Il silenzio che avvolge le valli piemontesi non si percepisce dappertutto allo stesso modo. Non importa se ci troviamo a pochi chilometri dalle tangenziali o talmente in alto da non rientrare negli itinerari dei navigatori, nei luoghi a cui si fa riferimento risuona tanto il silenzio di chi se n’è andato negli anni Cinquanta — con soltanto una valigia tra le mani, inseguendo il sogno della FIAT a Torino — quanto quello di chi resta, tentando di riparare una ferita creata da decenni e decenni di marginalizzazione. All’occhio di un osservatore distratto, i borghi abbandonati della nostra regione sono ridotti a zone fantasma, da immortalare in una foto destinata ai social oppure da attraversare con l’obiettivo di raggiungere un rifugio in cui mangiare del buon cibo. Ma per chi vive il territorio, questi luoghi sono il terreno di una resistenza che ridefinisce il concetto stesso di cittadinanza.
Questa stessa resistenza, però, non va romanticizzata, poiché fa i conti con un’eredità pesante. Non possiamo definire lo spopolamento del dopoguerra come un processo naturale, dovremmo piuttosto descriverlo come un vero e proprio trauma indotto da un modello economico che ha consumato le aree rurali per nutrire i poli industriali della pianura.

Crediti immagine: Tecla Di Maria
L’iilusione del borgo ritrovato
Come documentato da Nuto Revelli nel suo Il mondo dei vinti, l’abbandono delle valli cuneesi e torinesi non è stata una scelta, ma una resa. Chi lasciava le valli cuneesi per approdare alla FIAT non cercava solo uno stipendio migliore, ma scappava da un mondo che l’Italia del boom aveva deciso di dichiarare superato. In fabbrica, però, il prezzo da pagare era altissimo e corrispondeva alla perdita di quella dignità che solo il possesso della terra e del proprio tempo sapevano dare.
Oggi il rischio è che quel vuoto venga riempito da una narrazione di plastica. Si sente spesso parlare di borgo ritrovato: il risultato è una specie di museo a cielo aperto, un luogo che soddisfa le aspettative di chi cerca un po’ di fresco durante il weekend. Ma un borgo che si anima solo ad agosto e resta un guscio vuoto a novembre non è rinato: è solo stato imbalsamato.
La pietra davanti alla casa trasformata in albergo è pulita e i fiori sono stati ripiantati da poco, ma l’anima sociale del luogo è spenta.
L’occasione della marginalità
Pensando ai borghi alpini, sorge un ulteriore problema correlato alla modernità: senza internet e senza strade accessibili in auto, la scelta di vivere in questi luoghi resta un lusso per pochi o una scommessa persa in partenza. Risulta, ad esempio, totalmente impensabile svolgere un lavoro da remoto nella maggior parte di queste zone che, oltretutto, di lavoro ne offrono poco o addirittura niente. I dati dell’UNCEM evidenziano come la mancanza di banda larga e di una copertura cellulare affidabile rendano lo smart working un privilegio teorico anziché una risorsa pratica per i giovani professionisti. Se la connessione in valle cade ogni dieci minuti, si preferirà restare a Torino o a Cuneo.
Per uscirne serve guardare a chi ha trasformato la marginalità in un’occasione per reinventarsi, andando oltre alla narrazione nostalgica. Prendiamo il caso di Ostana, paese di 79 abitanti situato ai piedi del Monviso, in provincia di Cuneo: qui la rinascita non è passata per il turismo di massa, ma è consistita in una programmazione ben precisa che ha messo al centro la qualità architettonica e la creazione di nuovi servizi. Tra raduni alpini, feste campestri e momenti di cultura condivisa, il paese ha saputo costruire un’offerta che va oltre la cartolina e i suoi abitanti continuano a salire di numero. Oggi Ostana ospita spazi per artigiani e commercianti, un polo culturale e persino un centro benessere, con un nuovo caseificio pronto a partire. Questo esempio dimostra che i servizi e il benessere economico possono convivere con le tradizioni, trasformando un borgo in un luogo dove è possibile, concretamente, tornare a produrre.

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Il diritto al futuro
La vera sfida, dunque, non è riempire le case, ma ricostruire i diritti: sia quelli primari, sia quelli che la società e il mondo del lavoro di oggi richiedono. Secondo la Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), la marginalità di un luogo si misura in minuti: i minuti necessari per raggiungere un ospedale, una scuola o una stazione ferroviaria. Perché, se per raggiungere una di queste strutture servono quaranta minuti di tornanti, la sopravvivenza del borgo da cui si parte è appesa a un filo.
Rimettere in piedi un rudere non risolve la situazione, se insieme alle pietre non si ricostruiscono anche il senso di comunità e la sicurezza quotidiana.
Forse, allora, il vero significato del viaggio verso questi borghi non sta nel trovare una risposta definitiva allo spopolamento, né nel rimpiangere un passato lento e rurale che non tornerà. Il punto non è scegliere tra la comodità della città e l’isolamento dei monti, ma pretendere un nuovo equilibrio e smettere di pensare che vivere in valle sia un sacrificio che giustifica l’assenza di diritti.
Guardare alle valli piemontesi oggi non significa voler riportare indietro l’orologio, ma chiedersi se esista un modo di abitare quel territorio che garantisca lo stesso diritto al futuro dato per scontato nei grandi centri di pianura, senza però pretendere di trasformare il tornante in una tangenziale o il silenzio in un centro commerciale. Non è una questione di nostalgia, ma di visione: occorre capire che dietro ogni tetto crollato c’è una storia che attende di essere continuata, e che il futuro della nostra regione passa inevitabilmente per quei sentieri che i navigatori satellitari, ancora oggi, faticano a tracciare.
Tecla Di Maria
Fonti:
Comunità Montagna, Il Piemonte dei borghi, UNCEM, maggio 2022, link: uncem.it/wp-content/uploads/2022/05/COMUNITA-MONTAGNA-Borghi-CRPiemonte-SaloneLibro-mag2022.pdf
Cucciatti Claudio, “La seconda vita di Ostana, il borgo piemontese che sembrava perduto”, la Repubblica, 10 maggio 2021, ultima consultazione: 22 marzo 2026, link: https://shorturl.at/Cs1Wc
Revelli Nuto, Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina, Torino, Einaudi, 1977
SNAI, Le Strategie Nazionali per le Aree Interne, Regione Piemonte – Programmazione 2021-2027, giugno 2022, link: politichecoesione.governo.it/media/3175/snai-dossier-regionale-piemonte.pdf
