stop-motion diretto dal regista Matteo Burani, che sta facendo sognare il cinema italiano e che è riuscito a inserirsi nella shortlist degli Academy Awards, nella categoria Best Animated Short Film. Prodotto dallo Studio Croma Animation di Bologna, Playing God — questo è il titolo del filmato — è molto più di un semplice film d’animazione: è un body horror poetico scolpito nella terracotta, che ci trascina fin dal primo istante nell’oscuro laboratorio di uno scultore ossessionato dall’idea di perfezione. Come un Dio crudele, l’artista scarta e abbandona le sue creature “difettose”, considerate imperfette. È proprio nel buio di quel rifiuto che accade l’imprevisto: le sculture prendono vita e forma, desiderando qualcosa di più della semplice esistenza.

Il primo piano della scultura numero 815, protagonista di “Playing God”. Crediti immagine: https://www.sicvenezia.it/en/films/playing-god/

L’obiettivo del film è proprio quello di far riflettere gli spettatori sulla fragilità umana e sul bisogno di appartenenza: Playing God racconta come il rifiuto e il giudizio possano condizionare ogni individuo, ma anche di come l’unione e la resilienza possano trasformare uno stato di marginalità in forza e in senso di comunità. Ed è proprio qui che l’opera rivela la sua anima più profonda, nelle parole dello stesso regista:

“Questo cortometraggio vuole essere un inno agli emarginati, ai giudicati, ai rinnegati: a tutti coloro che cercano un senso di appartenenza. Nel film, la vera forza nasce quando queste fragilità si riconoscono e si uniscono. Perché alla fine, anche un Dio creatore che si crede onnipotente può ritrovarsi solo e in minoranza di fronte al dolore che ha generato”.

Visivamente, il film è un gioiello che unisce secoli di storia dell’arte. Le oltre 60 marionette in terracotta, dotate di complesse armature meccaniche, sono un omaggio al drammatico Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, custodito nella città di Bologna. Tuttavia, lo stile guarda ai grandi maestri moderni: troviamo l’atmosfera gotica di Nightmare Before Christmas del regista Henry Selick, l’ironia tecnica di Aardman (ricordiamo i classici Wallace & Gromit) e la poesia visiva dello studio Laika, produttore del film Coraline e la porta magica. Il risultato, dunque, è un’opera che collega antico e moderno contemporaneamente.

L’opera che Matteo Burani cita esplicitamente come fonte primaria del suo cortometraggio. Crediti immagine: https://www.wsj.com/arts-culture/fine-art/masterpiece-niccolo-dell-arca-lamentation-over-the-dead-christ-santa-maria-della-vita-bologna-michaelangelo-buonarroti-the-arca-san-domenico-pieta-11657314487

Il team di Studio Croma Animation è stato impegnato in un’intensa campagna di distribuzione di successo, con 180 selezioni ufficiali e un totale di 92 premi internazionali vinti, tra cui il Grand Prix per il Miglior cortometraggio d’animazione in ben due festival Oscar-qualifyingTribeca e Animayo. Il tour ha avuto inizio dopo la première mondiale alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia, per poi aggiudicarsi ad aprile il Nastro d’Argento, assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – SNGCI.

Dietro questo importante progetto, però, scopriamo l’anima pulsante del cortometraggio: l’animatrice padovana Arianna Gheller, che ci regala la chiave di lettura tecnica dell’opera. Il percorso produttivo sembra essere stato una vera e propria odissea: anni dedicati non solo alla scultura e alle riprese, ma anche alla raccolta fondi e alla sperimentazione continua. Ogni secondo di film è costato settimane e mesi di vita. In questo contesto, la riflessione di Gheller risuona quasi come un atto politico. In un mondo costantemente divorato dalla velocità dei social media e dall’automatismo dell’intelligenza artificiale, Playing God è una dichiarazione di intenti radicale:

“Scegliere una tecnica così lenta e manuale è quasi un atto rivoluzionario. Quando parliamo con i più giovani e ci dicono che faticano a mantenere la concentrazione, rispondiamo sempre: provate l’animazione. È un esercizio di attenzione radicale, va contro la soglia di distrazione di oggi. Per noi questo aspetto era importante quanto il risultato finale.”

Essere stati inseriti nella shortlist per gli Oscar 2026 non è solo un traguardo personale per Burani e tutto il team che ha lavorato con dedizione a questo grande progetto, ma un segnale importante per l’animazione italiana, spesso sottovalutata o relegata a prodotti esclusivamente per l’infanzia. Playing God dimostra che l’animazione può – ed è – un medium maturo, capace di affrontare temi filosofici complessi come il creazionismo, l’abbandono e l’identità sociale. Competere a questi livelli rappresenta la rivincita della “materia” sul “digitale”, della pazienza sulla frenesia della società odierna.

Sette anni di pazienza, cura e artigianato per nove minuti di emozione pura. Playing God ci ricorda che, a volte, per creare qualcosa di veramente umano, bisogna avere il coraggio di fermarsi, sporcarsi le mani di terra e, soprattutto, rallentare. Perché la perfezione non sta nell’essere impeccabili, ma nell’essere vivi, insieme.

Deborah Solinas

Fonti

Nizza Paolo, “Playing God, corto in shortlist agli Oscar: Burani e Gheller dalla parte di chi è plasmato”, SkyTg24.it, 23 dicembre 2025, ultima consultazione: 11 gennaio 2026, link: https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2025/12/23/playing-god-intervista-matteo-burani-arianna-gheller

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