Il populismo mediatico: quando la politica si fa tweet (parte 1)

Populismo“: un termine vastissimo, spesso trattato come “ideologia sottile” proprio per la sua adattabilità a contesti diversi. Ma cos’è a renderlo così versatile? E, soprattutto, perché è importante continuare a parlarne ancora oggi?

Un primo sguardo

“Populismo” è un termine privo di significato proprio, il cui impiego inadatto talvolta crea frustrazione negli studiosi.

Vista l’assenza di una definizione univoca, viene spesso paragonato a fenomeni differenti: nel contesto europeo lo si associa a politiche anti migratorie e di estrema destra; in America Latina è più spesso collegato al clientelismo e alla mala gestione economica. Si tratta, dunque, di un termine usato con un’accezione negativa, il più delle volte.

Proprio per via della sua semplicità, l’ideologia populista è spesso stata affiancata da teorie più articolate: questo lo rende un potente strumento retorico, ma anche un mezzo incapace di rispondere alle necessità delle società odierne. 

Lo stesso filosofo Ernesto Laclau parla del populismo come una corrente priva di un’ideologia specifica, ma capace di costruire l’identità politica attraverso il discorso.

Le diverse versioni di populismo 

Come già accennato, si tende ad associare la retorica populista a discorsi di estrema destra, focalizzati sulla sovranità nazionale e sulla tutela dell’identità culturale, spesso accompagnando queste posizioni con un’impostazione critica verso l’immigrazione. Al contrario, il populismo di sinistra pone maggiore enfasi sulla giustizia sociale, la redistribuzione della ricchezza e la critica all’assetto economico neo-liberale. Notiamo quindi come il populismo tenda a riproporsi nel corso degli anni, con interpretazioni e focus differenti, ma sempre con gli stessi mezzi comunicativi.

In entrambi i casi, è evidente l’uso della dicotomia “noi” e “loro”. Un chiaro esempio lo si trova nella Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni, che ribadisce la propria storia attraverso l’”io”, usa il “noi” con un valore comunitario e nazionale e “loro” verso i presunti nemici della comunità: migranti, sinistra, comunità LGBT, ecc.

Il leader populista 

Nell’immaginario collettivo, il leader è spesso rappresentato come l’outsider politico, che si propone come vera voce del popolo. Si presenta come un difensore dei valori e delle tradizioni, riluttante a entrare nel mondo della politica istituzionale, percepito come dominio dell’élite.

Eppure, quello populista è a tutti gli effetti un mezzo di comunicazione, che si avvale di carisma e persuasione: elementi riscontrabili, in parte, in figure come Martin Luther King. L’appello al popolo contro un sistema percepito ingiusto, la mobilitazione di massa attraverso proteste e marce e, soprattutto, l’uso del linguaggio fortemente morale ne sono esempi evidenti. Per questo motivo, molti studiosi hanno definito quello di Martin Luther King un “populismo progressista”, volto a promuovere i movimenti sociali.

Lo stile di comunicazione del leader populista

Il leader populista cerca di avvicinarsi il più possibile al gruppo che rappresenta, adottandone il linguaggio, il modo di vestire e talvolta anche il credo religioso — si pensi al rapporto tra Donald Trump e la Chiesa evangelica. Negli ultimi anni, però, le forze populiste hanno iniziato a porre fiducia sui nuovi mezzi di comunicazione: i social media

Lo slittamento delle conversazioni a sfondo politico dal confronto di persona a quello sui social ha inevitabilmente avuto delle conseguenze: le informazioni passano attraverso post, le discussioni assumono la forma di dibattiti online, favorendo una progressiva deresponsabilizzazione. Ne derivano, quindi, conversazioni alle quali partecipano molte persone, esercitando il più possibile il “dire la propria”, ma limitando l’ascolto reciproco presente invece nelle conversazioni faccia a faccia.

Il lettore, il più delle volte, è scoraggiato a leggere tutto, fermandosi a informazioni parziali o superficiali. Questo terreno instabile diventa invece florido per chi, a capo di un governo, costruisce la propria immagine sui social.

Un nuovo modo di fare politica: il populismo digitale 

I media, come affermato dallo studioso Ellinas, controllano la porta di accesso al mercato elettorale, e consentono ai gruppi più piccoli e nuovi di raggiungere un pubblico maggiore di quanto le loro risorse normalmente consentirebbero.

Il “populismo digitale” è descritto come l’uso, da parte dei leader politici, di elementi stilistici e ideologici quali: l’empatia nei confronti del popolo, l’avversione verso le élite e le istituzioni, l’esaltazione del carisma del leader e del buon senso dei cittadini. In questo senso, i media partecipano all’espansione del fenomeno del populismo. È possibile notare, infatti, che i media possono agire come strumenti potentissimi per espandere le cause populiste, aumentando la visibilità.

I casi più interessanti sono sicuramente quelli dei leader Donald Trump e Giorgia Meloni, che verranno meglio osservati nel prossimo articolo.

Serena Spirlì

Fonti

Busacchi Vinicio, “Annotazioni sul populismo”, Critical Hermeneutics, 3, giugno 2019, ultima consultazione: 27 marzo 2026, link: https://ojs.unica.it/index.php/ecch/article/view/3721/3322

Salis Pietro, “Commenti sui social: comunicazione digitale, partecipazione politica e social media”, Critical Hermeneutics, 3, giugno 2019, ultima consultazione: 27 marzo 2026, link: https://ojs.unica.it/index.php/ecch/article/view/3713/3325

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